L’ipotesi zero

Ieri sera sono andato a mangiare in un posto che si chiama “American Graffiti”. Per citare un mio grande maestro spirituale:

non ne vado fiero, ma avevo fame.

(Tra parentesi: ho mangiato anche bene. Amicus Plato, magis amica veritas).

Il locale, come si può capire, era un vero e proprio omaggio all’immagine nazional-popolare dell’America degli anni Cinquanta; quell’immagine, per capirci, che è stata raccontata e, fino ad un certo punto, celebrata dal film omonimo di George Lucas, da Grease, da Happy Days e da un sacco di altre produzioni cinematografiche, televisive, teatrali, più o meno dagli anni Settanta in poi (e questo credo non sia un caso). Quell’America in cui le ragazze hanno una larga gonna a fiori, i ragazzi i capelli impomatati e il ciuffo alla Elvis (che gli verrà tagliato quando verranno spediti in Corea), c’è una torta di mele su ogni davanzale ed una muscle car pronta ad investirti ad ogni incrocio.

Come sempre, in questi casi in cui si fa un uso disinvolto del mito e della sua tecnicizzazione, non mancavano le contraddizioni: alla destra del bancone, era dipinta una silhouette dei Blues Brothers; dietro la cassa, spiccavano due foto di Johnny Cash. Cash è probabilmente il cantante con la voce più bella di tutti i tempi, ma, come i fratelli Jake ed Elwood che erano protagonisti del film capolavoro di John Landis, è pure quanto di più quanto di più anti-“America degli anni Cinquanta” io riesca a pensare. Le contraddizioni, comunque, non sono mai state di ostacolo al successo (anzi).

Quel locale non fa eccezione: si trova in un posto a vocazione primariamente universitaria ed io ci sono finito una domenica sera del luglio più caldo degli ultimi seicentoventitrè anni (fonte Studio Aperto, che lo ripete da talmente tanto tempo che non fa più ridere); in più, il buon sandwich al pastrami che ho mangiato io era l’eccezione, e non la regola, mi ha assicurato chi era con me ed ha optato per un più sicuro hamburger di manzo (sbagliando, evidentemente). Eppure, “American Graffiti” era discretamente popolato; non solo, ma popolato da ragazzini che sono talmente giovani che neppure i loro genitori possono avere nostalgia degli anni Cinquanta. E nemmeno degli anni Settanta che guardavano, con sguardo velatamente reazionario, agli anni Cinquanta che non sarebbero più tornati. E, anche se lo fossero, non sono quelli, gli anni Cinquanta (o Settanta) di cui dovrebbero avere nostalgia, perché diverse (a tratti opposte) sono le storie di chi quegli anni li ha vissuti qui, e quelle di chi li ha vissuti dall’altra parte dell’Atlantico. Tra la via Emilia e il West, con buona pace di Guccini, rimangono parecchi chilometri.

Questi stessi ragazzini, mi sono chiesto, mentre me li vedevo sciamare intorno, andrebbero con lo stesso entusiasmo a riempire un ipotetico ristorante “Totò, Peppino e la malafemmina”, che si ispirasse agli anni Cinquanta italiani, che alle pareti avesse foto di Mike Bongiorno che presenta “Lascia o raddoppia?”, che proponesse in filodiffusione Nilla Pizzi, trionfatrice del festival di Sanremo del 1952 con “Vola colomba”, che utilizzasse lo stesso arredamento che si può trovare solo in certi bar di certi paesini sperduti dell’appennino abruzzese (parlo con cognizione di causa)? La risposta, e credo che condividerete, è stata no. E allora, mi sono detto ancora, che cos’è che rende ai loro occhi questo posto irresistibile? La risposta è in una parolina che su questo sito ho citato molte volte, specialmente quando ho parlato di magia (qui, ad esempio): immaginario.

Non ricordo se l’ho mai detto anche qui, e se l’ho fatto colgo l’occasione per riconoscere che l’intuizione non è farina del mio sacco, ma ad ogni modo io sono convinto che gli americani abbiano vinto la Guerra Fredda con i film, non con le bombe; anzi, è un dato di fatto che, tutte le volte che si sono convinti a fare il grande passo ed ad andare a bombardare qualche posto (il più possibile lontano da loro, possibilmente), hanno finito sempre per fare delle figure da regno d’Italia, perdendo la guerra e, giacché ci si trovavano, per morte, smarrimento o gravi mutilazioni, anche tanti di quei giovani di belle speranze che almeno una di quelle guerre è diventata a sua volta una delle spine dorsali narrative di un sacco di film, anche molto belli (solo andando a memoria, mi vengono in mente “Platoon”, “Apocalypse now”, “Forrest Gump”, “Nato il 4 luglio”, “Good morning Vietnam”). Gli è andata un po’ meglio quando, invece, si sono mossi “nel giardino di casa” (cioè, nell’America Latina): mobilitando più i servizi segreti e meno i generali, qualche vittoria hanno finito per portarla a casa. Purché si possa considerare “vittoria”, ovviamente, quella che si ottiene a tavolino perché tutti gli avversari sono ormai morti.

