Placebo, dolore ed altre scherzi del cervello (Parte I e forse unica)- Gaberricci’s Anatomy

Un mio professore universitario (tra l’altro, uno di quelli che mi ha insegnato una materia “non clinica” e, diciamocelo francamente, non delle più utili) disse una volta, durante una lezione:

un medico che non sa come usare l’effetto placebo non è un bravo medico

Questa frase è vera. Posso testimoniare di averla messa alla prova diverse volte e di essermi reso conto che l’effetto placebo funziona benissimo anche con tutte quelle persone che sono convinte di sapere alla perfezione che cos’è e come li si sta cercando di fregare. Compresi, ovviamente, molti medici (l’unico ad avermi colto in fallo tra i molti amici e conoscenti che ho curato così, in effetti, è stato un farmacista).

Ciò mi ha dimostrato che la maggior parte delle persone (e dei medici) ha un’idea errata su cosa sia l’effetto placebo, e ritiene che la sua definizione classica (“quella terapia che consiste nel somministrare una sostanza priva di efficacia dimostrata, ma comportandosi come se ne avesse”) significhi, più o meno, che:

  1. il paziente è un emerito idiota;
  2. a chi somministra “il farmaco” basta infilarsi un camice bianco per far guarire, con una semplice flebo di soluzione fisiologica, emicranie, dispepsie, attacchi ipomaniacali e chi più ne ha più ne metta.

(A questo proposito, la pagina italiana di Wikipedia che parla di placebo contiene dei grafici piuttosto scoraggianti).

La verità è che l’effetto placebo, più che sul principio di autorità del medico, si basa sull’aspettativa del paziente: se questi nutre fiducia e ritiene che quello che i medici gli stanno facendo lo farà stare meglio, allora, probabilmente, starà meglio per davvero (anche se la sua patologia, magari, non subirà un reale miglioramento). Ci sono anzi dei casi in cui il semplice fatto che si giunga ad una diagnosi, che si dia un nome ed un senso ai sintomi vaghi ed apparentemente incoerenti che il paziente prova, causi un miglioramento nel suo stato generale (si veda qui, pagina 62). Dipende, credo, dal fatto che per le patologie di più ardua comprensione il paziente veda anche decine di medici, prima che uno di loro riesca a dirgli finalmente che ha la sindrome di Westphal-Singmaringen e che deve prendere la cicuta a basse dosi (mi sono inventato la patologia con due amiche di cui rimpiango la compagnia; la cura è solo farina del mio sacco) e che il paziente, di converso, si convinca che solo l’ultimo dei sanitari lo ha davvero ascoltato, capito, aiutato e curato. (Spesso non è vero; ma, se serve a far star meglio il paziente…)

Alcune categorie professionali, che si occupano di pazienti per cui le prospettive di vera guarigione sono ormai inesistenti (categorie professionali che ritengo stimabili) hanno coniato una definizione che trovo forse un po’ stucchevole, ma che riassume alla perfezione il concetto: per far star bene una persona, bisogna non solo curarla, ma anche prendersene cura. Il che spiega perché, in mano a tanti medici, l’effetto placebo non sortisca effetti: se io stesso, che sto somministrando la terapia, credo che non servirà a nulla, come potrà mai, il paziente (che, come tutti gli esseri umani, sa riconoscere benissimo che gli si sta dicendo una bugia, quando il linguaggio verbale e quello non verbale sono in antitesi), sentirsi preso in cura da me? Incidentalmente, spiega anche perché l’effetto placebo funzioni negli animali e nei lattanti(1), che non comprendono ancora cosa sia, e nel primo caso anzi (fortunati loro) non comprenderanno mai, il principio di autorità.

Giacché ci siamo, questo spiega anche perché certe “terapie da medicina alternativa” (l’agopuntura e l’osteopatia, ad esempio) possano essere difficilmente messe alla prova dal metodo scientifico cosiddetto “ufficiale”. I nuovi farmaci e, in generale, i nuovi processi terapeutici, prima di entrare nell’armamentario clinico, devono dimostrare la loro efficacia (alcuni scandali più o meno recenti hanno dimostrato che non è così, ma non è la truffa che nega la bontà di un metodo); per avere questa dimostrazione, vengono somministrati ad alcuni pazienti, e viene testata la loro efficacia rispetto ad un altro gruppo di pazienti (omologo al primo) che assume, invece, il farmaco più efficace in circolazione, qualora esista o, in caso contrario, un placebo (gli studi migliori prevedono tre “bracci”: il farmaco “nuovo”, il farmaco “sicuro”, ed il placebo). Nel caso si realizzi quest’ultima eventualità, ciò è necessario per rendersi conto di quanto faccia il farmaco e di quanto, invece, il paziente.

