Dududu

Settembre non è stato solo il mese delle giornate di lavoro così lunghe che mi pareva di essere tornato ai tempi (appena più avanzati di quelli in cui l’età media dei lavoratori delle miniere della Scozia era pari a otto anni e due mesi) in cui perseguitavo le vostre esistenze con Neurosurgery Kid; e no, non è stato nemmeno il mese in cui ho messo in atto un nuovo artificio, tanto diabolico quanto stucchevole, onde introdurvi in un altro episodio di Del peggio del nostro peggio, come ho fatto ad agosto. Episodio che, per altro, giungerebbe non richiesto, in quanto prematuro (e sì che tutte le puntate di quella rubrica nascono di sei mesi e mezzo e con tre giri di cordone ombelicale intorno al collo).

No, settembre (o, almeno, quella parte che ne abbiamo vissuta finora) è stato, almeno ai miei occhi, il mese delle donne.

Intendiamoci: tutti i mesi dell’anno, perfino febbraio, sono periodi di tempo talmente ampi, in cui accadono talmente tante cose a ciascuno di noi (e, in tempi di mondo interconnesso, anche intorno a noi), che chiunque, facendo una cernita, scegliendo certi fatti ed escludendone altri, potrebbe dire che qualunque mese, scelto a caso tra i dodici di un qualunque anno, potrebbe essere stato il mese di [inserire argomento a piacere]. Datemi un accesso ad Internet ed un’oretta di tempo per riflettere sulle giuste parole chiave da inserire nella barra di ricerca di Google, e vi dimostrerò che il giugno del 1914 non è stato affatto il mese che, con l’attentato dell’arciduca Francesco Ferdinando, ha fatto finire l’ipocrisia della belle époque, fatto uscire l’imperialismo dalla confortevole tana dove era stato confortevolmente rinchiuso fino a quel momento e cambiato per sempre la storia del mondo; datemi quei mezzi, e vi dimostrerò che quello è stato, piuttosto, il mese degli abeti gialli del Turkmenistan (che sono una specie arboricola che nemmeno esiste, fate un po’ voi).

È più o meno lo stesso discorso che, ad un altro livello, si fa con la Bibbia, con la Divina Commedia, con la saga di Harry Potter: sono opere letterarie (quindi, come i mesi dell’anno, convenzioni ed insiemi di simboli) immense al punto che ognuno può leggervi dentro i messaggi ed i riferimenti che vuole. Si conosce davvero una persona, credo, quando si capisce cosa lui legge in una di queste opere; quando si viene a sapere se della Bibbia preferisce il terrificante elenco di divieti del Deuteronomio (irriso, con dissacrante, liberatoria ironia, in Antitipo, capolavoro del fumettista tedesco Ralf Konig) o, piuttosto, l’invito di Gesù a lasciare che puttane e lebbrosi seguano il messia che vogliono. Questa scelta, per altro, è una delle più eminentemente politiche che possiamo fare nella vita.

Lo stesso si può dire, pure, dell’idea della donna, che è la somma (in qualche caso, il prodotto) di una serie di convinzioni irrazionali, portati culturali, influenze educazionali e pressioni sociali che possono indicarci, in maniera precisa, dove dobbiamo collocare, nella nostra mente, l’interlocutore che ha appena finito di dirci che per lui le donne dovrebbero governare il mondo, o il direttore di Giornale (maiuscola non casuale) che decide di accettare (anzi, di incoraggiare) sulla sua testata titoli che paragonano una ragazza brutalmente assassinata ad un tombino intasato (e no, non sto scherzando, merda). Per quanto mi riguarda, delle donne non penso assolutamente nulla: ritengo di non avere un’intelligenza particolarmente spiccata, ma quella che possiedo mi basta per rendermi conto che le donne, come categoria, non esistono; ancor meno, esistono delle azioni e dei pensieri che le donne devono commettere o nutrire, solo in quanto donne.

