J.K. Rowling – Harry Potter e la Pietra Filosofale

Da qualche tempo mi ronza in testa una frase: “Era il 2001, più o meno, e con la stessa frequenza con cui oggi vedo ragazzini/e con ai piedi delle Vans nere, vedevo gente (di ogni età) con in mano uno dei tre Harry Potter usciti fino a quel momento”.

E no, questo articolo non parlerà di calzoleria.

Nel 2001 Harry Potter era ovunque. Se ne parlava perfino nei talk show del pomeriggio, che mia nonna seguiva con indefessa costanza, e che io, con l’incauto ottimismo di ogni dodicenne, credevo sarebbero scomparsi prima che diventassi maggiorenne. Un traguardo, come sa chiunque sia stato dodicenne almeno una volta, che sembra lontano quanto quello che devono raggiungere Achille e la tartaruga nel famoso apologo di un burlone di nome Zenone.

Sono passati sedici anni, ed i talk show, con mio disappunto, sono ancora qui; sono passati sedici anni, ed Harry Potter, con mia soddisfazione, è ancora qui. E, lo dico col cauto pessimismo dei miei quasi trent’anni, ci resterà per molto. Probabilmente, per sempre (“Dopo tutto questo tempo?”-“Sempre”).

A queste coordinate ho scritto di Harry Potter spesso. Ho manifestato la mia ammirazione per la sua “mamma”, che anzi ho incluso nel “mucchio” dei miei scrittori preferiti (con Borges e Mariano Tomatis, mica una compagnia da ridere); ho manifestato (più volte: qui, ad esempio) la mia convinzione sul fatto che essere cresciuti con lui sia stata una delle “cose” che hanno segnato la mia generazione e, come potete vedere dal link, ho dedicato intere pagine di questo blog unicamente a questo mago con gli occhiali rotondi ed una curiosa cicatrice sulla fronte. Continuo a credere, senza vergognarmene, che alcuni dei miei principi (quelli che le donne con cui ho dei rapporti di qualunque tipo trovano insopportabili) siano figli della nostra frequentazione, e molte volte mi sono affidato a frasi tratte dalle pagine dei libri che lo vedono protagonista (leggete qui, se non ci credete), per esprimere compiutamente un giudizio che mi ci sarebbero volute almeno mille parole a rendere chiaro. Mille parole: non per caso, la lunghezza standard di uno dei post di questo blog, che senza Harry (e senza tanti altri) non esisterebbe neppure.

Quello che non ho mai raccontato, però, è stato come io ed Harry ci siamo incontrati. Come le mie migliori amicizie (come quella con A., ad esempio, che pure ormai dovreste conoscere), tutto è iniziato con un’antipatia che pareva del tutto giustificata ed altrettanto invincibile.

E quindi torniamo al punto di partenza: era il 2001, avevo dodici anni, e, già allora avevo compreso (anni dopo, un traumatico incontro con J.R.R. Tolkien me l’avrebbe confermato) che le grandi saghe non facevano per me; era il 2001, avevo dodici anni, Harry Potter era ovunque ed io, con la spocchiosa sicumera di uno appena entrato nei teen ages, ritenevo di non potermi piegare a fare quello che facevano tutti (ovviamente, però, avevo uno zaino Seven, un astuccio Pickwick ed ascoltavo gli 883). Nondimeno, tenevo per l’Inter, che in quegli anni toccava uno dei punti più bassi della sua storia, non provavo un grande fascino per le automobili e non possedevo una Playstation: leggere “Harry Potter e la Pietra filosofale” rappresentava quindi il modo più economico e meno traumatico per non essere escluso proprio da tutte le conversazioni che avvenivano tra le (anguste, eravamo in trenta) mura della seconda C. La più grande maledizione che possa accadere ad un dodicenne, anche ad uno destinato a diventare un diciottenne che si crede alternativo (ed invece è solo un bastiancontrario).

È stato quel libro che mi ha fatto capire cosa davvero significasse amare la lettura. Ho un ricordo molto vivido di me che ne sfoglio le pagine seduto accanto al camino di casa mia, ed è sicuramente un ricordo falso: ho abitato in una casa col camino solo fino ai dieci anni. Quel che è certo, è che non può essere un caso che io leghi tra loro il luogo ed il libro in cui e con cui sono cresciuto; d’altronde, so di per certo che quel volume, acquistato tramite uno di quegli abbonamenti truffa che venivano venduti porta a porta (a cui, per altro, devo anche la prima lettura di Camilleri), me lo sono portato ovunque, come facevo solo col mio Game Boy. È naturale, che lo abbia portato anche nei miei ricordi più cari.

