Inferni

Ieri mattina, mentre trasferivo il mio pranzo caldo dalla padella in cui l’avevo cucinato al portavivande in cui l’avrei portato al lavoro, mi sono chiesto: ma perché, in inverno, è il calore che fa appannare un vetro, mentre, in estate, è l’acqua fredda che versi in un bicchiere a produrre lo stesso effetto?

Mi sono dato una risposta, non so quanto corretta (al di là di quella che mi serve per la mia professione, ho una cultura scientifica piuttosto scarsa), ma non è di questo che voglio parlare in questo post quanto, piuttosto, del ricordo che mi ha colto subito dopo.

Ho scritto una volta (ironicamente, non ricordo dove) che uno dei pochi pregi che mi riconosco è quello di avere una buona memoria; man mano che il tempo passa (e che le cose da ricordare si accumulano, credo), tuttavia, inizia a farsi strada in me la convinzione di aver trattenuto talmente tanti particolari insignificanti delle mie esperienze passate che, presto, non ci sarà più posto per i ricordi davvero importanti. È un po’ come quella storia del professore di filosofia che entra in una classe e riempie un barattolo di sabbia (il superfluo) e pietre (l’essenziale), non so se avete presente.

Ad esempio, capita spesso che io dimentichi il compleanno di mia madre (con suo grande scorno); eppure mi ricordo benissimo non solo le prime quattro strofe di “Marzo 1821” di Alessandro Manzoni (culo), ma anche dov’ero e che cosa stavo facendo la prima volta che mi sono posto la versione più semplice del quesito con cui ho tentato di stimolare le mie intorpidite meningi ieri mattina, e cioè: perché, se fuori ci sono trenta gradi e noi ci versiamo dentro l’acqua appena presa dal frigo, un bicchiere si appanna?

Era un pomeriggio d’estate (ovviamente), ero uno studente liceale in vacanza ed ero nel salone della casa di mia nonna; c’eravamo io, lei, la Genitrice, mio fratello. E poi c’era un’ospite, per cui stavo versando un bicchiere d’acqua; si trattava di una nostra lontana parente (acquisita attraverso rami molto periferici del nostro albero genealogico), che ci stava raccontando della recente morte di sua sorella, costretta ad arrendersi, dopo una lunga battaglia, ad un brutto tumore. Stava aggiungendo, pure, quanto questo la facesse soffrire.

C’è un classico studio, condotto negli anni Settanta dallo psicologo Albert Mehrabian, che si sente citare (spesso, senza indicare le fonti) ogni volta che ci si ritrova a parlare con (o a dover ascoltare) guru di corsi di auto-aiuto, programmatori neurolinguistici, scientologisti eretici che hanno dovuto fondare una loro setta e molteplici altri deliranti e/o fraudolenti sfusi. Secondo costoro, lo scienziato americano avrebbe sostenuto che oltre il 90% di ogni comunicazione interpersonale avviene attraverso il canale non verbale: la posizione assunta dal corpo, le espressioni del viso, l’intonazione della voce, i gesti che accompagnano le parole eccetera. La verità è che Mehrabian non ha affatto sostenuto questo (e lo dice perfino la pagina Wikipedia italiana a lui dedicata): quel che i suoi studi indicano, semmai, è che quando una persona parla dei suoi sentimenti e quello che dice la sua voce appare in contrasto con quello che dice il suo corpo, allora i suoi interlocutori si fidano di più del suo corpo. Non conoscevo ancora questo studio, quel giorno d’estate; eppure, lo misi empiricamente alla prova e mi convinsi del fatto che diceva il vero.

Non ricordo tutte le parole che vennero dette; ricordo che sembravano sofferte e sofferenti, e che ognuna di loro (perfino gli articoli e le preposizioni semplici) pareva scavare una ferita via via più profonda nella carne di chi le stava proferendo. Ricordo che la parente, ad un certo punto, scoppiò a piangere, e che il suo corpo troppo magro sembrava non poter resistere ai singhiozzi che lo squassavano. Ricordo anche dell’altro, però, e lo ricordo anche se non ne parlai con nessuno per opportunità sociale: e cioè, che osservando quel che proprio il corpo urlava mentre la sua proprietaria sussurrava, non potei fare a meno di pensare che quel dolore non era autentico. Per questo, provai fastidio, e disprezzai chi sembrava mentirci così spudoratamente (il prosieguo del pomeriggio rese chiaro, anche senza ardite interpretazioni della comunicazione non verbale, che ben altri erano i sentimenti che agitavano l’ospite).

