Addendum a “L’ipotesi zero”

Nell’apertura del mio precedente post, parlavo (in modo piuttosto irridente) di un certo immaginario legato all’America degli anni Cinquanta; per spiegare a quale immaginario mi stessi riferendo, usavo queste parole:

quell’immagine […] che è stata raccontata […] dal film omonimo di George Lucas, da Grease, da Happy Days e da un sacco di altre produzioni cinematografiche, televisive, teatrali, più o meno dagli anni Settanta in poi […] quell’America in cui le ragazze hanno una larga gonna a fiori, i ragazzi i capelli impomatati e il ciuffo alla Elvis (che gli verrà tagliato quando verranno spediti in Corea), c’è una torta di mele su ogni davanzale ed una muscle car pronta ad investirti ad ogni incrocio

Non ricordo chi scrisse una volta che per capire bene un testo bisogna fare attenzione non solo a quel che dice, ma anche a quel che non dice; si noterà, in quel breve elenco di opere narrative ambientate negli anni Cinquanta, una mancanza: Ritorno al futuro.

Si tratta di una grave mancanza, ancor di più se si considera che la sua assenza è dovuta alla mia malafede: Ritorno al futuro è uno dei miei film preferiti, e non avevo nessuna intenzione di far notare che esiste un punto di contatto tra esso ed una visione del mondo che stavo tentando di sbertucciare. Ancor meno, che qualcuno si rendesse conto che racconta una storia che, apparentemente, si inserisce dritta dritta in quello stesso immaginario che stavo dicendo non piacermi affatto.

A riguardarlo con gli occhi di oggi, infatti, Ritorno al futuro pare una parabola sul mito (tecnicizzato) del sogno americano: non importa chi sei, da dove vieni e che cosa fanno i tuoi genitori ed i tuoi zii, se lavori duro, ti dai da fare e, soprattutto, viaggi indietro nel tempo con una macchina del tempo inventata da un tizio che tutti ritengono pazzo e che, se il film uscisse oggi, qualcuno accuserebbe pure di essere pedofilo, alla fine riuscirai ad ottenere quanto per gli amici yankee pare corrispondere alla “felicità”: una casa verniciata di bianco, con un giardino sul retro; un servitore che lucida la tua bella auto sportiva; una ragazza figa con cui andare a letto, e che ti sfornerà un tre o quattro figli che, a seconda del sesso, diverranno o miss America, o martiri della causa americana in Iraq. Nella peggiore delle ipotesi, giurati ad America’s got talent.

Questo è un “difetto” che, apparentemente, Ritorno al futuro condivide con molte sue opere coeve, che però, a volerle guardare così, hanno il terribile difetto di essere tutte assolutamente meravigliose: senza stare ad aprire Wikipedia mi vengono in mente Karate Kid, I Goonies e tipo tutti i film prodotti in quel periodo da John Landis ed in particolare Una poltrona per due e Blues Brothers. Landis, probabilmente, rifiuterebbe sdegnato un tale paragone, e se andassi a dirglielo cercherebbe di farmi qualcosa del genere. Avrebbe ragione (tranne che per il fatto di pensare che io possa piacere ad un gorilla).

Tutti questi film, infatti, hanno in comune una cosa: i suoi protagonisti sono in lotta contro il sogno americano ed i suoi rappresentanti. In Karate Kid, Daniel Lorusso, immigrato, povero, sfigato, allenato da un maestro ancor più immigrato, povero e (all’apparenza) sfigato di lui, deve vedersela contro una squadra di karateka che provengono da un dojo la cui retta d’iscrizione sarà quell’uno o due dollari inferiore rispetto a quella di Harvard. Nei Goonies, i poveri ragazzini non dovrebbero mettersi alla ricerca del tesoro di Willie l’orbo, se un palazzinaro rampante non volesse radergli al suolo il quartiere per costruirci dei palazzi di lusso (se qualcuno volesse farne un remake, suggerisco che il palazzinaro voglia costruire un centro commerciale).

Sia chiaro, in questi due film (e nei molti altri per ragazzi girati in quel periodo) tale tema potrebbe essere stato inserito anche in modo inconscio; ma la critica al mondo del capitalismo, ed in particolare del capitalismo finanziario, in Landis è consapevole ed anche piuttosto ficcante: in Una poltrona per due, Dan Aykroyd è un ridicolo agente di cambio che crede per davvero a tutte le palle che gli hanno raccontato, e che solo dopo aver toccato con mano l’infamia dei suoi datori di lavoro capirà che, in quel mondo, l’unica regola è un ignobile “mangia o vieni mangiato”.

