Non c’entrano le patate

Ho iniziato a scrivere questo articolo il 5 settembre, e poco importa se, quando lo finirò, sarà ormai il 6; perché il 5 settembre non è un giorno come tutti gli altri. Tanto per cominciare, il 5 settembre è nato mio padre, e penso sia stata una delle prime cose che mi hanno insegnato quando ho imparato a contare ed a leggere un calendario.

Il 5 settembre è nata anche (parecchi anni dopo mio padre; quanti, non lo dico per non offendere nessuno dei due) la mia amica Anita. Questa coincidenza l’ho scoperta parecchio dopo aver completato i miei studi elementari; ma non siamo qui a parlare del mio percorso accademico.

Anita è un personaggio ben noto a chi mi segue da qualche tempo; in effetti, è una delle poche persone di “fuori” di cui parli più che occasionalmente in questo blog. Non lo avevo mai notato e, dunque, non mi ero mai chiesto il motivo di ciò; la spiegazione più semplice che so darmi è che, quando non sono qui con voi, passo una quantità non indifferente del mio tempo libero insieme ad Anita. Nel periodo in cui ci siamo conosciuti, non ero ancora un devoto adepto di Mariano Tomatis; oggi che lo sono, non posso non trovare affascinante e magico che due persone così importanti per me (e che, probabilmente, alla faccia dell’oroscopo, non hanno nient’altro che questo in comune) siano nate lo stesso giorno.

C’è un uomo, che idealmente sta dritto in mezzo tra mio padre ed Anita. Dritto in mezzo nel senso che, come mio padre, anche lui lo conosco praticamente da sempre; ma, come Anita, ho imparato quale fosse la sua data di nascita solo (relativamente) di recente. Anche lui, come i due precedenti, è stato per me importante, anche se in un senso diverso. Quell’uomo si chiama Giorgio Pezzin, e c’è stato un momento in cui era, verosimilmente, il miglior sceneggiatore al lavoro sulle storie di Topolino.

Quel momento, se volete sentire me, era proprio quello giusto, perché era il momento in cui, ogni settimana, io compravo, sfogliavo e divoravo ogni pagina di quello scrigno delle meraviglie in cui Pezzin ed i suoi sodali (degni, ma non sempre in grado di competere) trasformavano una comune raccolta di derivati di cellulosa, inchiostri, colla e poco altro. Ho detto, è vero, che Harry Potter, alcuni anni dopo, mi avrebbe insegnato a leggere; ma, probabilmente, non mi avrebbe travolto con la violenza con cui mi travolse, se prima non ci fosse stato Pezzin, ad insegnarmi che, come amavo il mio pupazzo di peluche a forma di dodo e una delle molte bambine per cui vissi un amore eterno di una settimana (forse anche una settimana e mezza), avrei potuto amare anche le storie. Il pupazzo di peluche a forma di dodo è andato perso; con le donne, faccio quel che posso. Per quanto riguarda le storie… ho aperto un blog, perché volevo raccontarne qualcuna anche io. Un modo come un altro per dire che, senza Pezzin, senza i suoi viaggi nello spazio, senza le sue ricerche di antichi tesori, senza le sue imprese di zio Paperone, non ci sarebbe stata questa pagina che state leggendo; senza di lui, non sarebbe mai esistito Gaber Ricci. Una ben misera perdita, direte voi; una gran perdita, per quel che mi riguarda.

Di Pezzin, conservo gelosamente un autografo, il cui conseguimento è legato ad una storia che, purtroppo, non ha avuto un lieto fine (capita); dev’essere più o meno intorno ai giorni in cui ne venni in possesso, che risale la scoperta: anche Pezzin (piuttosto coerentemente) è nato il 5 settembre.

Amici, compatrioti, concittadini, io non vengo a seppelire Pezzin (per fortuna) e neppure a lodarlo; vengo, semplicemente, ad omaggiarlo. Per farlo, voglio (ovviamente) raccontarvi una storia (che ho già avuto modo di raccontare altrove); una storia che, di sicuro, non è la migliore storia mai raccontata (se volete leggerne qualcuna di qualità decisamente superiore, qui trovate l’elenco completo di quelle che ha scritto Pezzin) ma che dimostra, o cerca di dimostrare, che le storie non sono così inutili come si dice.

