Coincidenze

Il 6 aprile del 2009, come molti di quelli che abitavano a L’Aquila (verosimilmente, anzi, come tutti quelli che vi abitavano e possedevano un cellulare) ricevetti molte telefonate.

Le prime giunsero da altre persone che vivevano lì, con le quali avevo fatto amicizia davanti ad una fotocopiatrice e insieme alle quali avevo vissuto il lungo sciame sismico che precedette quella notte. Ridemmo; ridemmo per scacciare la paura e la tensione; ridemmo per non pensare che non era vero, che quella scossa, rispetto alle altre, era stata solo più intensa. Credo che ci siano poche cose, di cui ci siamo pentiti come di questa; personalmente, al pentimento giunsi quasi subito, quando S. fece squillare il mio telefono per dirmi che L. non le rispondeva (L., purtroppo, non le avrebbe risposto mai più). Negli stessi momenti, probabilmente, lontano da lì, qualcuno stava ancora ridendo. E non per sdrammatizzare.

Ad un certo punto, credo tra le cinque e le otto e mezza di quella notte passata in gran parte in bianco, i cellulari si azzitirono tutti insieme (le linee non erano mica quelle di oggi, e non c’era Facebook per far sapere a tutti i tuoi amici che stavi bene). Alle otto e quaranta, finalmente, una persona che cercava di sapere come stavo da quando aveva sentito la notizia, riuscì a mettersi in contatto con me. Mi chiese solo “Stai bene?”, e quando io dissi sì, scoppiò a piangere e mise giù.

Ho compreso pienamente quel sollievo solo venerdì, quando ho ricevuto un messaggio da Valentina. Io e lei abbiamo preparato insieme prima la tesi, e poi il concorso per le scuole di specializzazione. In quei giorni, il posto dove oggi ci troviamo tutti e due ci sembrava un irraggiungibile paradiso, e non il frustrante purgatorio che in realtà è; parlando delle scarse speranze che riponeva nella possibilità di raggiungerlo, Valentina ripeteva spesso una frase del “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coehlo: “Il guerriero della luce crede nei miracoli. E siccome ci crede, i miracoli avvengono”.

Non mi sono mai sentito un miracolato (nemmeno dopo il terremoto dell’Aquila), e, francamente, quando qualcuno dice “credo nei miracoli”, l’unica cosa che mi viene in mente è “Baila” di Zucchero; non credevo, quindi, che le avrei mai ricordato quella frase, con intento diverso dall’ironia. Ed invece l’ho fatto. Venerdì, appunto.

È stato Tiziano, che insieme a me e a lei instituì il fantasmagorico trio di cui ho già parlato in passato (qui, ad esempio), a spingermi a scrivere a Valentina; è stato lo stesso Tiziano a ricordarmi, sabato, che un uomo era morto. Un uomo che si chiamava Federico, come il ragazzo che pianse al telefono la mattina del sei aprile; e che è nato e vissuto, prima che qualcuno decidesse che lo aveva fatto fin troppo, in Spagna. Dove si trovava Valentina, quando il mio messaggio l’ha raggiunta.

Usualmente, non credo che nelle coincidenze operi qualcosa di diverso dal senso dell’umorismo di un’entità inesistente, quale è il Caso, e dalla nostra innata necessità di connettere e dare un senso ad eventi che sono tra loro indipendenti. D’altronde, le coincidenze sono come le barzellette, tutto dipende da come le racconti: Federico era spagnolo, ed è morto di morte violenta; Valentina si trovava in Spagna, proprio a Barcellona, quando, ben lontano da lei, ma abbastanza vicino perché chi non sapeva non temesse, l’ennesimo ragazzino ha rubato un furgone e l’ha usato per uccidere 13 persone e ferirne oltre 80. Ma Federico è morto a Granada, e Granada è ben lontana da Barcellona: anzi, come ha notato mio fratello, quando mia madre ha avanzato alcune rimostranze sul mio prossimo viaggio in Andalusia, se nel 2014 le cose fossero andate diversamente, oggi non farebbero neppure più parte dello stesso stato. Soprattutto, Federico e Valentina non hanno mai calpestato il suolo della penisola iberica (e nemmeno quello di qualunque altro luogo della Terra, se è per questo) in contemporanea: Federico, infatti (che, ve lo dico anche se so che lo avete capito, è il poeta Federico Garcìa Lorca), è morto il 18 agosto del 1936, ben prima che Valentina ed i suoi genitori nascessero, e che i suoi nonni smettessero di giocare col cavallo a dondolo (se lo avevano, visti i tempi difficili in cui furono bambini).