Eppure, a fronte di queste risibili vittorie e di queste numerose battaglie perse con clamore, gli Stati Uniti la Guerra Fredda hanno finito per vincerla. Perché? Perché sono riusciti a convincere tutta l’umanità (anche utilizzando i film, appunto) che il sistema che proponevano era il migliore; sono riusciti a convincere il mondo che davvero l’American Way of Life avrebbe consentito a ciascuno di realizzare i propri sogni, di avere una casa, un giardino e tre macchine in garage. Non è vero: l’America è il posto al mondo in cui esiste meno mobilità sociale, che significa, detto in parole semplici, che il modo migliore per essere ricco, in America, è nascere ricco. Pure, la loro opera di convincimento è stata pervasiva: quando l’impero sovietico si è frantumato, e signori della Russia sono diventati i suoi ex burocrati, questi, pur essendo stati cresciuti nel loro disprezzo, non hanno trovato nulla di meglio, per ostentare il loro potere e la loro ricchezza, che comportarsi come ricchi, spocchiosi ed ignoranti petrolieri texani. Nicolaj Lilin raccontava di come, in una città della provincia russa, negli anni Novanta un povero operaio aveva comprato una BMW priva di motore, solo per parcheggiarla in giardino e far finta di essere pure lui “uno importante”. Capitalismo allo stato puro: basta possedere qualcosa, per essere libero e felice (la felicità è una prigione, la felicità è la prigione più insidiosa di tutte: lo cito, anche se non ci credo fino in fondo. D’altronde, io pure sono cresciuto sotto la stessa martellante propaganda).

Ciò che è vero in piccolo, ovviamente, è vero anche in grande; come in alto, così in basso, avrebbe detto Ermete Trismegisto. I più grandi competitor per il titolo di “padrone del mondo” degli Stati Uniti, attualmente, sono la Russia, la Cina e, mettiamocelo anche se ci crediamo poco, il Califfato. Concediamo un’eccezione per la Cina, che però è rimasta isolata rispetto al resto del globo fino all’altro ieri; la politica estera di Putin e dei bravi ragazzi dell’ISIS, tuttavia, non si discosta affatto da quella perseguita nel Novecento dagli Stati Uniti sui suoi domini vicini e lontani: come la Russia è intervenuta prima in Ucraina e poi in Siria lo dimostra; come il sedicente stato islamico tratti i posti che conquista lo dimostra. Lo scopo primario dell’espansione territoriale è l’imperialismo capitalista: ossia (visto che qualcuno potrebbe accusarmi di usare un vocabolario retrivo) lo sfruttamento fino all’osso delle risorse di un posto, che si è conquistato con la forza o, più spesso, con la semplice prepotenza.

Sia chiaro: non vorrei prendere esempio né dalla Russia, né, meno che mai, dall’ISIS, che considero due potenze di stampo fascista. Ma è proprio questo il punto: nessuno, nemmeno chi dovrebbe loro opporsi, è capace di trovare un discorso alternativo a quello degli Stati Uniti; nessuno mette in discussione che debbano esistere l’imperialismo, lo sfruttamento, il capitalismo.

Come in basso, così in alto: la legge del Trismegisto si ripete, e così capita di sentire lavoratori obiettivamente sfruttati, che “giustificano” gli strozzini che si fanno chiamare datori di lavoro e quasi si sentono fieri di far parte di un’azienda che, nella migliore delle ipotesi, li sta prendendo in giro (pensiamo ad esempio alla marcia dei quarantamila); qualche volta, addirittura, questi datori di lavoro li votano o, ancora peggio, finiscono per considerarli dei geni ben oltre i loro meriti (sì, Steve Jobs, sto parlando di te).

Tutto ciò dimostra che non siamo più in grado di elaborare un’ipotesi zero, cioè un’ipotesi di mondo in cui l’ideologia del mercato venga rifiutata. Amiamo la catena che ci lega, perché viviamo nel desiderio (o, nella stragrande maggioranza dei casi, nell’illusione) che un giorno, di quella catena, terremo noi il capo, mentre qualcun altro porterà al collo il guinzaglio. Non vogliamo un mondo senza schiavitù; vogliamo, semplicemente, essere noi i padroni. Giacché non riusciamo (perché le promesse del sistema sono bugiarde) ci accontentiamo di piccole “padronalità” quotidiane: sulle donne, sugli omosessuali, sugli immigrati, sui nostri figli. Per chi ne ha, sui sottoposti, i quali subiscono, probabilmente, la persecuzione peggiore.

