Ex falso quodlibet

Mia madre condivide con me un articolo, che preferisco non linkare, tratto dal sito internet di una televisione locale della mia città d’origine (ma sono sicuro che una televisione locale di Verona – ed anche una di Caltanissetta, probabilmente – avrebbe trattato la notizia nello stesso modo).

Il titolo dell’articolo è il seguente: “Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla, l’utilizzo del pallone in piscina solo per i bambini non italiani. E poi parlano di razzismo” (sic; il nome della piscina non è quello reale, il corsivo è mio).

Non mi sorprende che mia madre creda ad articoli di questa fatta: le voglio bene (è mia madre) ma, da che mi ricordi, solo una volta è capitato che abbia cercato di fare un minimo di fact checking riguardo una notizia apparentemente incredibile che aveva ricevuto (la notizia effettivamente non era vera, e la fonte ero io: ne ho raccontato qui); per il resto, benché mi dispiaccia ammetterlo, specialmente da quando possiede e consulta assiduamente un profilo Facebook, sarebbe il testimonial adatto per tutti quei moralisti in cattiva fede che sperano di riuscire ad utilizzare come volano per mettere un freno alla libertà di parola e di stampa l’attuale indignazione di massa per le fake news. D’altronde, si sa: in Italia, cercare di risolvere il problema della forfora tagliando le teste (cit.) è strategia applicata spesso, a dispetto della sua assurdità.

Il titolo che aveva indignato mia madre, ovviamente, era della stessa fatta dei molti, troppi che in questi anni abbiamo visto paventare la sostituzione del simbolo patrio per eccellenza, la porchetta, con gli insipidi e riprovevoli falafel: già le prime righe dell’articolo lo sgonfiavano, parlando di ragazzi e non più di bambini (ma “I ragazzi, nessuno pensa ai ragazzi?” non ha decisamente la stessa presa de “I bambini, nessuno pensa ai bambini?”, con cui per altro è riuscita ad entrare nel dibattito politico la demenziale teoria genderparente stretta della teoria della creazione); ricerche più approfondite lo avrebbero sicuramente fatto crollare come tutti i suoi consimili. Tali ricerche, tuttavia, risulterebbero inutili oltre che tediose: perché, senza fatica, domani, magari in prima pagina su un quotidiano nazionale, spunterebbe qualche nuovo titolo che rilancia con forza questo o quel fatterello di cronaca, e che viene seguito da un potente pezzo di seimila caratteri che denuncia un nuovo caso di “razzismo all’incontrario”.

La logica classica (quella di Aristotele e dei filosofi medievali, per capirci) esprime una delle sue regole basilari con un motto latino che a me piace molto, ex falso quodlibet, che significa: da un assunto falso, si può ricavare qualunque cosa. Lo stesso, probabilmente, si potrebbe dire anche per l’inesistente: di qualcosa che non c’è, si può raccontare qualunque storia. Lo dimostra (in modo virtuoso) tutta la narrativa che vi viene in mente, ed anche Almost true di Carlo Lucarelli; lo dimostrano pure (in modo vizioso) le molte stagioni di Voyager di Giacobbo. Ed i pezzi di seimila parole sul “razzismo all’incontrario”.

Molti, infatti, definiscono il razzismo partendo da un’idea errata: e cioè, che esso nasca nel momento in cui si stabilisce una gerarchia tra le varie etnie da cui è composta la nostra unica specie, Homo sapiens (meglio chiarirlo, che non di rado sono le stesse persone che come stato su Facebook usano la famosa storiella di Einstein e della razza umana, quelli che danno pubblicità a notizie come quelle di cui parliamo qui). Questa idea, tuttavia, è scorretta. Senza dubbio è vero: tutti i razzismi (perché sì, ne esistono di più tipi: come se uno non ci bastasse ed avanzasse), prima o poi, finiscono per dire che esistono etnie di serie A ed etnie di serie B; ma il pensiero razzista nasce molto prima, nel momento stesso in cui si ritiene di poter stabilire a priori cosa dirà, farà e penserà una persona basandosi esclusivamente su quale sia la sua etnia.

Mi spiego: non è razzismo dire che questa legge vale per le persone di tale tipologia, e quest’altra per le persone di quest’altra; quello, semmai, è un’applicazione del principio di eguaglianza, che stabilisce di trattare allo stesso modo le stesse situazioni, ed in modo diverso situazioni diverse; è razzismo, invece, dire che di sicuro i neri suoneranno bene la batteria (d’altronde, hanno il ritmo nel sangue), che di sicuro un romeno, potendo, cercherà di rubarvi l’auto (d’altronde, è un romeno) e che di sicuro un veneto, potendo, si ubriacherà fino a cadere sul pavimento (d’altronde, è un veneto). Da ciò, ognuno può derivare le gerarchie che preferisce: ossia, che un veneto è meglio di un romeno perché beve, ma almeno non ruba, o viceversa. Queste gerarchie, però, sono una conseguenza, non la natura del razzismo.