Se, oggi, quei film ci appaiono compiacenti col potere o addirittura (horribile dictu!) consolatori, è perché è cambiata l’immagine di cosa sia un ricco. Gli anni Ottanta, come ricorda chiunque li abbia vissuti o abbia vissuto la loro coda ridicola, sono stati gli anni dello yuppismo: di quei ricchi, cioè, che facevano dell’arroganza la propria ragion d’essere. Ho un sacco di soldi, li faccio spostando i soldi da Singapore a Panama, mando le famiglie sul lastrico, finanzio le più schifose dittature del globo, e in più sono stronzo e me ne vanto; i giovani minchietti protagonisti dei film che ci hanno fatto sognare, ed i personaggi dei film di Landis si battevano contro un arbitrio che non aveva nessuna vergogna di mostrarsi come tale.

Ma il capitale si è reso conto, con lentezza, ma se n’è reso conto, che, datosi che non poteva continuare a far credere per molto che quel modello rivoltante di vita fosse alla portata di tutti, avrebbe dovuto cambiare registro; ed è per questo che si è affermata una nuova visione del ricco: quello del personaggio che s’è fatto da solo, che è venuto dal basso e che si è arricchito grazie ad un’idea geniale, ad un impegno indefesso, ad un’applicazione quotidiana e quasi testarda; e che, una volta giunto al “potere” non si dimentica da dove è venuto, e condivide il suo genio e la sua ricchezza con noi, comuni mortali. Ci permette di usare gli iPhone, frutto della sua incredibile mente, e non chiama più “barbone” chi fa un “lavoro normale”; anzi, magari finanzia pure qualche organizzazione no profit che si occupa del recupero dei barboni (magari proponendo loro lavori sottopagati in qualche fabbrica del medesimo Paperon de’ Paperoni). Una narrazione che il solito, profeto Alan Moore aveva provveduto ad irridere in Watchmen, ma che è alla base dell’equivoco: oggi come oggi, la storia del ricco non corrisponde più con quella del biondo con cui Lorusso si batte; corrisponde con quella di Lorusso stesso, che poi è il personaggio con cui noi ci identifichiamo quando guardiamo Karate Kid. Per questo, credo, compriamo le agiografie biografie di Steve Jobs e votiamo Donald Trump (non noi personalmente, ma ci siamo capiti).

Non l’ho letto, ma da più parti ho sentito che il libro che racconta meglio gli anni Ottanta è American Psycho di Bret Easton Ellis, in cui si racconta della doppia vita di Patrick Bateman, un agente di cambio a Wall Street: integerrimo lavoratore di giorno, assassino seriale di notte. Alcuni, in passato, hanno voluto sostenere che tutti i cosiddetti padroni siano, in un modo o nell’altro, Bateman: questo è un pensiero che non condivido, perché conosco la statistica. Diciamolo chiaro: non credo che Jobs abbia mai preso in mano un coltello per andare a sgozzare qualcuno. Nel recondito caso in cui avesse voluto, per altro, l’avrebbe fatto fare a Wozniack, e poi si sarebbe preso il merito.

D’altronde, non si può negare che una qualche forma di responsabilità i vertici della Apple debbano averla, riguardo quello che è successo alla Foxxconn negli anni scorsi, per dire. La Union Carbide ed i suoi manager hanno delle colpe, sul massacro di Bhopal. I gestori di call center sono gli unici responsabili, della vita alienante che fanno i loro dipendenti (e che è stata stupendamente raccontata da Ascanio Celestini nel suo “Lotta di classe”). Nessuno sta chiedendo che vengano portati davanti ad un tribunale del popolo, ma, quanto meno, davanti ad un tribunale di quelli tradizionali sì (anche non per l’accusa di omicidio, eh). Pure, nonostante le numerose richieste in questo senso, ognuno di loro è riuscito, in un modo o nell’altro, ad evitare di finire alla sbarra. Tiziano Terzani raccontava in Lettere contro la guerra delle sarcastiche parole di Arundhati Roy su Bhopal: “Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate”.

Nessuno dei “padroni” è Bateman, d’accordo. Molti di loro, forse tutti, sono però fortissimamente i fratelli Duke. Ricordiamocelo, la prossima volta che vediamo Una poltrona per due sotto Natale.

 

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4 thoughts on “Addendum a “L’ipotesi zero”

  1. Sono stato recentemente a New York.
    Se il sogno americano si identifica con il correre ovunque come dei pazzi, mangiare cammninando o in metro, sperare di arricchirsi ma nel frattempo pagare 2000 $ di affitto per 25 mq, dover sacrificare la vita privata perché si rende necessario avere due lavori… allora io mi tiro fuori.

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