Alcuni dischi per il mercoledì

Un fantasma si aggira per “Blood on the tracks“, e rimane ben riconoscibile benché Bob Dylan e la sua tagliente ironia mettano in gioco ogni artificio per convincerci che le sue apparizioni appartengano a trapassati distinti. Quel fantasma è Joan Baez, che era ancora viva quando Dylan scrisse quel disco, e lo è ancora oggi.

La cantautrice folk viene evocata, con nomi ed attributi diversi, in “Tangled up in blue”, “If you see her, say hello”, “Shelter from the storm”; i suoi contorni sono indefiniti, come lo erano in “Sad eyed lady of the lowlands”, il capolavoro che chiude “Blonde on blonde“. Non riconoscere in questa opalescente figura la Baez, è atto di malafede o di ingenuità: significa credere al Dylan imbolsito di “Desire”, che nella brutta “Sarah” dichiara di aver scritto “Sad eyed lady of the lowlands” (e quindi, virtualmente, ogni sua canzone d’amore) per la moglie da cui allora stava divorziando; o a quello, ancora vitale e gioioso, di “You’re a big girl now”, che cerca di farci intendere che la donna che con nostalgia sta ammettendo di non aver mai dimenticato è più giovane di lui (nella realtà, la Baez è più anziana di alcuni mesi).

Questo gioco di specchi è tanto spiccatamente dylaniano che viene il dubbio che sia deliberato. Dylan confonde e contraddice per farci intendere che sta parlando con sincerità. La natura non volle dotarmi del talento del cantautore premio Nobel; per tale motivo, sarò costretto a far uso soltanto dell’onestà, attributo dei mediocri. D’altronde, non solo queste sono le differenze che intercorrono tra lui e me.

Tutti gli uomini, prima o poi, incontrano una Joan Baez, per loro fortuna (tutte le donne, prima o poi, incontrano un Bob Dylan, per loro disgrazia). Non ho mai negato chi fosse la mia, neppure a chi è poi giunto a prenderne il posto: questo mi ha permesso, e credo che in ciò stia la maggior distanza tra me e Dylan, di dimenticarla. Senza rimpianti, senza dolore, senza nostalgia. Fino a quel giorno, il suo nome era per me amnesia; il suo volto, un disegno tracciato sulla sabbia, o altre simili, risbili metafore.

Fino a quel giorno.

Non parlo, ovviamente, di quello in cui giunsi in quell’albergo provinciale, ospite di un’associazione che mi aveva invitato, senza che ne avessi alcun titolo, a tenere alcune conferenze (che risultarono noiose e, quel che è peggio, imparziali) sui Black Sabbath; no, parlo di quello, che lo precedette di alcuni mesi, in cui la sognai, ed ella mi disse una parola, una sola. Una parola che, in quello stato di stolido orrore in cui solo un incubo sa gettarti (ed è un incubo, vedere o, che è lo stesso, immaginare un volto che neghi di ricordare ma che intuisci di conoscere) non registrai.

A diciotto anni, perché dovevo, per così dire, per obbligo anagrafico, credetti a qualunque cosa avesse scritto il dottor Freud; col tempo, imparai a non dare eccessivo peso a ciò che rendeva meno monotono il susseguirsi dei miei sonni e , d’accordo con una popolare serie televisiva che aveva accompagnato la mia adolescenza, giunsi a considerare i sogni nulla più che escrementi della mia mente (lei, probabilmente, tali considererà queste pagine che sto scrivendo). Quella notte, quel viennese non privo d’ingegno si prese la sua rivincita.

Circa due mesi e mezzo, costruiti con bugie e permessi, necessitarono ad un suo discepolo per estrarre la parola fatale dai recessi del mio spirito; quella parola era “quiete”. Disse un tempo un saggio che dell’argomento era perito (Howard Philip Lovecraft) che nulla evoca il terrore più dell’ignoto; il dottor ***, che la recuperò a costo di inenarrabili fatiche e, glielo riconosco, dispiegando tutti i mezzi di cui era capace, senza alcun dubbio sarebbe stato d’accordo. Venuto a capo di quel modesto mistero, recuperai rapidamente tutti gli antichi pregiudizi sul dottor Freud; il fatto stesso che la cura avesse funzionato precludeva a futuri miglioramenti, e mi trovai così a dirmi, sempre più spesso man mano che le sedute si moltiplicavano, che di ben scarso aiuto mi era la scienza del dottor ***. D’altro canto, mi dico adesso, cosa pretendevo che arguisse da un volto confuso dalla lontananza nel tempo e nello spazio e da una parola tanto pedestre?

Pochi giorni prima di partire per quelle conferenze cui ho accennato, e rinfrancato dall’assenza di ulteriori incubi, gli comunicai il desiderio di non vederlo più. Il dottor *** accettò la decisione di buon grado, domandandomi solo di chiamarlo nel caso in cui emergessero nuove, riporto le sue parole precise, “sviluppi”. Verrà un momento in cui questa parola mi suonerà sinistramente allusiva, per cui mi si scuserà per la minuzia.

Risolvere un problema è un caso fortuito che capita solo a pochi favoriti dalla buona sorte; per cui credo che non molti comprenderanno lo stato di felice fiducia in cui mi trovavo in quei giorni. Spero, per lei e per me, che lei sia una di queste.

La mia fede era (o mi pareva) talmente incrollabile che non la scalfì minimamente scoprire che l’albergo destinatomi si chiamava, appunto, “La Quiete”; piuttosto, trovai ironico che, per parlare di una delle band più rumorose di tutti i temi, mi si alloggiasse in un hotel che si chiamava così. Nello stesso sogno (che giunse quella notte) in cui la rividi, scoppiai in una risata, che si prolungò nel risveglio e che quasi mi impedì di udire Vittoria (penso di non aver ancora detto che questo era il suo nome) che diceva, più o meno, “Sto arrivando”.

La fisica quantistica sostiene che, dato un numero sufficientemente lungo di anni, tutto può accadere. Avrei dovuto forse tenere a mente questo quando, la sera successiva, dopo una disquisizione sulla forza sovversiva di “Paranoid“, che ne coglieva la sostanza ma non ne assimilava la forma, udii la sua voce. So cosa si può pensare: un sogno è solo un sogno, e per un’allucinazione vale lo stesso giudizio. Avrebbe ragione a dire questo; ma, dato che da queste righe lei dovrà giudicare il mio comportamento, bisogna che lei sappia che, quella volta, non si trattava né dell’una, né dell’altra cosa. Potrà accertarsene tranquillamente controllando nel registro degli ospiti, e trovandovi il nome di Vittoria omissis. La incontrai la mattina seguente, mentre entrambi eravamo in fila per un’insapore colazione continentale.

[continua qui]

Advertisements

8 thoughts on “Alcuni dischi per il mercoledì

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s