Dagli amici…

Dice la saggezza popolare:

dagli amici mi guardi Dio, dai nemici mi guardo io.

Ora: ammetto di aver avuto, soprattutto in passato, dei grossi problemi riguardo ciò che portava appiccicato l’aggettivo di popolare, e di averci messo del tempo a rendermi conto che non era sinonimo di approssimativo e, neppure, di nazionalpopolare (che, in effetti, è ciò che temevo di trovare tutte le volte che mi approcciavo a qualcosa di popolare). Per un certo periodo della mia vita (intorno ai diciotto anni, ovviamente), poi, più per vezzo che per reale convinzione, ho professato un ostinato rifiuto nei confronti di detti, proverbi, modi di dire: doveva essere figlio della lettura assidua del commissario Montalbano di Andrea Camilleri, che ha una simile idiosincrasia, e l’unica scusante che posso addurre, ora che son passati quasi dieci anni, è che ero in quel periodo della vita in cui pare possibile ed addirittura auspicabile assomigliare ad un personaggio letterario.

Col tempo, mi sono dovuto rassegnare a tornare ad usarli, i proverbi, se non altro perché la sapienza degli antichi ne possiede talmente tanti che credo non esista una situazione che non possa essere perfettamente sintetizzata da uno di loro (le nostre nonne, in fin dei conti, ci dicevano con ugual convinzione che “chi non risica non rosica” e che “la curiosità uccise il gatto”). Oggi è il giorno, appunto, di “dagli amici mi guardi Dio, dai nemici mi guardo io”.

Penso che il diretto interessato non negherà, se dico che tra me ed ammennicolidipensiero c’è un rapporto di amicizia, per quanto sui generis (rapporto di amicizia di cui ho raccontato qui); e, dato che so come va l’amicizia, dovevo pur immaginarmelo che, prima o poi, amme si sarebbe prodotto in uno di quei colpi bassi che solo da un amico puoi aspettarti, una di quelle ferite che all’inizio sembrano poco più di un graffio ma che, alla fine, si rivelano essere di quella specie che descrisse tanto bene il Bardo: non sono profonde come una caverna, ma bastano.

La ferita è stata inferta ieri sera, quando amme mi ha fatto perdere una buona porzione del fegato condividendo con me quest’immagine:

 

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La prima pagina del Giornale di venerdì scorso. Il titolo più dignitoso è sicuramente quello sull’Odissea dello spazzino.

Tempo fa, parlando (in questo articolo) dell’improvvisa ondata di odio che si era abbattuta sulle organizzazioni non governative “colpevoli” di andare a salvare i migranti in mezzo al mare, avevo parlato di una “continua escalation al peggio del razzismo”, che, da quando la “bilancia migratoria” dell’Italia s’è invertita, se l’è presa, nell’ordine: con i migranti che effettivamente delinquevano (ricordo persone anche piuttosto equilibrate, quando ero bambino, proporre cure medievali per gli albanesi che praticavano la piccola delinquenza); poi, con i migranti tout-court, escludendo i bambini fintanto che non ci si è resi conto che potevano essere oggetto di “un’empatia da social, piagnona e pelosa, ma pur sempre empatia”; quindi, con quelle persone che ritengono che la vita sia sacra non solo quando sta ancora nell’utero di una donna o appiccicata con lo sputo ad un ventilatore artificiale, ma sempre, e che quindi, di vite ne hanno salvate parecchie, fottendosene di ogni altra considerazione e svolgendo un lavoro che, se invece che ai migranti avessere arrecato beneficio a cagnolini o alberi della foresta amazzonica, sarebbe stato accolto dal plauso generale. Già in questo, per altro, si vedeva in nuce ciò che è andato in scena a Roma giovedì e, poi, su ogni rete televisiva e bacheca Facebook a partire dal momento in cui il primo idrante è stato aperto: e cioè, la tecnica demenziale di prendercela, certi di essere nel giusto, con chi si sta facendo carico di un nostro dovere.

Partiamo da un dato di fatto: nulla fermerà i flussi migratori, nessun accordo, tavola rotonda, cannoneggiamento delle navi di Medici senza frontiere; verosimilmente, se prendessimo la Libia e la rimorchiassimo fino alle Isole Comore, ebbene, continueremo comunque ad avere degli sbarchi di immigrati. Intanto, perché l’uomo è, allo stato di natura, un animale migratore (per questo, per altro, personalmente ritengo il nazionalismo, oltre che esiziale, anche innaturale: se l’uomo non avesse seguito la sua naturale inclinazione al viaggio, non ci sarebbe mai stata nessuna sacra etnia italiana); in secondo luogo perché, benché Belpietro, Feltri, Sallusti e compagnucci ce la stiano mettendo tutta a convincervi del contrario, gli eritrei che sono stati scacciati a calci da palazzo Curtatone ed i siriani che ospita (con vostro scorno) la parrocchia vicino casa non sono qui in ferie, non sono andati al loro consolato a farsi rilasciare un visto turistico, non hanno prenotato un volo low cost sul sito della Ryanair, non hanno scelto su Tripadvisor il palazzo da andare ad occupare. Quando sono partiti, verosimilmente, non sapevano neanche se Roma si trovava alla loro destra o alla loro sinistra (ed è per questo che hanno acquistato uno smartphone: che noi, senza Google Maps, non ritroverremmo neanche dove abbiamo parcheggiato l’auto, figurarsi la strada in mezzo al Sahara). E, vi parrà incredibile, ma, nel momento in cui giungono sulle nostre coste e chiedono aiuto, noi dobbiamo aiutarli: cosa che non facciamo, o che crediamo di fare affidando questo delicato compito a dei criminali, per di più fascisti (l’inchiesta Roma Capitale vi dice niente?); tuttavia, quando qualcuno (magari i migranti stessi), si fa carico di questo compito, gli impediamo di portarlo a termine e, per sovrappiù, lo additiamo anche al pubblico ludibrio, chiamandolo “buonista”, “interessato” o, addirittura, “criminale”.