Questo, tuttavia, non basta, perché l’efficacia dell’effetto placebo sarebbe gravemente compromessa, se il paziente (o lo sperimentatore) sapesse che quello che sta assumendo (o somministrando) non è un farmaco “vero”: questo è il motivo per cui il test è svolto “in doppio cieco”, e né il paziente, né lo sperimentatore, sanno se stanno maneggiando un farmaco “efficace”, o un “banale” placebo. Nel caso dell’agopuntura (per fare un esempio), tuttavia, questo non è praticabile, perché chi pone gli aghi sa se li sta mettendo nel posto giusto o nel posto sbagliato e, quindi, ciò potrebbe condurlo ad influenzare (positivamente o negativamente) il paziente soggetto allo studio.

Non di meno, l’agopuntura si utilizza (al momento, e almeno per quel che ne so io, ma sarei volentieri smentito da chi ne sa di più, basandosi solo su studi non conclusivi e, per la massima parte, sullo stesso effetto placebo) in numerosi centri di terapia del dolore. Questo dovrebbe spingere molti miei colleghi (ma, ahimé, ciò di rado accade) a riflettere su quanta importanza abbia la componente emotiva e psicologica nella percezione del dolore (che, non per caso, è uno dei campi in cui è più efficace l’effetto placebo).

Benché molti tendano a dimenticarlo, possediamo un cervello emotivo (che è stato studiato, ad esempio, dal neuroscienziato americano Joseph LeDoux, che ha intitolato il suo libro più famoso proprio “Il cervello emotivo”), che è costituito, in massima parte da alcune strutture che sono “nascoste” e “compresse” verso la base cranica, per via dell’incredibile sviluppo che coinvolge (nel lungo processo dell’evoluzione ed in quello, largamente più breve ma non meno affascinante, che è lo sviluppo del feto) i lobi telencefalici, ossia quella parte dell’encefalo a cui tutti pensiamo quando diciamo “cervello”; questa localizzazione ci dice che il cervello emotivo è la componente più antica del nostro encefalo: ciò non significa, tuttavia, che essa sia meno importante.

Il cervello emotivo è la denominazione “funzionale” di ciò che anatomicamente prende il nome di sistema limbico, che a sua volta coinvolge le strutture del lobo limbico ed alcune strutture dai nomi ancora più affascinanti, come amigdala ed ippocampo […]

Se siete confusi, tranquilli, è normale: capita anche ai migliori studenti di anatomia. Inoltre, l’ora è tarda (almeno per me che sto scrivendo), voi sarete stanchi o, ancora, per questo mio piccolo esperimento nutrite molto, molto meno interesse di quanto ne nutra io, che ho voluto mettermi alla prova iniziandolo. Facciamo così: se come divulgatore (si fa per dire), vi dovessi piacere anche solo un decimo di quanto vi piaccio come satirico (cosa che, con mia sorpresa, faccio), questa rubrica andrà avanti e, nel prossimo episodio, porterò la seconda parte di questo povero scritto dedicato a funzioni che tutti crediamo di conoscere, e che invece presentano molte sorprese, anche per chi (come me, lo ammetto) credeva di conoscerle a menadito.

Se, viceversa, non fosse così… il pubblico è sovrano. Come spesso molti dimenticano.

Questa rubrica deve molto a molti; se povera è la sua riuscita, tuttavia, la colpa è solo da attribuire alla mia insipienza ed incapacità. Colgo quindi l’occasione per ringraziare, per il loro esempio, adp, Murasaki, redpoz e wellentheorie.

Infine, sperando che lei non si arrabbi per questo, vorrei dedicare questo mio modesto sforzo a S., la moglie del mio amico Luca.

(1) sono sicuro di aver letto di studi sull’effetto placebo ma, come spesso mi accade, non ne rinvengo la fonte; com’è onestamente anche nell’articolo linkato, invece, le evidenze ugli animali sono ancora controverse. Che è il modo in cui noi che ci occupiamo di scienza diciamo che l’abbiamo visto accadere, ma non siamo ancora certi che sia accaduto davvero.

