Alcuni dischi per il mercoledì – Finale

(la prima parte la trovate qui)

La riconobbi.

Attesi che lei riconoscesse me: bramavo una di quelle insignificanti conversazioni tra vecchi amanti, che l’avrebbe rigettata in quell’angolo immemore del mio cranio dove aveva soggiornato fino a quel momento. Quella conversazione, e questa è la causa di ogni mia disgrazia, non avvenne, perché lei, con mio disappunto, non riconobbe me.

Quel giorno, il mio confronto tra l’insuperato Ozzie Osbourne ed il vigoroso Ronnie James Dio non fu sistematico quanto avrei voluto; ancor meno, lo fu quella che doveva essere la mia lectio magistralis, sulla potenza che di un pezzo come “Iron man“. Di quest’ultima mancanza, non ho tutte le colpe: quella notte avevo infatti sognato che Vittoria apriva il mio petto e ne cavava il cuore, ancora pulsante ed imbevuto di sangue, e che la cosa, incoerentemente, invece di darmi la morte, se non altro per paura, infondeva in me nuovamente quel miracoloso sentimento che provavo quando avevo messo piede in quell’albergo. Mi svegliai, mi dissi che avrei dovuto pensare soltanto al cavallo di battaglia dei Sabbath; e, badi, ci sarei anche riuscito. Ma, mentre uscivo, udii Vittoria dire al portiere che era lì per un concorso per non ricordo quale posizione nel locale ospedale (che, sciocco!, non sembrava decisamente essere abbastanza importante da ospitare un reparto di cardiochirurgia. Ma è un’idea che si è affacciata alla mia mente solo ora, mentre ripensavo a quel momento).

Bisognerebbe credere alle coincidenze, checché ne dica uno degli eroi della letteratura popolare contemporanea; ma un uomo che sogna di essere scrittore, come io sono, non dovrebbe accettare il ripiego consolatorio del giornalismo o della critica musicale, come io ho fatto. Prima o poi, tutta l’immaginazione che ha provato a reprimere o a trasformare in trista ironia finisce per saltargli alla gola. Mi convinsi di star vivendo in un racconto di Borges o ne “I fiori blu” di Raymond Queneau; in preda alla disperazione, chiamai il dottor *** il quale mi diede, credo, un consiglio dettato più dal buon senso che dai suoi studi, invitandomi a considerare (appunto) una coincidenza solo una coincidenza, ed a concentrarmi, piuttosto, sul motivo per cui ero giunto fin laggiù.

Mi applicai a tale compito con tale impegno che la mia ultima prolusione, sulle pietre miliari della discografia sabbathiana, fu un successo; e che, quella notte, sognai Vittoria che mi diceva: “Se non mi vuoi, andrò via”.

Avrei ceduto al trionfo, se non mi avesse svegliato il suono di un’ambulanza, giunta solo a constatare che nel sonno Vittoria aveva avuto un arresto cardiaco fatale. Non dovrei confidarglielo, ma pensai allora che forse il mio cuore lo stava prendendo perché le serviva.

Conosce “Metropolis pt. 2“, il capolavoro dei Dream Theater? Non voglio raccontarglielo, per non privarla del piacere del suo ascolto; so che forse (è quel che spera il mio avvocato, in effetti), nel leggere quanto sto per dirle, penserà che io sono un alienato, incapace di distinguere tra la realtà e la finzione, ma in esso si racconta, essenzialmente, di uno psicanalista assassino. Che uccide una donna di nome Vittoria.

Vostro Onore, lei mi chiede se sono stato davvero io ad uccidere il dottor ***. Questo, al momento, mi sembra irrilevante e ridicolo al massimo grado.

Ciò che conta è che, nonostante tutto, io ritengo con certezza, e per questo confesso, di essere stato l’assassino di Vittoria omissis.

Merito il massimo della pena.

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