Raccontata in quest’altro modo, si troverebbe nel giusto chi affermasse che rimane ben poco ad accomunare le loro storie; quel ben poco, tuttavia, è qualcosa di importante e mi sorprende che, nelle ore convulse che hanno seguito l’attentato, quando fiumi di inchiostro e di pixel sono stati versati in resoconti, opinioni, analisi, nessuno paia averlo rimarcato: e cioè, che l’uno è morto, e l’altra ha rischiato, se non di morire, quanto meno di farsi molto male, per lo stesso motivo. Non parlo dell’Islam, che pure da Granada dominava quasi tutta la Spagna, e che solo un atto violento (come il nome di Reconquista, per altro, denota: d’altronde, anche gli uomini che gli spagnoli mandarono in Messico e Sud America erano conquistadores) scacciò; parlo, piuttosto, del fascismo.

Tutti i commentatori che se ne sono occupati (ma probabilmente lo avrebbero fatto anche i cronisti sportivi, se qualcuno avesse chiesto di dire la loro) non hanno saputo fare a meno di sottolineare che l’attentatore di Barcellona, Younes Abouyaaqoub, era immigrato e di religione musulmana. Personalmente, ritengo queste informazioni di qualche interesse per l’ufficio anagrafe, e di nessuno per la gloria delle cronache; ritengo pure che, a spiegare il suo comportamento, ci aiuterebbero molto di più altre sue generalità: come, ad esempio, l’età. Abouyaaqoub aveva solo ventidue anni; mio fratello ne ha ventitré, e penso che non gli sia mai venuto in mente di rubare neppure un camion giocattolo; questa diversità, credo, potrebbe trovare una qualche spiegazione indagando i diversi ambienti (no, non parlo delle famiglie) in cui i due ragazzi sono cresciuti. Ma di questo ho già parlato, e non è il caso di ripetermi.

Nessuno di loro, invece, ha ancora rispondere ad una domanda: e cioè, perché dei giovani, che sono stati cresciuti (e, dice qualcuno, pasciuti) dalla libera e democratica Europa, continuano a trovare così affascinante la proposta totalitarista di una forza come l’ISIS, che del fascismo abbraccia pienamente ideologia e simbolismi? Cosa li porta a combattere, e non di rado a morire, per un progetto follemente dittatoriale, che per altro riguarda ambienti che sono lontanissimi dalle loro case (non è che qualcuno per caso crede alla storiella dell’invasione, vero)? Io credo che la risposta sia una sola: marketing. E non sto parlando della propaganda dell’ISIS, che per altro si è dovuta parecchio ridimensionare, negli ultimi tempi; sto parlando della pubblicità che si fa al razzismo, al farsi giustizia da soli, alla prevaricazione sull’altro uomo. Non è con la Boldrini che “li difende”, che dovete prendervela; è con chi afferma che il fascismo è un’ideologia come un’altra, e che merita il rispetto che meritano tutte le altre.

Non so come vadano le cose in Spagna (o in Belgio, o in Germania) ma discorsi platealmente fascisti, in Italia, sono considerati pienamente accettabili su qualunque bacheca Facebook, e sulla maggior parte dei giornali nazionali e dei talk show di prima serata. È per questo, più che per qualsiasi altra considerazione di carattere geopolitico, che io sono sorpreso dal fatto che qui non ci sia ancora stato alcun caso di terrorismo: perché nulla è più facile, oggi come oggi, che essere affascinati dal fascismo, e quello di cui oggi tutti parliamo è terrorismo nero al pari di quello che mise le bombe a Bologna o a Brescia. Con la notevole aggravante che chi mette le bombe, oggi, è doppiamente sfruttato e ingannato (questo lo rende meno responsabile? Certo che no).

