L’idolo delle folle (Omaggio all’Andalusia)

Fino a qualche tempo prima, in quel vicolo avevo aspettato in ginocchio.

Era troppo scenografico, d’accordo: ma, nel mio lavoro la scenografia è tutto, e comunque al pubblico sembrava piacere. Non fischiavano, almeno, e, per dove mi ero esibito fino a quel giorno, questo significava qualcosa. Probabilmente, tutto (anche questa frase è scenografica, vero?).

Poi, chiaramente, arrivarono i dolori alle articolazioni, e a quel punto avevo tre scelte.

Uno, continuare ad inginocchiarmi come avevo sempre fatto. La scenografia sarebbe stata salva, ma verosimilmente non mi sarei più rialzato. Due, imbottirmi di antidolorifici fino a schiattarne, come il grande Elvis Presley buonanima (e come qualche grande cantante flamenco, credo: mi spiace, ma ho sempre preferito il rock ‘n’ roll). Tre: smettere quel piccolo rituale. Speravo che la rispettabilità che la mia età doveva conferirmi e la restante, amplissima ritualità dello spettacolo che, con modestia, contribuivo a portare avanti, sarebbero bastati per giustificare questa scelta (che, credo non vi sorprenderà, fu quella che presi) agli occhi del mio pubblico. Questi, da parte sua, reagì con educata indifferenza. Ero ancora l’idolo delle folle.

La costante della mia vita è stata sicuramente questa: ho preso sempre la strada più facile e non ne ho mai patito conseguenze eccessive. Anzi, il più delle volte ne ho ricavato dei benefici. Ho chiesto di sposarmi ad una donna che ero certo avrebbe accettato; abbiamo avuto due figli, ed abbastanza liti da non annoiarci.

Fino al giorno in cui, come vi dicevo, non mi inginocchiai nel vicolo (avevo cinquantotto anni), avevo svolto il lavoro che avevo imparato da mio padre, e non l’avevo svolto nel modo in cui lui me l’aveva insegnato. Sappiamo, dalle classiche, edificanti storie della nostra tradizione, che questo non può che portare a dolori e vergogne; io devo essere l’eccezione, perché mio padre è morto, come si dice, nell’esercizio delle sue funzioni, a quarantasei anni e per di più inseguito dalla gloria e dalla fama, che, invece, non sono mai venute a rovinare la mia vita. Fino a quel giorno, appunto.

Non so ancora spiegare bene perché accettai l’ingaggio; di certo, l’impresario che me lo propose sembrava avere un ottimo motivo perché non lo rifiutassi. Tanto che fece quello che avrebbe fatto chiunque nella sua stessa condizione: solleticò (o, almeno, tentò di solleticare) la mia vanità ed il mio orgoglio. Era una follia, ma lui non poteva saperlo.

Mi disse che portavo un grande nome, e che questa era probabilmente l’ultima occasione per onorarlo come meritava; mi disse che Siviglia era una delle più antiche scene del paese, e che colleghi molto più giovani di me avrebbero forse ucciso, e sicuramente pagato, per avere l’onore di esibirsi in quella piazza. Pensai che lo sapevo, perché era appunto lì (ed appunto per quel motivo) che mio padre era morto; risposi invece che Siviglia era ormai lontana e che ero troppo vecchio per un’esibizione così importante e, soprattutto, per un viaggio così lungo. Quale che fosse il fine che l’aveva spinto fino a casa mia, dovette dimenticarsene dopo quella risposta, francamente idiota; ecco, se ripenso alla rabbia con cui prese subito a mettere via le sue cose, forse posso dire che finii per accettare per dispetto.

Non me ne pentii, nonostante quel difetto fu fonte di parecchie seccature; ma, mentre attendevo nel vicolo, lo ricordo, alzai gli occhi verso gli spalti ed il sole di Siviglia, e mi chiesi se quell’impresario non fosse là da qualche parte, se non mi stesse guardando, pentendosi per aver insistito e, soprattutto, per aver desistito al momento sbagliato. Avevo scelto il viola, per la mia traje de luces, un vestito che avrebbe reso ridicolo chiunque che non avesse l’eleganza di mio padre, di Juan Belmonte o di Manolete; per qualche motivo, non ero riuscito a far stare dritta la montera sulla mia testa e, per di più, non davo nemmeno l’impressione che mi interessasse quel che accadeva nell’arena in quel momento: fissavo semplicemente e stolidamente la staccionata che separava il vicolo dallo spazio dove, di lì a qualche minuto, avrei dovuto vedermela col toro, e attendevo. Dovevo essere il più grottesco e meno credibile matador della storia.

Anzi, senza dubbio lo ero, e non ero il solo ad essermene accorto. Il toreador che sarebbe sceso nell’arena dopo di me aveva un cognome sconosciuto, la metà dei miei anni ed il doppio della mia convinzione; come aggravante, ignorava che gli invidiavo soltanto il primo. Quando mi disse: “La tua bestia è praticamente un bue”, lo fece con la stessa voce con cui mi aveva salutato al mattino, fingendo di riconoscermi.

Ogni corrida, ve lo dico perché magari non ne avete mai vista una, si divide in tre fasi, che si chiamano terci; le prime due, tercio de vara e tercio de banderillas, servono per indebolire il toro e per dare al matador l’occasione per studiarne le mosse. Non mi furono di alcuna utilità, quel giorno.