La mia amica M., ad esempio, è profondamente diversa da mia madre, dalla mia amica Anita, dalla mia ex ragazza Flavia e da praticamente qualunque altra donna che io abbia mai incontrato nella mia vita; ciascuna di loro ha una diversa gerarchia di quale sono le cose importanti della vita, ciascuna di loro ha opinioni diverse sui medesimi argomenti, anche su quelle che dovrebbero metterle tutte d’accordo: come, ad esempio, le mie stupidissime questioni di principio, che pure tutte dovrebbero parimenti odiare e deprecare. Eppure so di per certo che mia madre le odia, ed invece M. ed Anita no, anche se qualche volta M. ne è innervosita ed Anita, al contrario, ne è sempre innervosita. Se dovessi proprio cercare una qualche uguaglianza, direi che M. è identica solo e soltanto a se stessa, come mi sono (felicemente) accorto proprio all’inizio di questo mese, quando l’ho rivista dopo uno iato (che, pare, ha interrotto la nostra frequentazione, ma non la nostra amicizia) che era durato cinque anni. È stato da lì, che ho iniziato a chiedermi se settembre non potesse essere considerato un mese speciale per il genere femminile; gli eventi che sono accaduti successivamente, mi hanno confermato in questa ipotesi. Si sa, parlare del personale è discutere dell’universale, o qualcosa del genere.

Non voglio, se voi me lo consentite, dilungarmi eccessivamente sui due stupri di Firenze e Rimini; non lo voglio perché mi fa male, fisicamente male, credere che dei miei simili, persone con cui condivido la disposizione degli organi interni e la fisiologia che li fa funzionare (e con cui, quindi, condivido anche un cervello fatto e che funziona più o meno nello stesso modo) possano pensare che sia lecito (e magari anche onorevole) commettere qualcosa di massimamente odioso come uno stupro. Altri, meglio di me, hanno notato come rapidamente è cambiata l’opinione dei mass media e dei politici di ogni ordine e grado, non appena nei panni del presunto stupratore hanno dovuto calarcisi non dei ragazzini stranieri di provincia, ma due carabinieri, il più anziano dei quali quarantenne; e come questa opinione sia cambiata nel senso contrario a quella in cui sarebbe stato, da un certo punto di vista, lecito attendersi che cambiasse. Altri hanno sottolineato come continuano a non esistere altre narrazioni possibili dello stupro, se non quella che vuole la donna o santa Maria Goretti (d’altronde, anche l’assassino della santa di Cisterna di Latina era immigrato, sia pure dalle Marche), o Bocca di Rosa. Da par mio, mi permetto solo di far notare che mi sarebbe piaciuto non vedere una disparità di trattamento tra la femminilità tradizionale della turista polacca brutalmente seviziata a Rimini, ed il transessuale peruviano che ha subito lo stesso trattamento poco più in là. E che, ovviamente, mi sarebbe piaciuto sentire Matteo Salvini urlare “Via la divisa!” con almeno un decimo dell’energia con cui urla “Fuori di qui!”.

Non voglio parlare neppure troppo a lungo del “caso Noemi”, che, si potrebbe dire con una macabra battuta, ci ha insegnato che il “caso Scazzi” è servito a qualcosa: questa volta, almeno, abbiamo superato l’età del consenso. Sconvolge vedere gli stessi giornalisti che hanno inventato l’orrendo lemma “femminicidio”, disporre così del corpo di una povera ragazzina; irrita, invece, rendersi conto di come si continui a trattare questo fenomeno non come un problema culturale, ma come un problema di ordine pubblico: abbiamo inventato una parola nuova, ora riempite le strade di carabinieri, e nessuna donna sarà più stuprata ed uccisa. Quando il processo contro i due militari di Firenze sarà finito, e se i due verranno riconosciuti colpevoli (perché io sono garantista sempre, e non a nazionalità alterne), vorrei che i molti che hanno sostenuto questa idea lo andassero a raccontare alle loro vittime.

