Jumanji – Lunedì film (anche se oggi è giovedì. Diciamo che è un posticipo)

Chi mi segue da qualche tempo saprà di per certo che adoro il dottor Manhattan, l’alter ego digitale di Alessandro Apreda, il quale vive ed opera a questo indirizzo qui. Lo linko per permettervi di raggiungerlo più facilmente, ma sono sicuro che molti di voi questo sito lo conosceranno già: che il Dottore tiene uno dei blog più letti in Italia e, forse, più che di Big Bang Theory e delle magliette con le cose spiritose scritte sopra (che nessuno capisce, men che meno chi le porta), è colpa sua se oggi nessuna bacheca Facebook di ogni cittadino di questa nazione può dirsi completa senza un post che cominci con le parole “Dato che sono un nerd…”.

Fin qui, i suoi demeriti (ai quali si può aggiungere il fatto di essere uno dei miei esempi, e mi fa venire sempre voglia di scrivere a mia volta). Come si vede, posso riassumerli in una frase lunga appena centoquarantasei parole, che stanno ai miei standard come un singolo libro da duecento pagine sta al panorama della narrativa fantasy odierna.

Elencare i suoi meriti, al contrario, richiederebbe ben altro spazio; forse, non basterebbe neppure uno dei miei consueti post-fiume ma, anzi, avrei bisogno di ritagliarmi uno spazio all’interno di un’apposita rubrica, che potrei ad esempio chiamare “Who caused Gaberricci?”; forse, prima o poi la inizierò (sì, è una minaccia e forse, anzi, ne ho già scritto inconsciamente il primo episodio).

Molte sono le cose che il Dottore mi (anzi, ci, a me ed a tutta la disfunzionale famiglia allargata che lo segue e che prende il nome di “antristi”) ha donato in questi anni: i Listoni Giordano, la pattuglia di supereroi più grande che sia mai stata creata, un fumetto collettivo, le sue infinite recensioni senza spoiler, un bel libro che ho recensito qui e diverse occasioni per emozionarci (una di queste l’ho raccontata); tra tutte, sono particolarmente legato a Nuovo Cinema Guaglione, una serie di post, che Alessandro pubblica a cadenza assolutamente irregolare, in cui si raccontano e commentano alcuni dei film di e per regazzini (il conio è suo) che sognano l’avventura con la a, la v e tutte le lettere maiuscole (ibidem), con lo scopo di riscattare una vita funestata da bulli, figli di papà, adulti che non comprendono o che non vogliono comprendere perché sono proprio stronzi, ragazzine bellissime ma che se la tirano, ragazzine bellissime, che non se la tirano, ma che vanno al liceo mentre tu sei ancora alle medie, buche che spuntano all’improvviso davanti alla ruota anteriore della tua mountain bike eccetera eccetera. Regazzini come i Goonies, per capirci. Regazzini come quelli che eravamo noi, tra i nove ed i quattordici anni. Anche quindici, via, così sembra che sia passato meno tempo da quei giorni tanto belli quanto difficili (e ricordatevene, alla prossima richiesta assurda che il vostro figlio pre-adolescente vi spiattella in faccia senza vergogna).

Alessandro ha fatto molto bene, in questa rubrica (tanto è vero che Sperling&Kupfer, editore italiano del romanzo ufficiale dei Goonies, gli ha chiesto di scriverne la postfazione); non mi sono trovato affatto d’accordo, tuttavia, con quel che ha scritto nel suo ultimo episodio, dedicato a Jumanji, film di avventura del 1995 con l’indimenticato Robin Williams.

Intendiamoci: io oggi, riflettendoci razionalmente, lo so che Jumanji è un pessimo film (lo stesso Dottore afferma che, forse, ha visto il film troppo tardi). La sceneggiatura è inverosimile (pur considerando che parliamo di una storia di fantasia scritta per un pubblico di ragazzi), le interpretazioni dei due protagonisti adolescenti (una dei quali, Kirsten Dunst, stava iniziando allora una lunga e proficua carriera) sono ben al di sotto della sufficienza e le scelte di trucco e costumi, fosse esistito all’epoca l’Internet che esiste oggi, avrebbero generato un numero esorbitante di meme sarcastici. L’unica cosa notevole è, come sempre, la prova di Williams (che all’epoca, non so bene perché ma mi sembra di aver sentito a causa di un periodo di ristrettezze economiche, stava accettando qualunque parte e salvando tutta una serie di opere che, senza di lui, sarebbero finite nel dimenticatoio prima che riusciste a pronunciarne il titolo): uno degli attori più bravi della sua generazione riesce qui a rendere memorabile una battuta (“Sto morendo di paura”) che giunge alla fine di un film in cui abbiamo visto succedere un sacco di casino, ma nulla di davvero spaventoso. In questo senso, la scena del frullatore dei Goonies, da sola, batte tranquillamente tutto il film.