Prima, da chi si appropria della sua rabbia (per certi versi, giustificata, se non giusta) e, raccontandogli palle su Allah e Maometto, lo porta ad uccidere per i suoi fini; e, poi, da chi, dopo avergli spacciato la sua razione di fascismo quotidiano, va sulla prima pagina del giornale che dirige ad urlare che è una “fottutissima bestia”. Lo è? Forse. E la sai una cosa? Anche quelli che hanno comprato questo best seller, che hai venduto col tuo giornale, potrebbero diventarlo.

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12 thoughts on “Coincidenze

  1. I recenti fatti legati all’ISIS mostrano come l’età media degli attentatori sia in effetti molto bassa. Questo può essere secondo me spiegato con il plagio delle menti, non per niente gli Imam fondamentalisti rivestono un ruolo primario nelle architetture di questi attentati.
    Il fatto che vengano tollerati è il primo errore: molti Imam (come spesso testimoniato anche con filmati) predicano l’odio, ed è facile intuire come giovani menti possano essere facilmente plagiate da questo modo di pensare.

  2. Le bacheche belghe e spagnole sono come quelle italiane, per quel che vale. Su questa violenza verbale (e non solo) oggettivamente fascista sto meditando di scrivere anch’io. Prima o poi.

  3. Alcuni anni fa un giornalista parigino fece un esperimento: telefonò ad alcuni alberghi e chiese se avevano libera una stanza, dicendo che si chiamava Mohamed. Gli alberghi erano tutti occupati. Dopo 5 minuti richiamò dicendo che si chiamava François… miracolosamente le camere erano libere! Non voglio giustificare nessun terrorista ma ho il sospetto che il fascino fascista dell’ISIS faccia presa su questi adolescenti di seconda generazione perchè, dopo che la società gli ha proposto certi modelli di vita, loro si accorgono che la stessa società li considera e li considererà sempre cittadini di Serie B da tenere nei ghetti. Non dimentichiamo che l’ISIS chiede loro, mentre uccidono decine di innocenti, di farsi uccidere loro stessi. Se a ventidue anni accetti, non solo di rubare un camion e uccidere degli innocenti, ma anche di morire tu stesso vuol dire che il tuo disagio e la tua disperazione sono davvero grandi. Temo che il marketing di questi imam dell’ISIS faccia presa più per disagio e disperazione che per il fascino fascista.

    • Io lo dico sempre con un esempio prpvocatorio: sei stato maltrattato per una vita da un certo gruppo di persone, ed ad un certo punto arriva qualcuno che ti dice “Ti do la possibilità di vendicarti di questa gente… e se muori mentre lo fai, andrai in un paradiso pieno di latte, miele e ragazze facili e sempre vergini”. Tu che faresti?

  4. “[…] perché dei giovani, che sono stati cresciuti (e, dice qualcuno, pasciuti) dalla libera e democratica Europa, continuano a trovare così affascinante la proposta totalitarista di una forza come l’ISIS, che del fascismo abbraccia pienamente ideologia e simbolismi?” … domandone da un milione di dollari (anche se non so a quanto ammonti il cambio al giorno d’oggi). Si, il tuo discorso fila… personalmente credo anche sia questione di una totale mancanza di punti di riferimento che porta tante giovani menti a farsi plagiare e plasmare dal miglior propagandista di certezze… e questo, a ben pensarci, può pure essere ricondotto a una questione di “marketing”. Altro problema che rilevo è che ce la prendiamo con l’ISIS… perchè le sue violenze sono macroscopiche e perchè “conviene” prendercela con il diverso e non ci rendiamo conto di quanta violenza ci sia nel microscopico mondo che ci circonda quotidianamente… le parole, ad esempio, sono di una violenza inaudita. Ti chiedo scusa per il commento un po’ sconclusionato, sono ancora in fase di eleborazione sull’argomento e ho intenzione di scriverne più compiutamente. P.s. Sempre un piacere leggerti

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