Monologo

Quando me l’ha diagnosticato, dal mio dottore mi sono fatto spiegare che cosa dovevo aspettarmi dal morbo di Parkinson. “Non si preoccupi”, mi ha detto.

Sono abbastanza certo che il suo sia stato un riflesso, che usava le stesse parole con chiunque gli chiedesse una spiegazione, diciamo così, professionale, e che, probabilmente, avrebbe detto lo stesso anche se io avessi avuto una meningite fulminante, che dal nome non mi sembra affatto un bel cliente.

Ad ogni modo, devo riconoscere che aveva ragione: infatti, lui è morto prima di me, per una rottura di aneurisma. Aneurisma dell’aorta addominale, se non sbaglio.

Era stato un bravo dottore, fino a quel non si preoccupi; non posso dire, tuttavia, di essermi dispiaciuto eccessivamente della sua morte. Non perché gliel’abbia invidiata, figurarsi: è accaduta parecchi anni fa (quindici? Sedici?), in un’epoca in cui potevo ancora recitare. Avevo dovuto abbandonare il cinema, certo, e la maggior parte degli ingaggi teatrali (nessuno su palcoscenici di prima importanza, comunque) erano conseguenza, sospetto, della pietà non dichiarata che la mia condizione ispirava, più che di una bravura ormai tanto decantata da non dover più essere neppure dimostrata (pausa, come se si fosse fermato a metà della frase). Dio santo, che frase ingarbugliata, chi diavolo è che l’ha scritta? A voi, è sufficiente sapere che gli applausi alla fine di ogni spettacolo parevano sinceri: questo mi bastava, questo mi basterebbe ancora, credo, per considerarmi più fortunato di un uomo morto.

Tuttavia, io ho fatto l’attore per tutta la vita; e quando uno fa l’attore per tutta la vita, e dunque mente per tutta la vita… perché sì, vedete, pare che un attore interpreti, che un attore impersoni, che un attore vesta i panni; è un bel dire, ma non è vero: un attore, semplicemente, mente. Dice il falso. Inganna.

La differenza, l’unica, banale differenza che esiste tra un attore bravo ed un attore mediocre è la stessa, banale differenza che esiste tra un truffatore bravo ed un truffatore mediocre; e Totò, credetemi sulla parola, sarebbe riuscito a vendere la fontana di Trevi ad un turista anche fuori dal set di Totòtruffa ’62. Magari c’è riuscito davvero, ed il compratore s’è vergognato talmente tanto da non averlo mai denunciato. Magari, a me, che pure ero del mestiere, è capitata la stessa cosa; magari, sono stato ingannato da un attore che fingeva di essere un medico, che fingeva di diagnosticarmi un Parkinson, che fingeva di dirmi di non preoccuparmi; da un attore che infine ha finto di morire ucciso dalla rottura di un’aneurisma dell’aorta addominale ed ha così coronato la sua migliore interpretazione: il suo mimetismo è stato tanto perfetto da convincere anche quelli che doveva far credere essere suoi colleghi, che erano colleghi per davvero.

Magari, è a voi che sta accadendo: ed io sono ancora il bravo attore che sono stato un tempo, e sto interpretando con sentimento la parte di un vecchio attore consumato dal Parkinson, e non il triste, vecchio attore consumato dal Parkinson che sono in realtà. Pare complicato, ma non lo è; a ben vedere, anzi, non fa alcuna differenza.

Il tremore. Qualunque studente di una qualunque scuola di recitazione, se gli date informazioni abbastanza dettagliate, potrà fingervelo facilmente. Potrà riprodurre con minimo margine di errore quella mattina in cui, all’improvviso, mi ero reso conto che non ero più padrone dell’indice e del pollice della mia mano sinistra, che ritmicamente si univano e si allontanavano mentre la destra, apparentemente ignara, teneva tranquillamente la tazzina del caffè; ed anche quel giorno di due settimane dopo, quando, dopo aver raccolto un copione da terra, mi ero accorto che il centro di rotazione di quel movimento era risalito, fino a raggiungere il polso.

L’ultimo rifugio di un uomo che sta diventando vecchio è la frase “mi sto facendo vecchio”; la dissi anch’io, e con tale convinzione da provocare tante di quelle risa, che mi sembrava di star di nuovo facendo Puck in Sogno di una notte di mezza estate. Non ho mai fatto Sogno di una notte di mezza estate, vedete che avevo ragione? Sì, lei se n’è accorta, vero, signora? Diavolo, allora ero più bravo: mi avevano creduto tutti, mi ero creduto io stesso.