Potrei spendere per La Pietra filosofale le stesse parole che, qualche settimana fa, ho speso per Jumanji: e cioè, mi rendo conto, adesso, che è un’opera non priva di difetti e, se lo leggessi oggi, sicuramente lo troverei divertente, interessante, scritto bene, ma non rivoluzionario quanto lo trovai allora, che come lettore ero decisamente più inesperto. Ora che (purtroppo) sono un poco più avveduto e sospettoso, in fatto di storie, capirei fin da subito, ad esempio, che è lecito attendersi il meglio da Severus Piton, che pure Harry sembra considerare l’uomo peggiore che abbia mai camminato sulla faccia della Terra, secondo solo (forse) a Lord Voldemort, ed il peggio da Quirinus Raptor, la cui pretesa pusillanimità raggiunge a volte cime talmente grottesche che è difficile, leggendo solo le pagine (poche: un errore di costruzione piuttosto grave, vista la sua importanza) che gli vengono dedicate, credere che le abbia scritte la stessa mano che nei libri successivi avrebbe caratterizzato tanto bene, con poche, ben assestate parole, dei personaggi che sembrano pronti a saltar fuori dalla pagina e stringerti la mano.

Aggiungiamoci pure che La Pietra filosofale è in tutto e per tutto un libro per bambini. Sono bambini i suoi protagonisti, è “da bambini” il modo in cui viene visto il mondo dei grandi, soprattutto quelli “istituzionali”: ai tempi in cui lo lessi, i miei rapporti con i professori erano già più problematici e conflittuali di quelli che Harry ha con i suoi (escluso Piton, ma lì siamo sul personale). Per bambini sono pure le convenzioni narrative, che vengono rispettate tutte: e non solo perché il finale si risolve in un colpo di scena (almeno i primi sei libri si concludono così: ma il colpo di scena non è mai banale ed apparentemente gratuito come su queste pagine). Pensate ad esempio al fatto che la morte, che pure la Rowling ha ammesso essere il tema centrale di tutta la saga, non è mai al centro della scena, neppure quando si tratta di una morte importante. Non vediamo l’omicidio dei genitori di Harry, come più avanti vedremo quello di Sirius, di Dobby o (il più traumatico) di Cedric: sono la McGranitt e Silente a raccontarcelo.

Ma io il libro non l’ho letto ora, l’ho letto sedici anni fa; e, pure con tutti questi difetti, che adesso mi paiono evidenti, stiamo parlando comunque di una grandiosa opera prima. I suoi detrattori non mancano, però non si può negare che la Rowling sia capace di scrivere: quando i suoi personaggi parlano, sia pure quando pronunciano qualche frase storica, non si ha mai l’impressione che l’autrice ritenga che debbano assomigliare ai personaggi di un film, ma a delle persone vere, con in più l’arguzia, il wit, tanto caro agli inglesi, da Shakespeare, che sono sicuro la Rowling conosca a menadito, fino ai giorni nostri; quando i suoi personaggi si muovono, si sa sempre chi è dove e chi sta facendo cosa.

Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, disse una volta che ogni singola frase di un racconto dovrebbe o far procedere l’azione, o sviluppare un personaggio. Questo precetto, direi, tra queste pagine è rispettato alla perfezione e, anzi, parlando di personaggi, non c’è mai bisogno che il libro rallenti per spiegarci perché un certo personaggio sta facendo qualcosa, perché, se abbiamo letto con attenzione le pagine precedenti, lo capiamo da noi. Ciò permette alla storia di dispiegarsi senza mai cambiare ritmo, e di far portare il lettore ad un certo punto esattamente nel momento e, soprattutto, nell’umore in cui dovrebbe arrivarci. Per questo motivo, le trappole narrative, per quanto ingenue, scattano tutte, e tutte nel momento giusto.

Semmai fossi invitato a parlare ad un corso di scrittura creativa (ne dubito), esaurirei la mia lezione in un solo esempio: direi ai discenti (che se non hanno mai letto Harry Potter possono anche lasciare l’aula, grazie) di pensare all’episodio di Hagrid e del suo drago. George Martin, verosimilmente, avrebbe messo in scena la schiusa del suo uovo (con più donne nude, chiaramente) solo al fine di far correre i suoi lettori al balcone più vicino, urlando “Cazzo un drago!” (tale urlo, probabilmente, sarebbe accolto da una fitta sassaiola di mattoni con su scritto “NIENTE SPOILER!”). La Rowling, viceversa, si serve di questo escamotage per mostrarci che Hagrid ha un punto debole: ama le bestie feroci (oh, ognuno). Ne conseguiranno casini.

