Un solo caso per don Osvaldo Avilés (per ora) – EpisodioQ 1 di 2

“Mi faccia indovinare” disse Osvaldo Avilés “lei viene dai Burgos, non è vero?”.

“Sì” rispose il nuovo arrivato, speranzoso “suppongo l’abbia dedotto osservando il particolare tipo di fango presente sui miei stiv…”.

“In realtà perché, signor Lengère, c’è la sua foto” (corredata da un ampio profilo biografico, pensò a margine) “su tutti i principali giornali nazionali” rispose Avilés, porgendogliene uno in cui era definito “futuro erede della più grande proprietà fondiaria del Sud Est”.

Il titolo sembrava lusinghiero, e probabilmente lo era, pur essendo il Sud Est del Paese, in generale, ed i monti Burgos, in particolare, poco più fertile di un freddo deserto di rocce e, fino a quel momento, non ancora benedetto dalla fiorente industrializzazione che, altrove, mostrava già allora i suoi evidenti benefici al resto della Nazione. Nessuno dei due, ovviamente, sapeva ancora nulla della speculazione edilizia che avrebbe reso Lengère immensamente ricco e, sia pure per un breve periodo, di nuovo degno delle prime pagine.

Lengère, tuttavia, quel giorno parve non notare neppure il futuro di gloria e prosperità che quella penna (uno dei migliori cronisti dei suoi tempi, in effetti) gli stava preconizzando, ed anzi diede l’impressione di essere tutt’altro che rinfrancato e di voler aprire la bocca per dar voce alla sua inquietudine. Avilés fu lesto ad arrestarlo con un gesto della mano: riteneva di aver già sentito quella storia abbastanza da impararla a memoria ed averne la nausea (cioè, in tutto, orientativamente due volte, forse tre) e, soprattutto, non avrebbe sopportato di sentirla narrare dalla voce leziosa di Lengère, che di certo avrebbe accolto ogni sua banale osservazione come manifestazione di superiore acume: tutti i suoi clienti lo facevano, sicuri che la cosa lo compiacesse. Ma, santo cielo, lui non era Sherlock Holmes. Una volta aveva ammazzato due persone, e non ne andava fiero.

Ad ogni modo, i fatti erano chiari, e la Banda dei Molossi era di gran lunga la maggiore e più pericolosa organizzazione terroristica che avesse mai operato nel Paese. Primato notevole, per quanto di facile ottenimento: gli unici che avessero mai utilizzato i loro stessi metodi erano quelli che, un centocinquant’anni prima, il Paese l’avevano prima inventato, e quindi costruito, strappandolo striscia di terra per striscia di terra a tre o quattro degli stati che ora con esso confinavano (non ricordava quale fine umorista, una volta, aveva detto che quello cui prima appartenevano i Burgos non li avrebbe mai ringraziati abbastanza per questo); persone che, era chiaro, attenevano più al patriottismo, che al terrorismo. Il movimento operaio, d’altronde, era stato represso nel sangue molto prima che fosse necessario qualificare i suoi esponenti come terroristi, onde esporli al pubblico disprezzo, e ciò lasciava un ampio margine per primeggiare, di cui i Molossi avevano approfittato con notevole tempismo.

La prima volta che avevano fatto parlare di loro era stato con il “caso Vogler”. Alexander Vogler, imprenditore nel campo delle ferriere nella zona della Capitale, era giunto nei pressi dei Burgos con l’intenzione di partecipare ad una battuta di caccia al tasso organizzata da Marcel Friede, suo collega nel lavoro quanto nelle passioni. Vogler era partito una mattina di ottobre, di buon ora, insieme con una mezza dozzina di cani ed altrettanti uomini; era tornato, solo, una decina di chilometri ad ovest e svariate ore dopo rispetto a quanto atteso. Più che i particolari, per così dire, di genere del suo racconto (essere stati costretti a mangiare le interiora dei loro cani, il cui cuore non aveva ancora smesso di battere; la strana ritualità che aveva precduto l’omicidio di Friede, ucciso col suo stesso fucile) fu il fatto stesso che egli (e solo egli) fosse tornato, a suscitare la sorpresa che diede ai Molossi il loro primo, per quanto effimero, momento di notorietà. Ciò significava che agli artefici di quel crimine non era bastato compierlo, ma volevano qualcuno che lo narrasse e li rendesse conosciuti, odiati e temuti: fu Vogler, volente o nolente, a farsi carico di quel compito, ed anzi, fu lui stesso, involontariamente, a fornire loro un nome, ricordando quella “banda” di venti uomini, “feroci come molossi”. Fu grazie a lui, se tutti compresero che quei sovversivi avevano uno scopo. Quale, però, non fu chiaro fino ad alcuni mesi dopo, quando l’euforia del sangue fresco si era ormai dissolta nella nube delle quotidiane meschinità.

In quel periodo, le attività dei Molossi si erano limitate a taluni assalti all’arma bianca alle carovane che di tanto in tanto si trovavano a transitare sui Burgos. Assalti che non avevano provocato nessuna vittima (oltre quelle danneggiate nelle loro finanze, ovviamente, tra cui alcune compagnie assicuratrici che si erano dimostrate eccessivamente ottimiste) e che parevano rientrare tra quelle attività di finanziamento così banali che i responsabili non si dettero neppure la pena di rivendicarle. Poi, ovviamente, era venuto il “giorno del Governatore”, destinato a suscitare tale stupore e raccapriccio da spazzar via dalla storia dei Burgos il “caso Vogler”.

Odìn Davila, per consenso unanime degli uomini che conoscono il suo nome, è stato il più grande Governatore della Provincia del Sud Est, nonché l’unico deceduto nell’esercizio delle proprie funzioni. A quei tempi, stava battendo i territori su cui esercitava il proprio, benevolo potere, con l’intenzione di raccogliere le richieste ed i bisogni di “quelli che sentiva davvero come i suoi figli” (cfr. Viggo Hanson, “Storia del Sud Est”) e di manifestare la sua gratitudine a coloro che, alcuni anni prima, avevano deciso di affidargli quel compito, “più coronato da onori, che gravato da oneri” (talune malelingue, si riporta per amor di cronaca, dicono che la sua intenzione fosse piuttosto quella di incoraggiarli a fornirgli un nuovo pretesto per essere grato).

Sui Burgos sorge un solo hotel, che, con onestà, i suoi proprietari hanno deciso di chiamare, piuttosto, locanda. Qui alloggiava Davila, circondato dall’affetto popolare e da un buon numero di guardaspalle, la notte in cui i Molossi decisero di compiere la loro azione più audace: questa si concluse ai piedi del Dente di Sega, il più alto di quei monti, col cadavere di Davila appoggiato contro un leccio con ancora addosso il cappuccio di juta ed il fil di ferro che i suoi rapitori (che i suoi assassini) lo avevano costretto ad indossare, un buco aperto nella pancia e, appeso al bavero del pigiama, un biglietto, scritto verosimilmente intingendo un dito nel suo stesso sangue.

“Indipendenza per il Sud Est”.

– continua.

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4 thoughts on “Un solo caso per don Osvaldo Avilés (per ora) – EpisodioQ 1 di 2

  1. … non so perchè ho immaginato la Banda dei Molossi come derivanti dalla Banda Bassotti… 😛 ad ogni modo, prendendo in prestito un termine dalla musica: hai del “groove”, amico!

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