Sono passati più di dieci anni da quell’estate, ed io di sicuro non sono più quello studente liceale; oggi, giudicherei con minore severità quel comportamento. Da un lato, perché mi sono reso conto che l’opinione comune e la letteratura (che non commette in toto questo errore: vedi “Il seggio vacante” della Rowling) sbagliano, quando ritengono romanticamente che il lutto sia una condizione che rende più nobili tutte le persone (come molte altre situazioni limite, tira semplicemente fuori il meglio da alcuni ed il peggio da altri).

Dall’altro, perché, la mia (pur scarsa) esperienza medica mi ha portato a rendermi conto che non si può chiedere un sovrappiù di dolore e sofferenza ad una persona che, in corpo o in spirito, è stata accanto ad un proprio caro, contandone ogni respiro e sperando che non fosse l’ultimo (o che magari lo fosse: se per ogni volta che ho sentito dire “il Signore guardi in basso” avessi un euro, probabilmente l’anno prossimo Neymar giocherebbe nella mia squadra di calcetto). Alcune volte, e soprattutto con pazienti il cui aspetto generale negava la gravità della loro condizione clinica, pazienti che sono entrati nei reparti dove ho lavorato scherzando sulla giovinezza del medico che li avrebbe avuti in cura e che da quei reparti se ne sono andati “con i piedi in avanti”, coperti da un telo bianco, una scheggia di quella sofferenza l’ho provata anche io. Basta per una vita intera, credetemi.

Nel suo bellissimo “Altre inquisizioni”, in un saggio dedicato al “Vathek” di William Beckford, Jorge Luis Borges emette questo lapidario giudizio: “il più illustre degli averni letterari, il ‘dolente regno’ della Commedia, non è un luogo atroce; è un luogo nel quale accadono fatti atroci”. Anni dopo, scrivendo uno dei suoi (splendidi anch’essi) “Nove saggi danteschi”, il grande scrittore argentino si vedrà costretto a correggersi: nell’Inferno dantesco, c’è effettivamente un luogo atroce, un luogo, per usare le sue parole, “di orrore tranquillo e silenzioso”: quel luogo è il Limbo, il “nobile castello” in cui si trovano i grandi spiriti non cristiani (greci e latini soprattutto, ma anche ebrei e, addirittura, musulmani) che non poterono, per motivi indipendenti dalla loro volontà, conoscere il messaggio di Gesù di Nazareth.

È evidente perché il Limbo appaia così terribile a Dante. Le anime che vi sono rinchiuse sono sottoposte a quella che, per un cristiano medievale, doveva essere la peggiore delle punizioni: essere tenuti lontani da Dio. Per di più, la loro condanna è ampiamente immeritata: questi grandi uomini sarebbero senza dubbio andati incontro a ben altro destino eterno, se solo l’imperscrutabile volontà divina non li avesse fatti nascere (e soprattutto morire: Stazio, che pure era un pagano, Dante lo incontrerà in Purgatorio e lo accompagnerà in Paradiso) prima della Rivelazione.

Per noi (e verosimilmente per Borges, che non era credente), il Limbo assume una dimensione sinistramente orrorifica per tutto un altro motivo. Nei cerchi più infimi dell’Inferno, i dannati hanno, quanto meno, qualcosa che li distragga dal riflettere sul proprio stato di carcerati eterni: quel qualcosa è la loro stessa punizione. Pier delle Vigne, sventrato dai cani, e il conte Ugolino, arrostito nella sua arca di pietra, trovano nel loro dolore (anche se Ugolino fa finta di non provarne) un balsamo per l’angoscia dell’eternità che hanno davanti. Alcune anime, poi, mostrano un certo orgoglio, nel ricordare i peccati che hanno commesso (Paolo e Francesca, Ulisse, Vanni Fucci): l’intima convinzione (o almeno il sospetto) di non aver sbagliato, di essere non degli empi, ma dei perseguitati, in qualche modo li consola del loro stato.

Ma non così è per gli “spiriti magni”: al di là della distanza da Dio, la loro unica punizione consiste nell’attendere. Aggiungiamoci che gli abitanti dei mondi ultraterreni danteschi soffrono di quella che, se non ricordo male, è stata definita “presbiopia storica”: e così, sanno benissimo cosa accadrà di lì a qualche anno, ma non cosa devono aspettarsi per l’indomani; sanno che rimarranno nel loro stato per l’eternità, ma provano comunque la speranza che il giorno successivo Dio avrà pietà di loro e li accoglierà accanto al suo trono.

