Placebo, dolore ed altre scherzi del cervello (Parte II e no, purtroppo per voi non ultima) – Gaberricci’s Anatomy

L’effetto placebo, dicevamo, esprime al meglio le sue potenzialità quando viene utilizzato per trattare il dolore. Questo, aggiungevamo, perché il dolore ha una componente fortemente emotiva, e ciò lo differenzia da molti degli altri sintomi con cui i medici devono confrontarsi (ma non da tutti: il tremore essenziale, ad esempio, aumenta quando il paziente è sotto stress).

Perché il dolore ha questa caratteristica? Prima di rispondere a tale domanda, dobbiamo compiere due operazioni che per qualcuno potrebbero risultare problematiche:

  1. venire a capo di un quesito preliminare: che cos’è il dolore?
  2. accettare la teoria darwiniana dell’evoluzione.

Darò per scontato il secondo punto (di cui magari parleremo un’altra volta, che ho una mezza idea di fare una recensione dello splendido “Il caso e la necessità” dopo essermelo riletto). Il primo, invece, merita una riflessione approfondita.

La IASP (International Association for the Study of Pain), in una definizione del 1986 diventata classica e poi accettata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha definito il dolore:

un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno

In questa definizione ho evidenziato due termini perché ci dicono qualcosa di importante: il secondo, che non raccontavo balle quando dicevo che il dolore è una sensazione anche emotiva; il primo, che però è innanzitutto una sensazione. Ossia, qualcosa che possiamo percepire con i nostri sensi; più precisamente, credo che il dolore sia descrivibile come un “sottosenso” del tatto (ma è un mio pensiero: se non siete d’accordo, fatemelo sapere).

Perché, quando avviciniamo una matita ben temperata ad un dito, la sentiamo “pungere”? Che cos’è, a livello essenziale, che ci permette di accorgerci che c’è un peso o, che è lo stesso, che qualcosa sta esercitando una pressione contro una zona del nostro corpo? La risposta è in una parola di pronuncia non eccessivamente difficoltosa: meccanocettori.

I meccanocettori sono dei piccoli corpicini (ne esistono di quattro tipi) che sono distribuiti (con maggiore o minore densità) su tutta la superficie del nostro corpo e che sono contattati dalla porzione terminale di un nervo. I nervi sono formati dai prolungamenti (gli assoni) delle cellule che costituiscono il sistema nervoso (i neuroni) e non sono altro che cavi elettrici: attraverso di loro scorre una corrente, che, nel caso delle sensazioni, è diretta agli organi del sistema nervoso centrale, l’encefalo ed il midollo spinale (vale il contrario nella caso della motilità: l’impulso elettrico proviene dagli organi del sistema nervoso centrale ed è diretto ai muscoli, che sono dei motori elettrochimici). Questi due organi provvedono poi ad interpretare il segnale elettrico che i nervi hanno loro inviato; al di là di alcuni casi piuttosto semplici (come quello dell’arco riflesso (1)) come facciano ad interpretarli è, almeno al lume delle mie povere conoscenze, ignoto. D’altronde, la domanda cardine delle neuroscienze è: come emerge la mente dal cervello? (vedi qui, in particolare al punto 2)

La differenza di potenziale, all’interno del neurone e quindi dell’assone, è creata dal movimento di ioni, cioè specie atomiche dotate di carica elettrica: in particolare, entrano in gioco tre ioni positivi, il sodio, il potassio ed il calcio, ed uno negativo, il cloro. Sorge qui un problema: ogni cellula, compreso il neurone, è racchiusa da una membrana, che è un ottimo isolante. Per ovviare a questo, qui e lì nella membrana sono presenti alcune proteine che svolgono la funzione di “canali” (ed in effetti, si chiamano appunto proteine canale): quando sono aperti, questi canali si riempiono di acqua che, come è noto, è un ottimo conduttore, e che permette a sodio, potassio, calcio e cloro di fare avanti ed indietro a loro piacimento, rendendo il neurone un condensatore carico.