Ho tipo otto anni, sono a casa di mia nonna. È inverno (febbraio, forse?), ed io mi sono beccato un’influenza brutta, ma brutta davvero. Talmente brutta che quando a mia madre chiedo a quanto ho la febbre, lei mi risponde “Alta”, e va a nascondere il termometro mandando indietro a fatica le lacrime. Per lei, che ha sempre avuto lo spirito drammatico, sono già condannato.

Non che a me interessi molto, comunque, visto che sono da un’altra parte; e non c’entra niente il mezzo delirio in cui le temperature equatoriali del mio corpo mi hanno gettato. No: il fatto è che è mercoledì. Il che per me significa una sola cosa: giorno di Topolino, che da tipo quattro anni è per me diventato più che un appuntamento. Direi un rito, inteso nel suo senso religioso. A cui certo non può sottrarmi qualche linea (di troppo) di febbre.

Si avvicina la notte; mia nonna, che in quanto ad ottimismo non va seconda a nessuno, e per di più fa di cognome Scarpetta, mi sembra che già mormori “Ha da passà ‘a nuttata”. Ed io continuo a leggere: ho trovato una storia bellissima, col mio personaggio preferito, Topolino (solo con i primi schiaffoni della vita avrei imparato ad apprezzare Paperino), che interpreta un cowboy, e c’è il commissario Basettoni che deve gettare i binari di una ferrovia, e Gambadilegno che gli mette i bastoni tra le ruote dall’interno, e ci sono gli indiani, per cui io ho sempre fatto il tifo, che sono buoni, e Topolino va a salvare un tipo che è stato rapito, e poi riparte per cercare Minnie, perché ci sono altre storie della stessa serie, e… e poi mi tolgono il Topolino, maledette, dicendomi che devo dormire, e per sovrappiù decidono di ricorrere a qualche rimedio della tradizione popolare, ed affettano una patata e con una pezzuola mi fissano le fette alla fronte. Così, il giorno dopo, starò meglio, pare (ho scelto Medicina, forse, solo per dimostrare che erano in torto marcio). Mi addormento sognando le grandi praterie e le mandrie di bufali.

Sono medico, il che significa che quella febbre non mi ha ucciso; sono anche uno scrittore per diletto, il che significa che quella storia mi ha segnato (ed anche le altre). Devo riconoscenza alla Disney, e per questo ho ricominciato a comprarne le “robe”, appena iscritto all’università. Per questo, e per non impazzire tra un’angina pectoris ed un rene a ferro di cavallo.

Esattamente quindici anni dopo quella brutta influenza, metto le mani su un Disney Big (raccolta antologica di vecchie storie di Topolino). E dentro, ritrovo quella storia: si intitola Topolino ed il cavallo di ferro, bella esattamente come me la ricordavo. Guardo gli autori, ma solo per conferma. I vecchi amici uno li riconosce a vista.

Mia nonna, a distanza di anni, e nonostante le molte prove contrarie che le ho prodotto, continua a sostenere che sono state quelle patate, che avrei preferito se avesse fatto fritte, a salvarmi la vita. Io ho un’altra idea: secondo me, è stato Giorgio Pezzin.

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11 thoughts on “Non c’entrano le patate

  1. Io quando ero ammalato sfogliavo e rimiravo le mie raccolte di figurine, pur apprezzando anch’io la lettura di Topolino, che ora non sfoglio più da anni. Ma molte storie me le ricordo ancora, tipo quella de “i funghi dei nibelunghi”.

  2. Post stupendo! Anche io amavo Topolino, ed i fumetti in generale. Non ho mai approfondito le “mani” dietro ai disegni che hanno animato tante delle mie giornate e dei viaggi in macchina sul sedile posteriore (con tanto di ceffoni perché poi mi lamentavo del mal d’auto), ma non è mai troppo tardi per iniziare. PS: non significa un bel niente, ma anche io sono nata il 5 Settembre… 😀

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