Ecco: da quando il problema dell’immigrazione è esploso in tutta la sua gravità, è in corso una progressiva santificazione dell’egoismo ed una parallela criminalizzazione dell’umanità. Umanità, già: rispondendo a questo bell’articolo di Sherazade, mi chiedevo dove diavolo è finita, se non è forse morta con Vittorio Arrigoni (che non per caso per le grandi firme del Giornale era un nemico giurato) e con il suo invito a restare umani, in qualunque circostanza. Palazzo Curtatone, prima che quei disperati ci andassero ad abitare, era un palazzo sfitto, uno dei molteplici scheletri di cemento da cui è popolata la nostra penisola; quei migranti gli hanno dato un’utilità, l’hanno recuperato e, in un certo modo, reso vivo. Da quel che è dato sapere, al di là dell’occupazione, nessun altro crimine è stato contestato a queste persone; per cui, questo sgombero risponde allo stesso principio del plauso verso coloro che sparano a chiunque cerchi di entragli in casa: mette il rispetto della proprietà privata al di sopra del rispetto della persona (ed è il Giornale stesso a rivendicarlo). Evidentemente, per il sindaco Raggi, per il ministro Minniti, per i giornalisti che hanno applaudito l’operazione, è meglio, più decoroso e più giusto, avere delle persone che dormono in strada, piuttosto che lasciare che quelle persone vadano a ripararsi in un palazzo che sta dietro la stazione Termini ad ammuffire.

Da quando ho sentito De Gregori cantarlo, so benissimo che la legge e la giustizia sono due cose distinte e, spesso, antitetiche; non sempre far quello che dice la legge è fare la cosa giusta. Proprio per questo, non ho mai sopportato la retorica della legalità che in quest’occasione, ha toccato un nuovo, aberrante, ma purtroppo, temo, non ultimo, minimo storico, trasformando chi, ai tempi in cui si discuteva di quel sottile filo rosso che andava dal datore di lavoro di chi ha composto quel titolo ad una questura di Milano, era un garantista d’acciaio, in un giustizialista che, verso chi compie il riprovevole delitto di non pagare l’affitto, invoca l’intervento della Madonna del manganello.

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26 thoughts on “Dagli amici…

  1. E allora cito anch’io: “Amicizia è non dover mai dire ‘mi dispiace'” … le sofferenze son più leggere se condivise, no? Mica potevo tenerti nascosta una perla simile! 😉
    Scherzi a parte, ti ricerco un bellissimo articolo uscito su internazionale qualche tempo fa sull’inevitabilità delle migrazioni e sui vantaggi che queste portano alle società. Spero di ritrovarlo.

  2. Una mia parente ora deceduta, ha vissuto per anni in indigenza con una invalidità del 100%. La mia famiglia dava il possibile ogni mese per supplire alle sue necessità, compresa una badante 24/7.
    La parente viveva in affitto, per ANNI abbiamo chiesto aiuto al Comune per un alloggio più adeguato come qualità della vita e come costi mensili (gli alloggi popolari, per intenderci), ma ci è SEMPRE stato negato.
    Vedere ora che ci si fa in quattro per aiutare gli immigrati da un lato lo trovo giusto (aiutare chi ne ha bisogno è sempre giusto) ma non lo trovo equo, perché ci sono migliaia, forse milioni di italiani che avrebbero bisogno delle stesse attenzioni, ma a loro vengono negate.

  3. Chiedo scusa se il mio intervento risulterà poco umano, ma se una persona non paga l’affitto chi tutela i diritti del proprietario? Al di là di chi non ha soldi e del fatto che debbano essere le istituzioni a tutelare gli indigenti, chi possiede una proprietà paga fior di soldi in tasse e dover pagarle per qualcuno che non ha (o non vuole) darsi da fare mi sembra ingiusto. Se affitto casa mia lo scopo principale non è quello di guadagnare e vivere di rendita, ma di sopperire principalmente alle spese che comporta il possedere una seconda casa. In un anno se ne vanno dai 1000 euro in su solo per ripagare un diritto (quello di proprietà) che lo Stato stesso mi riconosce. Se devo pagarlo e dissanguarmi io stessa perché non posso sfrattare l’inquilino viene meno il mio sacrosanto diritto di fare della mia proprietà ciò che mi pare e piace.
    Il riferimento è ai commenti di cui sopra: se non erro è emerso per quanto concerne lo sgombero che i proprietari del palazzo erano comunque costretti a pagare i servizi essenziali di tasca loro. Contro la loro volontà- Spero di sbagliarmi ma in Italia credo si faccia della discriminazione al contrario.