Anche un mediocre interprete della tauromaquia, che ha frequentato soltanto le plazas di provincia, uno come me, insomma, sa qual è il suono che si ode, quando viene aperta la puerta del toril e la natura si riversa nell’arena, pronta a misurarsi con l’uomo. Quel giorno, tutti gli spettatori presenti rimasero muti ad attenderlo, ed esso non arrivò; giunsero, invece, la scudisciata e l’imprecazione di un allevatore, che sapeva di starsi giocando la carriera.

Il toro entrò, caracollando; era piccolo, forse troppo giovane per il ruolo a cui era stato destinato, ed il colorito grigiastro lo faceva assomigliare, effettivamente, ad un bue. Spinto dal dolore della frustata, giunse fin quasi al centro dello spazio dove, contro le intenzioni di entrambi, ci saremmo dovuti affrontare; quindi, si diresse nuovamente verso gli spalti dove il pubblico avrebbe potuto più facilmente fischiarlo ed irriderlo. Percorse forse un quarto della circonferenza, poi invertì la rotta, deciso, ne sono sicuro, a tornarsene da dove era venuto. Un’acuta risata di donna giunse alle mie orecchie, ed a quelle del picador.

Il picador tiene in mano una lunga picca, che ha il compito di trafiggere nel collo del toro mentre questo cerca di disarcionarlo (o dovrebbe cercare di disarcionarlo) dal cavallo su cui è montato. Non so come si chiamasse il picador che mi avrebbe reso quel servizio, quel giorno; so però che doveva essere un uomo ben pietoso: perché, appena udì la risata, subito lanciò il cavallo al galoppo. Tornò meno di un minuto dopo, portando con se, oltre ad una buona dose di fischi, la picca sporca di quello che mi parve il minimo sangue necessario.

Mi sporsi da dietro il vicolo seguendo il movimento dei due giovani che portavano le banderillas, le corte lance rivestite di carta crespa colorata con cui il toro viene infilzato nella schiena, per rinvigorire la sua furia dopo la difficile lotta con picador. Quello che apriva la fila dava l’impressione di aver studiato nella stessa scuola di tauromaquia del giovane che mi aveva descritto, in modo tanto preciso e lapidario, l’animale con cui mi sarei misurato. Afferrai la muleta e decisi di rompere la tradizione (che vuole che il toro subisca almeno sei colpi di banderilla) non appena mi resi conto di quanto tempo era trascorso tra la loro uscita e il primo, addolorato muggito della bestia.

Il mio drappo sventolò rosso nel sole, da qualche parte vicino al palco del principe, dove possono sedere solo i rappresentanti della famiglia reale e che quel giorno, ovviamente, era vuoto. Se ne accorse, probabilmente, prima il pubblico, che rumoreggiò, che il toro, che scuoteva la testa cercando di trovare una via di fuga da quei due amanti che continuavano a corteggiarlo in un cerchio sempre più stretto.

Agitai la muleta, sperando che, almeno, la sua vista fosse buona. Lo era. Corse vicino a me, a testa bassa, inseguito dai banderilleros che, evidentemente, non dovevano essersi accorti della mia presenza. Quando stesi la spada davanti a me, fu forse più per tenere a distanza loro, che il toro.

Riuscì, a fatica, ad alzare la testa ed a guardarmi; io incrociai il suo sguardo ed abbassai la spada.

Non penso di dovervelo chiarire, ma nel caso: quel giorno, nella plaza de toros di Siviglia, io ci sono morto. Non so ancora bene perché.

Forse, semplicemente, per dispetto.

Rinfodera la spada perché è il tuo sangue quello nella polvere.

-Caparezza, Dalla parte del toro

“Ti fa male?”

“Vuoi scherzare? Ho appena segnato un touchdown davanti a settantamila persone!”

-Howard Deutch, Le riserve

Questo è il primo di una serie di post (non so ancora bene quanti) che dedicherò a quanto ho portato con me (oltre a tutta una serie di souvenir) dal mio recente viaggio in Andalusia. Ringrazio la mia amica Anita, da una discussione con la quale, fuori dalla plaza de toros di Siviglia, è saltato fuori il tema per questo mio piccolo racconto (che non ritengo all’altezza delle sue aspettative e che non esprime alcun giudizio sulla corrida. Se volete ne parliamo in altra sede).

Il titolo di questa rubrica deriva da quello di un libro di George Orwell, Omaggio alla Catalogna. Dove, in queste ore, stanno accadendo eventi strani ed apparentemente incredibili di cui, forse, pure toccherà occuparsi, prima o poi.

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7 thoughts on “L’idolo delle folle (Omaggio all’Andalusia)

  1. Mi è piaciuto leggerti in questo misto di autoironia e autoassoluzione che però non mascherano (forse se nn a te medesimo) un’anima ben presente.
    Scegliere le strade più semplici non è poi cos’ scontato perchè i sì e i no vivono di contraddizioni.

    sherabuonanottebuongiornoeinsommasiaquelchesia

    • Guarda, la prima idea era quella di raccontare il “solito” fallito depresso che sceglie un atto “eroico” per riscattarsi. Poi però ho pensato che un “fallito soddisfatto” sarebbe stato più interessante. Appunto perché ha più “anima”, come dici tu.

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