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14 thoughts on “Placebo, dolore ed altre scherzi del cervello (Parte I e forse unica)- Gaberricci’s Anatomy

  1. Io, come semplice ‘paziente’ sono pienamente convinto della efficacia dei prodotti ‘placebo’, a patto che l’utilizzatore (il malato) non sia a conoscenza della neutralità del prodotto.
    Credo che in parecchi casi la guarigione possa essere facilitata dalla propensione all’ottimismo ed alla speranza da parte del paziente stesso, e da questo punto di vista il farmaco placebo è estremamente utile.
    Anzi, dirò di più, credo che agisca nello stesso modo anche la fede religiosa, che in alcuni soggetti può portare quella speranza che altrove non riescono a trovare.

  2. ho indagato. in realtà, è possibile il double-blind study anche nel caso dell’agopuntura: semplicemente, anzichè andare in cieco sui punti (che è oggettivamente impossibile, concordo) si va in cieco sul materiale, ovvero il medico agopuntore non riesce a distinguere se si tratti di ago reale o ago finto (sarebbero i press tack needles verso i press tack placebo). per capirci, è un po’ come il trucco della lama del coltello che si ritrae: sotto l’adesivo, il medico non può sapere se sta pungendo realmente.
    sponsorizzo, ça va sans dire, il prosieguo della rubrica gabberrici’s anatomy.
    infine, soprattutto, grazie sia da aprte mia sia anticipatmante da parte della mia bella: le ho inoltrato il post (qualche tempo fa, tipo tre o quattro anni fa, se non ricordo male aveva anche creato un account wp per poter inserire commenti, ma dal tempo che è passato dubito che ricordi le credenziali…), a questo punto poi bisogna ritrovarsi a discuterne di fronte a una birra, visto che è uno degli argomenti rimasti inaffrontati 😉

  3. Io mi curo senza medicine 😄😄😄.
    Cerco di mandare calore ed energia dove ho dolore, oppure faccio un’altra cosa più efficace, non ci penso e faccio altro, così poi mi passa 😄😄. È un metodo che per il momento ha funzionato. Aggiungo, ho preso anche una malattia infettiva virale, me ne sono accorta dopo un po’ solo perché ho fatto gli esami del sangue 😄😄.

    • Sarebbe bello se funzionasse anche con affezioni più gravi… anche se noi saremmo tutti disoccupati.

      E comunque, per il principio di conservazione dell’energia (ed il calore è energia) se ne invii un po’ dove hai male devi sottrarla a qualche altra zona.

  4. Io prendo sempre qualsiasi cosa mi prescrivano con grandissima fiducia, e quelle volte che non funziona ci resto malissimo!
    Dell’effetto placebo non so nulla, ma mentre ti leggevo mi sono tornati in mente i miei amatissimi Fiori di Bach (che di solito non si prendono per curare malattie fisiche, ma a volte per accompagnare una cura). Essi sono il nulla del nulla: metti i fiori nell’acqua, al sole e al vento, le vibrazioni energetiche si trasmettono all’acqua, tieni l’acqua, poi la diluisci in altra acqua e con l’aiuto di un po’ di alcool ottieni l’essenza. Di fatto, in quell’acqua non c’è niente di tangikbile, a parte l’acqua. Eppure funzionano, anche sugli animali, e certamente su di me. Non so se sia per effetto placebo, o perché prendere certi fiori invece di altri scatena nel paziente una salutare riflessione sul suo carattere e il suo modo di affrontare le cose (ma per gli anim ali questo non dovrebbe valere) ma insomma fiumi di Water Violet mi hanno reso meno difficile comunicare con gli altri, grandi dosi di Sweet Chestnut mi hanno aiutato ad affrontare dolorosissime separazioni e abbandoni, cospicue dosi di Olive e Elm mi hanno aiutato a superare la stanchezza interiore eccetera eccetera. Non metto in dubbio l’importanza delle vibrazioni dei fiori (io non metto in dubbio NIENTE, per principio) ma mi sembra che sull’effetto placebo i Fiori di Bach potrebbero avere qualcosa da dire, e da qualche giorno ci sto pensando.
    A proposito, sono contenta che tu mi abbia citato ma… in che modo ho influito su questa rubrica?

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