Tuttavia. Io questo film non l’ho visto oggi, che sono in possesso di una discreta dose di raziocinio e che do più importanza alle cose che so che a quelle che sento; l’ho visto ad otto anni, seduto ad un tavolino con ancora di fronte i quaderni su cui stavo imparando a fare le divisioni a due cifre, e me lo sono goduto dal primo all’ultimo minuto, da quando due spaventati ragazzi dell’Ottocento vanno a seppellire in un bosco questo strano gioco da cui escono scimmie ed elefanti (insacca e porta a casa, Oculus Rift), a quando il gioco, scaraventato in un fiume dai protagonisti, viene ritrovato su una spiaggia da due ragazzi francesi. Quando è finito, come mi era successo col Re Leone, con Toy Story, con Ritorno al futuro, l’avrei rivisto ancora quindici, venti, forse addirittura mille ed ottocentosettanta volte (orientativamente, il numero più alto di cui conoscessi l’esistenza).

Jumanji era divertente, e questo, per un bambino di otto anni, basta; anzi, quel bambino lì, che adorava Monopoli pur senza saper ancora contare bene, non sarebbe stato affatto dispiaciuto di udire, passeggiando per la spiaggia di Scauri (provincia di Latina), il tam-tam dei tamburi che annuncia che è vicino, questo gioco da tavolo che “può trasportare chi questo mondo può lasciare”; come questo film riesce a fare ancora oggi, nonostante siano passati più di vent’anni, nonostante la Dunst sia ormai per tutti la fidanzata di Spiderman, nonostante gli effetti speciali siano invecchiati male (ma, per i tempi ed i computer con cui sono stati fatti, rappresentavano, se non proprio il top di gamma, quanto meno un risultato accettabile), nonostante Van Pelt, l’acerrimo rivale del protagonista, Alan Parrish, verrebbe preso a pernacchie anche in una bocciofila e nonostante, soprattutto, il tempo, la malattia e chissà cos’altro si siano portati via Robin Williams.

Ecco, qui c’è forse uno dei motivi che mi fa piacere Jumanji anche adesso che, almeno per l’anagrafe, sono un adulto: questo film racconta la storia di due ragazzi (Alan e Sarah) che, negli anni Sessanta, trovano uno strano gioco da tavola (presumibilmente magico) capace di “materializzare” pipistrelli, leoni, cacciatori assetati di sangue, piante carnivore e qualunque altra cosa possa venirvi in mente esistere in una giungla inventata da Emilio Salgari. Al secondo tiro di dadi (culo) Alan viene risucchiato dal gioco, ritrovandocisi a vivere, in quella giungla; Sarah scappa impaurita, tenta di raccontare com’è andata, nessuno le crede, rinuncia e si fa una vita (non all’altezza delle sue aspettative). Flashforward.

Trent’anni dopo, la casa in cui viveva Alan viene affittata da una donna, che vive con i due nipoti (Judith e Peter), orfani di entrambi i genitori (culo). I due ragazzi trovano Jumanji, che era stato nascosto in soffitta, ed iniziano a giocare. Riescono a tirar fuori Alan e, in qualche modo, a completare la partita: tutto ciò che era venuto fuori da Jumanji, svanisce tornando al suo interno; Alan e Sarah si ritrovano, adolescenti, abbracciati nel salotto di casa Parrish; Judith e Peter non sono ancora nati, e ok, ma, se è per questo, i loro genitori non sono ancora morti (spoiler: non lo faranno). Ecco, è precisamente qui che avviene la magia.

Avevo otto anni, dicevo su, e sono sicuro che il mio piccolo dizionario lo riportava, il significato della parola ineluttabile; pure, non devo averla mai incontrata leggendo, perché non ricordo di esserla mai andata a cercare: d’altronde, sapevo bene cosa significava. Ero bambino, mica scemo.

Jumanji, in qualche modo e quasi sicuramente senza volerlo, ci dice che la vita potrebbe essere l’invisibile gioco che qualcuno, forse più grande (o forse più piccolo) di noi sta giocando su una plancia che non riusciamo a vedere; che, quando finirà, potremo mettere via i pezzi, riporre i dadi nell’apposito alloggiamento, alzarci e tornare a vivere nel mondo reale: dove gli anni che sembravano passati, dentro il gioco, in realtà non sono passati davvero. E tu hai ancora otto anni e devi imparare a fare le divisioni in colonna, iniziare a leggere Harry Potter e vivere le prime, devastanti cotte.

E Robin Williams non si è ancora suicidato e può regalarti nuove, avvincenti avventure.

Comunicazione di servizio: lo so, come tutti quelli che scrivo, questo articolo sarà sentito, ma senza dubbio non è bello. Per cui, voglio darvi una lieta novella: da domani, e per qualche tempo (orientativamente, una settimana) non ce ne saranno altri a funestarvi. Il motivo è presto detto, e si può riassumere in una sola parola: ferie. Ci sentiamo di nuovo, se volete, quando avrò finito il mio piccolo giro in Spagna. A presto!

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5 thoughts on “Jumanji – Lunedì film (anche se oggi è giovedì. Diciamo che è un posticipo)

  1. Buone ferie Gaberricci! Quando uscì Jumanji io ero troppo grande e mia figlia era troppo piccola per portarla al cinema a vederlo. L’ho visto perciò più tardi in tv e sinceramente non lo ricordo come un film imperdibile!

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