    • Eccomi. Al di là del fatto che, da quel che so, il palazzo in questione è di proprietà pubblica (cioè, pagato anche con le mie tasse), ed io preferisco che venga occupato da dei profughi che non che rimanga lì ad invecchiare, il mio pensiero su ciò l’ho scritto nell’articolo: per me, la persona viene prima della proprietà. Soprattutto la persona che vive una condizione di indigenza tale.

      • Rispetto il tuo punto di vista, ma se con tanti sacrifici mi compro una seconda casa da utilizzare come investimento rimane sacrosanto il mio diritto di farci ciò che voglio. Ergo di darla in affitto, chiuderla, lasciarla marcire ecc… Se mi viene occupata o la fitto e non mi viene dato il canone, è un mio diritto chiedere lo sgombero. E’ anche vero che in Italia la discriminazione è al contrario. Perché non stilare una graduatoria dove sia italiani che profughi hanno il medesimo diritto ad una casa, ad un lavoro e ad un’assistenza? Sembra che l’essere profugo sia un privilegio che dobbiamo rispettare a prescindere. Dalle liste per gli asili alle case popolari.

      • Ovviamente, ma non può una sola nazione sobbarcarsi i problemi di tutti quei paesi che si affacciano sul mediterraneo. Nè tantomeno può garantire il massimo per i rifugiati. Nel contempo l’Italia ha (presuppongo volutamente, visto gli affari che girano attorno all’immigrazione come hai sottolineato con la questione di Mafia Capitale) dimenticato problemi che sono alla pari del rifugiato. Ergo i terremotati. Inoltre si solleva un’ulteriore questione. E’ vero che non bisogna fare gerarchie, ma credo che ci sia una grossa differenza fra un rifugiato di guerra e un rifugiato economico.

  4. Gaber, una sola, sostanziale, perplessità. Con quel che si paga in Italia di tasse, sia il profugo che la vecchietta del quinto piano dovrebbero avere una casa e la colazione a letto. Il che non é. La proprietà è per l’appunto proprietà. E sulla proprietà si pagano tasse e utenze. Il minimo in caso di occupazione è sospendere il pagamento delle prime e delle seconde. Il che, di nuovo, non é. Se poi lo stato vuole usare una mia proprietà per alloggiare i profughi sta bene. Ma mi paga un affitto. Per il fatto stesso di pretendere da me del denaro. E non c’entra col profugo, c’entra col mio rapporto con lo stato.

    • Io sono piuttosto dell’idea che, se paghiamo delle tasse, dovremmo pagarle anche per l’assistenza dei profughi. Le tasse dovrebbero essere un mezzo di redistribuzione della ricchezza e, personalmente, preferirei di gran lunga che venissero usate per alloggiare dei profughi piuttosto che, tanto per fare un esempio, per finanziare un Fertility Day.

      Cosa che, come dici tu, non è.

      • Noi paghiamo già le tasse. Che tu sia un dipendente pubblico o un privato, paghi (circa) il 50% del tuo reddito. Che non é propriamente poco. Che poi lo paghi direttamente o come trattenuta alla fonte, poco cambia. Col gettito fiscale deve essere finanziato il welfare e, quindi, l’assistenza ai poveri e, ovviamente, ai profughi. Com’è ovvio, posso essere contraria a finanziare un fertility day (e lo sono), ma anche manifestazioni che condivido. Perché come a me possono stare sulle palle le manifestazioni di Adinolfi e dei suoi, a loro possono stare sulle palle le mie. E le mie tasse valgono quanto le loro (essendo soldi, in senso stretto). Posso invece concordare sul fatto che preferirei che i soldi delle tasse venissero usati per alloggiare i profughi anziché darli a Orban o a Erdogan.

      • Lo so, pago anche io le tasse. Era per fare un esempio di un utilizzo ideologico delle tasse… ed attenzione, penserei la stessa cosa anche se i soldi delle mie tasse venissero usati per un’iniziativa che “spinge” qualcosa che penso anche io in modo altrettanto sfacciato, o per finanziare il reddito di cittadinanza nel modo in cui lo interpreta Grillo. D’altronde, la politica deve sempre fare delle scelte ideologiche: non esiste un competente in materia di politica.

  5. Voi due dovete smetterla di leggere quei giornali lì! Vi fa male alla salute. Fatevene una ragione: è come voler aprire il serbatoio di un camion di spurghi per vedere cosa c’è dentro. Appurato una volta per tutte che dentro non c’è la Nutella, non c’è bisogno di aprirne uno (e sfogliarne le pagine e i siti web) tutti i giorni! 😉

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