Mi sono infatti reso conto che nessuno è più crudele del piccolo, insignificante feudatario di provincia; nessuno esercita con maggiore arbitrio il proprio potere, rispetto a chi di potere ne ha poco. Sta scritto ne “La ballata del mare salato” di Hugo Pratt: “uno l’autorità ce l’ha fino a che non è costretto a farla valere”; per il potere vale qualcosa di simile: se uno ha un potere praticamente illimitato, non ha alcun bisogno di utilizzarlo in maniera aggressiva. Ce l’ha, e nessuno mette in discussione questo dogma. Diverso, invece, è il caso di chi si è ritagliato una piccola nicchia di potere, e desidera mantenerlo a tutti costi, sfruttando quelle poche, ridicole possibilità che la sua posizione gli offre, per umiliare, maltrattare, allontanare chi non la pensa come lui.

“Uno l’autorità ce l’ha finché non è costretto a farla valere”. Da autorità derivano due parole: autorevole ed autoritario (anche questa notevole intuizione non sono stato in grado di produrla in autonomia). Ci vuol poco, a passare da uno all’altro. E non sempre questo scarto avviene nel senso migliore.

Posto che, comunque, l’autorità è una cosa che dovrebbe infastidirci, anche quando siamo noi a possederla.

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6 thoughts on “L’ipotesi zero

  1. Ricordo male o ne parlavamo giusto a cena che gli Stati Uniti hanno trasformato la più grande sconfitta militare nel più grande successo cinematografico della seconda metà del secolo scorso?
    Bella riflessione in generale, in ogni caso.

  2. Anch’io sono nato con il mito americano negli occhi: tutto ciò che era “made in USA” era bello, era sinonimo di libertà e bellezza. Contrariamente alla Russia, brutti e cattivi. La Cina era solo Mao, cioè una dittatura bella e buona.
    Crescendo ho capito che il mondo non è proprio così, però la colpa non è degli USA, ma proprio della Russia che non è riuscita a stare al passo con i tempi seguendo ideologie politiche ma ancor più economiche ed industriali sbagliate.
    E così il mito USA si è diffuso, grazie ad una opera di americanizzazione partita proprio dallo schermo (piccolo e grande) al punto che noi bambini tifavamo pure per i cow-boy del far-west a discapito dei ‘cattivi’ indiani (oggi io la penso all’opposto).

  3. #GenteCheHaLettoJESI…
    Oltre che “immaginario”, per continuare sul filone “jesiamo”, potremmo parlare di “mitizzazione” degli USA, dal Far West ad oggi.
    Una riflessione simile alla tua sui film la faceva già -se non erro- Moravia nel suo diario d’Africa, constatando come i tessuti colorati (tipici africani, ma allora prodotti in Occidente) avessero maggiore successo dell’industria pesante sovietica.

    Una nota, poi, su generali e servizi segreti: la cosa interessante (cioè, una delle tante e ovviamente tragica, ma partendo dalla tua distinzione…) è che in realtà nelle dittature sudamericane sono stati, ovviamente, i generali a giocare un ruolo chiave, ma quelli “autoctoni”. Che è, in parte, quel che provarono a fare in Vietnam… “tecnicamente” parlando, ci sarebbe parecchio da dire sulla conoscenza del luogo in cui si combatte (inclusa la cultura: con Diem non funzionò perché era un fanatico cattolico), anche quando è casa propria.

    Venendo più direttamente al tema del post: un “pensiero zero” (o qualcosa che vi si avvicina) esiste, o almeno ci prova: il “buen vivir” – https://en.wikipedia.org/wiki/Sumac_Kawsay – non vi concordo in modo totale, ma mi pare un punto dal quale partire.
    Mentre, facendo un salto indietro, oserei dire che gli USA “hanno vinto” la Guerra Fredda perché partivano dalle premesse vincenti: tutta la teoria dello sviluppo (fino al “buen vivir” / post-sviluppo) è basata sulla modernizzazione, ovvero produrre di più, consumare di più (per ricollegarci a quanto sopra, potremmo parlare di “mitizzazione della modernizzazione”). Il pensiero marxiano avrebbe potuto [corsivo] essere interpretato in modo diverso, ma l’URSS fallì miseramente in questo. E tutti gli Stati post-coloniali vennero risucchiati in quella logica (industrializzazione prima, commercio poi).

    • Sapevo che il tuo intervento avrebbe aggiunto molto, studio prima di dare una risposta e mi limito a dire che la seconda guerra del Golfo ci ha dimostrato che gli americani ancora non hanno capito l’importanza di conoscere il territorio.

      Ammetto di non aver letto Jesi, ma solo sue “sintesi”.

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