Un punto interessante è che i canali non sono proteine esclusive dei neuroni: li possiedono le cellule muscolari del bicipite, del tricipite e di tutti gli altri muscoli che ci permettono di muoverci, quelle del cuore, quelle che producono l’acido cloridrico di cui è pieno il nostro stomaco ed anche i meccanocettori. Cosa provoca l’apertura di uno di questi canali? Parecchie tipologie di stimoli, non ultimo lo stesso stimolo elettrico; nel caso dei meccanocettori, è la pressione stessa ad aprire il canale, in modo appunto meccanico. In altri termini: il peso appoggiato sulla vostra spalla, o la pressione esercitata da chi vi stringe la mano, “strizza” i canali presenti sui meccanocettori di quella parte del vostro corpo. Sodio, potassio, cloro e calcio non sono presenti alla stessa concentrazione dentro e fuori dalla cellula; quando si vedono la strada aperta, cercano di distribuirsi nel modo più entropico che conoscano, come prevede il secondo principio della termodinamica (ed il buon senso): quindi, vanno da dove sono più concentrate a dove lo sono meno. Nel far ciò, alterano il potenziale elettrico presente all’interno del meccanocettore stesso e, di conseguenza, quello della terminazione nervosa che lo contatta. Moltiplicate questo processo per alcune migliaia, aggiungete un po’ di attività nervose cosiddette superiori ed avrete un “Ehi, che stretta di mano vigorosa!”.

Il dolore non ha una via di trasmissione diversa: anch’esso viaggia su nervi ed assoni che sono, tuttavia, anatomicamente distinti rispetto a quelli che portano altri tipi di sensazione. Nel midollo spinale, le “vie del dolore” si trovano nella porzione laterale di ciascun “emimidollo” (e si accompagnano a quelle che recano le informazioni termiche: scelta vantaggiosa, se ci pensate, viste le possibili conseguenze sgradevoli che potremmo avere lasciando per troppo tempo la mano su un fornello acceso), mentre le “vie del tatto” in quelle posteriori; può essere curioso notare che invece, a livello superiore, le due vie convergano sulla stessa zona dell’encefalo. Inoltre, dolore e tatto si differenziano uno dall’altro perché il dolore non ha suoi recettori specifici: ciò che la sensazione che provoca il dolore “strizza” sono direttamente i canali di alcune terminazioni nervose, che terminano libere nella nostra cute. Per motivi storici (si era in passato ipotizzato che i recettori dolorifici esistessero davvero) tali terminazioni nervose libere prendono il nome di nocicettori.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, perché, allora, non proviamo dolore ogni volta che accareziamo il bel volto del nostro partner (e perché lui, a sua volta, non urla improperi, invece che dolci parole d’amore): è tutta una questione di soglia.

Provate a pizzicarvi dolcemente il dorso della mano. Provate dolore? Verosimilmente no: questo perché, così facendo, avete “strizzato” pochi dei canali dei vostri nocicettori; per essere più precisi, troppo pochi perché si creasse una corrente sufficiente ad essere trasmessa lungo tutto il nervo. Il potenziale che si genera in un neurone in risposta ad un determinato stimolo, infatti, è un fenomeno “tutto o nulla”: se raggiunge una certa differenza di potenziale (il potenziale soglia, appunto), o, in altri termini, se entrano (o escono) “abbastanza” ioni, allora riesce a propagarsi lungo tutto l’assone; se non lo raggiunge, invece, il potenziale è destinato ad esaurirsi poco lontano dallo stimolo che l’ha generato, ben lontano dall’encefalo, che è dove ogni sensazione diviene cosciente. Se volete farvi male davvero, dovete pizzicarvi più forte e, magari, torcervi anche la pelle e, così facendo, aprire più canali. Io, però, non ve lo consiglio.

Non vi avrei mai consigliato, se è per questo, di giungere fin quaggiù, solo per vedere che le domande cui vi avevo promesso di rispondere all’inizio di questo articolo non troveranno risposta nella presente puntata di questa rubrica ma (lo spero) nella prossima. Spero di non star abusando della vostra pazienza e mi scuso se ho sparlato troppo; gli argomenti che ho trattato in questo articolo sono spiegati, con più dovizia di particolari e, probabilmente, con maggior chiarezza, nei seguenti testi (casualmente, gli stessi che io ho usato per preparare taluni esami universitari):

  • F. Conti (a cura di), Fisiologia medica, 2 voll., Edi-Ermes, ultima edizione 2010;
  • S. Adamo et al., Istologia di Valerio Monesi, Piccin, ultima edizione 2012;
  • L. Cattaneo, Anatomia del sistema nervoso centrale e periferico dell’uomo, Monduzzi.

Questi maestri mi scuseranno se ho semplificato troppo; voi, spero, se l’ho fatto troppo poco.

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5 thoughts on “Placebo, dolore ed altre scherzi del cervello (Parte II e no, purtroppo per voi non ultima) – Gaberricci’s Anatomy

    • E non a caso ti insegnano che non sono scale “criticabili”: se il paziente ti dice che sente male “dieci su dieci”, devi tenere per buono che per lui è così.

  1. Confermo sul fatto che il dolore abbia soglie, e livelli, molto soggettivi.
    Personalmente, soffrendo (putroppo) di calcolosi renale, posso affermare che una colica renale sia quanto di più doloroso possa capitare ad una persona.

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