Ah, lo so cosa pensate: ma come si fa a far finta che non si abbia qualcosa, se tutto quello che prendi in mano ti cade per terra? Ma non è così facile, sapete. Guardate, questa è la mia mano (lentamente, la alza per mostrarla): se la tengo così, e non le faccio far nulla, non esiste alcun modo, e sì che ne ho provati parecchi, per farla star ferma; ma, se qui ci fosse una pistola ed io volessi uccidere uno di voi, non avrebbe alcuna esitazione, ad andare da qui a lì (indica un punto), ad afferrarla (alza indice e pollice a formare la “pistola”) ed a dirigere la pallottola esattamente dove voglio (fa finta di mirare, poi sorride, senza eccessiva convinzione). Una vera fortuna che non voglia uccidere nessuno di voi, vero?

Un tremore del genere potrebbe ignorarlo anche un chirurgo. Nessun attrezzo di scena andò mai in frantumi, per colpa sua; nessuna attrice ha mai ricevuto uno schiaffo che avrei dovuto solo far finta di darle. Se il Parkinson fosse consistito solo in questo (pausa).

Si chiama bradicinesia. Quando il mio medico, o il mio attore, me ne disse il nome, dovetti farmelo ripetere due volte. Eppure, significa una cosa molto semplice: sto qui seduto, d’accordo? Sto qui seduto e vi sto parlando. Se nessuno di voi, e la buona creanza dovrebbe impedirvelo, si mette a guardarmi le mani, chi mai potrebbe sospettare che sono malato? Ma, ecco, chiedetemi un po’ di alzarmi e di venire con voi a fare quattro passi. Non lo state facendo, e forse è meglio così; dovrei contare sulla vostra pazienza, in caso contrario.

Perché, semplicemente, non posso. Se ora ordinassi al mio corpo di tirarsi dritto ed iniziare a camminare, non lo farebbe. Non sono paralizzato, attenzione: nulla mi impedisce di contrarre i muscoli delle mie gambe e camminare; solo prima di farlo, ho bisogno di tempo. Ho bisogno di tempo, pure, per convincere gli angoli della mia bocca a tirarsi su in un sorriso; o tutta la mia faccia a prendere l’espressione scettica di chi racconta qualcosa che non crede. Ho bisogno di tanto di quel tempo, per fare questo, che alla fine ho deciso di non farlo proprio più, e di raccontare qualunque cosa tenendo in viso la stessa, monotona espressione che ho da quando ho iniziato a parlare con voi. Sì, la medicina ha un termine anche per questo: si chiama amimia.

Ed adesso ditemi: come diavolo si fa, a fare Morte di un commesso viaggiatore, se non puoi saltar su e metterti ad urlare, col viso deformato dalla rabbia? Sì, qualcuno potrà dire che basta urlare un po’ più forte. Ditemi una cosa: se riprendessi la pistola di prima (con lentezza, alza di nuovo la mano a formare la pistola) quanti di voi uscirebbero da qui, se io, semplicemente, mi mettessi ad urlare come il Signore Iddio dall’alto dei cieli?

Ma pensate, non saprei, a Robert De Niro. Lo sappiamo, lo sappiamo tutti che quella pistola era un giocattolo. Però, il modo in cui atteggia il braccio, le sue spalle, le gambe… non c’è bisogno che lo urli. Neppure che lo dica: basta che lo mormori. Stai parlando con me? Sono arretrato di un passo, la prima volta che l’ho visto.

Come faccio? (abbassa la testa) Come faccio a fare lo stesso? (si guarda le mani)

Ho fatto l’attore perché sono rimasto un bambino: non perché volevo giocare, ma perché volevo solo che la gente mi credesse. E ce l’avevo fatta, Cristo. Ce l’avevo fatta. Quanto mi piacerebbe, una volta, soltanto una volta ancora, prendere la mia pistola giocattolo (forma nuovamente la pistola con le dita), puntarmela alla tempia (esegue) e… non urlare, semplicemente mormorare (abbassa la voce) “spero che lo show vi sia piaciuto”.

(Abbassa il pollice, come se sparasse. La sua testa esplode, tra schizzi di sangue e materia cerebrale)

(Sipario)

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7 thoughts on “Monologo

  1. Dunque, pensieri sparsi: il monologo in generale mi ha richiamato tantissimo alla mente “La lunga notte del dottor Galvan” (se non l’hai letto, devi) di Pennac. Molto bello. La differenza tra un cattivo e un buon maestro mi richiama invece alla mente una citazione, ma non ricordo quale né da dove. Se era intenzionale, aiutami. Infine, a margine: non ce l’ho fatta domenica, mi spiace. Giornata troppo piena (ma i miei pargoli, sapendo che settimana scorsa ero lì, continuano a chiedermi quando ci vediamo… Hai aperto una breccia nel loro cuore!)

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