Ma no, non voglio parlare di questo (e, se mi scusate l’immodestia, ritengo che tutti dovrebbero attenersi al mio comportamento) e non per questo voglio ricordare settembre come il mese delle donne; no, voglio farlo perché ho rivisto M., perché Sherazade (parlando proprio di una donna) ha scritto forse l’articolo migliore del suo ottimo blog (che si intitolava Il danno, e che non so perché non sia più raggiungibile), perché Simona è tornata e, come ogni volta che lo fa, è andata a lasciare parole molto belle sotto un post che non le meritava (e lo posso dire con certezza, perché è un post che ho scritto io).

Lo voglio ricordare come il mese delle donne perché mi ha fatto riflettere su quanto sarebbe stato incoerente concludere questo post con una retorica frase su quanto le donne possono e fanno ogni giorno. Perché non lo fanno in quanto donne: lo fanno in quanto persone. Che è quello che sono, alla pari di tutti noi.

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19 thoughts on “Dududu

  1. Mi verrebbe da dirti con amorevole simpatia ‘ngu… che significa, dirai? ‘Ngu è un’abbreviazione usata nel mio paesello del profondo Sud che sta per “vaffanculo”. Te lo dico ridendo (con amorevole simpatia, appunto) scherzando perchè dici di non meritare le belle parole che ti ho scritto altrove e mi verrebbe anche da farti una pernacchia o una linguaccia, non so… devo decidere ancora. Finito il siparietto no sense, veniamo a noi.
    Come ti capita molto spesso, hai centrato una questione con l’apporto di un ragionamento coerente e non banale… e questo è uno dei motivi per cui ti leggo e per cui ti chiederei anche una disamina della questione dei no-vax. Concordo in pieno con la questione che lo stupro andrebbe trattato e affrontato come un problema di ordine culturale, più che di ordine pubblico e concordo con te circa il fatto che il trans peruviano meritava la stessa attenzione della turista polacca. Ne faccio una questione culturale e, naturalmente, educativa a tutto tondo che dovrebbe iniziare in famiglia e rafforzarsi a scuola. Invece no, l’unica nozione che mi pare certo sia stata acquisita è la prevaricazione… cosa non era chiaro agli stupratori del diniego delle loro vittime, ammesso che abbiano fatto in tempo a esprimerlo? Detesto in questo contesti le generalizzazioni, detesto l’assurgersi a giudice supremo di ciascuno, detesto l’atteggiamento di chi guarda o ascolta e resta indifferente, perchè tanto a lui/lei non capita… questa è un’altra forma di violenza, ma tanto non interessa a nessuno.

  2. Mio figlio 15enne ha “quasi” l’età del giovane assassino. La ragazza mi sembra ne avesse 16.
    Questo per dire che mi identifico, come padre, al terribile avvenimento, tentando di dare una risposta che non trovo facilmente.
    Credo che si tratti di forma mentis, cultura dunque, con il maschio di famiglia fatto crescere nella convinzione di poter disporre a piacimento della donna, fino anche a deciderne la soppressione. Io a gente del genere darei un calcio sugli zebedei ed una sberla ogni 15 minuti per 24 ore al giorno tutta la vita.

    • E secondo me di parole non ci sarebbe proprio bisogno. È una frase che cito addosso perché spesso è appropriata: come diceva il grande Karl Kraus, chi ha qualcosa da dire, si faccia avanti e taccia.

  3. Pingback: Puglia e “qualunquismo” | boudoir77

  4. È cinsolante vedere che c’è ancora qualcuno capace di articolare qualche frase sensata augli spinosi temi “donne” “stupro” eccetera (anche se il tema “donne”, come sensatamente noti, di fatto non esiste non essendo noi una categoria); o anche qualcuno capace di articolare qualche frase sensata su qualsivoglia argomento. Tra agosto e settembre ho letto e sentito cose che voi umani, e tutto è stato molti sconfortante. Grazie 😥

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