(Comunque, in generale, tutte le gerarchie tendono a dare gli ultimi posti della classifica ai neri: perché puzzano – d’altronde, sono neri -, anche se sono bravissimi a suonare la batteria).

Non può, quindi, esistere un “razzismo al contrario”, perché, semplicemente, invertire il razzismo significa dichiarare che tutti gli uomini nascono e rimangono uguali (al netto, mi pare scontato dirlo, di quelle differenze che rendono tanto esasperante quanto splendido conoscere gli altri uomini), che poi è quello che afferma al suo articolo primo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. A cui, essendo stata scritta nel 1789, possiamo perdonare di non aver aggiunto: anche il diritto di non essere giudicati in base ai pregiudizi di un razzista.

Che, tornando a ciò che è stato all’origine di questa lunga disquisizione, non sono solo quelli di chi scrive un articolo gnè gnè e-poi-parlano-di-razzismo, ma anche quelli del proprietario della Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla.

Vi sembrerà infatti incredibile, ma non tutte le persone trovano fastidioso (o giusto, o riprovevole) ciò che voi trovate fastidioso (o giusto, o riprovevole): quel che infatti considerate naturale, non è altro che il riflesso della vostra formazione culturale o, più spesso, della pressione sociale (di questo ho già scritto qui). Agli occhi di uno straniero, soprattutto se non si trova da molto in Italia, è possibile che non sia immediatamente evidente che, per un italiano, avere vicino in piscina qualcuno che sta giocando a pallone può essere un disturbo. Allo stesso modo, per un turista italiano può non essere evidente che in Giappone è maleducato soffiarsi il naso in pubblico.

Ci si aspetta, quindi, che un altro utente o, qualora questo non lo faccia (cosa che è nel suo diritto), il proprietario della piscina, glielo facciano presente. Quest’ultimo non lo ha fatto. Perché? Perché ritiene di dover riservare un trattamento di favore a delle persone che vengono da un paese diverso dal suo? Conosco il proprietario della Piscina del Nettuno-che-fa-il-morto-a-galla e, per questo, mi permetto di esprimere delle riserve su quest’ipotesi.

Piuttosto, ritengo che alla base della sua decisione di non intervenire ci sia (appunto) un pregiudizio razzista. O più di uno, ma basati tutti sullo stesso pensiero di base: quello, cioè, che quelle persone che disturbavano gli altri clienti fossero, in quanto straniere, incivili, e che quindi far loro notare che stavano disturbando fosse o inutile (perché tanto avrebbero fatto finta di nulla ed avrebbero, quindi, continuato tranquillamente la propria attività) o, addirittura, pericoloso. Si sa come fanno, signora mia, pensi che alla povera signora Aldreghetti del sesto piano uno di questi negri, solo perché lei lo prendeva a ombrellate sulla testa per ricordargli di chiudere il portone quando esce, ha fatto fare una storta al gomito, ha fatto fare! (Si sa che anche la legittima difesa va bene, ma con alcuni distinguo)

Queste mie riflessioni, probabilmente, non sono originali; non lo sono neppure quelle che farei, rispondendo ad una domanda che, pure, sarebbe interessante porsi: ossia, quali siano le ragioni psicologiche, sociologiche o, perché no, psicopatologiche che portano tante persone a lasciarsi irretire da questi pregiudizi.

Ho già largamente ecceduto l’usuale limite di mille parole che usualmente fisso per i miei articoli; per questa volta, dunque (ma ci sarà modo di riparlarne in futuro), mi limiterò ad ipotizzare che ha a che fare, probabilmente, con un bisogno sociale.

Quello che io, che pure ormai faccio parte (con mio disdoro) di qualcosa di molto simile alla borghesia, non mi renda conto di avere molto più in comune con il figlio di quel signore di colore che ho visto venire a fare le pulizie nel reparto in cui lavoro, che con la figlia bionda del datore di lavoro di mio padre.

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10 thoughts on “Ex falso quodlibet

  1. Posso mettere il mio like confessando la mia ammirazione per la lunghezza del post e dunque per la fatica che non ho contraccambiato leggendolo causa vacanze dal web se non per salutare…
    Sherahchevergogna

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