Non diversamente accade a chi accudisce un paziente terminale: lo sanno, che prima o poi la persona che amano morirà e, verosimilmente (soprattutto se è degente in un luogo rischiarato dalla Fede più che dalla Carità), morirà molto male. Ma non sanno se accadrà il secondo successivo a quello in cui fanno questo pensiero, o in quello dopo ancora, o tra quindici minuti, o mentre si allontanano un attimo per prendersi un sacrosanto caffè.

L’Inferno dantesco, come si sa, è costruito secondo criteri di gravità del peccato commesso: più si scende verso il centro della Terra, dove si trova Lucifero, più i peccati che vengono puniti sono gravi; Dante (ed è comprensibile, ribadiamolo, per un uomo dei suoi tempi) si premura di porre il Limbo il più lontano possibile dall’angelo caduto.

Ma noi non siamo lui, e se oggi io dovessi immaginare un inferno che, per dirla con le parole di Borges, sia atroce, allora non potrei far altro che immaginare un unico, immenso Limbo simile ad un ospedale. Dove i dannati attendono, senza sapere quando avverrà (e forse intuendo che il sadismo di una divinità ha disposto che non avvenga mai), la morte di un loro caro, per cui i medici non hanno lasciato alcuna speranza.

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11 thoughts on “Inferni

  1. Riguardo la memoria, io ogni tanto “temo” di avere un tot di Gigabyte di memoria, e che se la riempio di ricordi inutili, poi non riuscirò più a memorizzare elementi utili. Spero di sbagliarmi, anche perché si dice che invecchiando i Gigabyte diminuiscano, ed io in effetti un po’ lo noto.

    Riguardo il lutto: credo che ognuno lo viva in modo differente, e dipende anche da “come” il congiunto ci ha lasciato. Io, parlo a livello personale, mi sono accorto che quando mi sarei atteso di straziarmi dal dolore ho reagito in modo del tutto differente, sorprendendo innanzitutto me stesso.

  2. Quello che hai raccontato degli ospedali, è amaramente vero.
    Lo sto vivendo in questo periodo con una cara amica che è ricoverata in oncologia.
    In quel reparto anche l’aria sa di dolore, di tempo sospeso, di attesa, di speranza.
    È una condizione che accomuna tutti: pazienti, familiari, medici.
    Ognuno, con il suo ruolo, respira quell’aria e in essa cerca risposte facili a domande che sono difficili.
    “Perché a me?” è ad esempio una domanda difficile a cui è difficile dare una risposta facile.
    Ammiro tanto il tuo lavoro, io non potrei mai farlo, ma per fortuna ci sono persone come te che hanno scelto di scendere negli inferni senza nemmeno la guida di un Virgilio qualsiasi.

  3. La routine dell’attesa, il sollievo di una dilazione dell’attesa, il tormento dell’attesa, l’esasperazione dell’attesa… sì, è una condizione assolutamente infernale. E quando poi arriva quello che hai atteso e temuto, sei talmente stordito che il dolore passa quasi in secondo piano, o non lo riesci a percepire perché ci sono un sacco di formalità che ti aspettano. No, non l’ho vissuto. Cioè sì, l’ho vissuto questo inverno, per interposta persona, attraverso una cara amica – che non si è ancora ripresa, tra l’altro. E le domande sono tutte senza risposta – per fortuna, viene da pensare.

  4. quell’insostenibilità del limbo è d’altronde il motivo per cui, personalmente, non ritengo che sia corretto biasimare nè tantomeno limitare una scelta di accompagnamento anticipato (rispetto al naturale corso degli eventi) alla morte.
    ho apprezato molto qusto tuo post.
    p.s. venerdì 13 hai tempo per un caffè?
    p.s.2 a proposito di venerdì 13, ho scoperto qualche giorno fa l’esistenza di un lemma da sballo: parascevedecatriafobia. fra cinque giorni questa parola sarà il mio principale argomento di conversazione. 😛

  5. Molto bello questo post, e pieno di piccole tracce che portano il pensiero altrove. L’attesa. Tempo sospeso… o limbo senza senso, senza speranza. Un vero inferno. Non lo avevo letto perciò grazie di avermi postato il link! 🙂

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