E quindi sono arrivato fin qui, e cerco un modo per mettere fine a questo disordinato articolo. Forse anche io potrei concludere con un bel colpo di scena. Magari due, per non sembrare troppo banale.

Ho deciso che, in ognuno dei prossimi venerdì (giorno della settimana in cui, tradizionalmente, abbiamo sempre parlato di libri) scriverò un articolo in cui racconterò, in ordine cronologico, i sette libri della saga di Harry Potter. Il primo è quello che avete appena letto: sì, non era un granché. Fate però finta di credere che sia un po’ come la Pietra filosofale che pure, con tutti i suoi difetti, ha dato vita ad una grande serie.

Ah, il secondo colpo di scena? Ho scoperto che fine ha fatto Matteo Renzi. È sulla nuca di Gentiloni.

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17 thoughts on “J.K. Rowling – Harry Potter e la Pietra Filosofale

  1. Io ho letto HP la prima volta abbondantemente superati i trent’anni, la seconda è per i miei figli, superati i quaranta. Lo adoro. La pietra filosofale è in effetti forse il meno maturo, ma ci sta, è rivolto a bambini più piccoli. Il modo in cui i personaggi crescono con i loro lettori (e viceversa) è magistrale. La Rowling sicuramente conosce bene Shakespeare, la mitologia (vedasi Sirius), le fiabe celtiche e un bel po’ di altre cose, ma la cosa che mi lascia più ammirata è la sua sconfinata conoscenza della mente, dei comportamenti e dei sentimenti dei ragazzi tra gli undici e i diciannove-vent’anni. Da quel punto di vista, la maga è lei

  2. Un post che mi devo esimere dal commentare nel merito: come sai, non ho mai letto nulla della saga né mi attira particolarmente (ammetto, forse, sbagliando: dato il fenomeno planetario, dovrei impegnarsi e farmene un’idea). Non mi esimo però dal dire che è piacevole leggere il tuo vissuto di iniziazione all’amore per la lettura.

  3. Abbiamo la stessa età. Anche io avevo dodici anni nel 2001 quando uscì il libro. In quel tempo erano di moda le saghe, tant’è che qualche anno dopo uscì il Signore degli Anelli e Cronache di Narnia, che impazzava nelle aule della mia scuola.
    L’inter non toccava il fondo, era il fondo e ricordo le gag dei comici di Zelig tipo: “Squadra che vince? Non è l’inter”.
    Anche io non ervo convenzionale, ma ho finito per leggere Il Codice da Vinci, 100 colpi di Spazzola e, ahimè, 3 metri sopra il cielo. Proprio quest’ultimo libro lo ricordo allo stesso modo di come tu ricordi il tuo Harry Potter. Sia a livello linguistico che di esperienza. Certo, sono due generi differenti e credo due modi di scrivere opposti, ma proprio il fascino e l’idea di addentrarmi in quella storia mi aveva spiazzato. Come mi aveva spiazzato il modo di raccontare del famoso Moccia. Diciamo che la curiosità di leggere quel libro derivò dal fatto che tutti ne parlavano, e volevo valutare con mano l’eccellenza del momento, ma rileggendo dopo anni un libro simile (quello di Moccia uscito qualche mese fa) mi sono davvero resa conto di quanto, crescebdo, si osserva il mondo con occhi diversi.

    • Io con Moccia non ce l’ho fatta. Ho trovato decisamente convulsiva la sua sintassi:-).
      Io però rileggo ancora adesso HP con vivo piacere.
      Letto anche io Il codice Da Vinci (un thriller onesto, se non lo prendi per fonte storica: ho letto anche altro di Dan Brown, non sa scrivere granché ma come lettura disimpegnata va benissimo) e 100 colpi di spazzola. Ecco, quest’ultimo forse è il peggio:-).

      • Dan Brown è vero, devi prenderlo per le pinze soprattutto se sei credente. Oppure se vivi in città storiche menzionate nel libro. Certamente avrei voglia di leggere il nuovo libro (credo che me lo farò regalare al compleanno) ma giusto perché adoro i generi esoterici e pregnanti di mistero. Di scrittori che si occupano di questo genere ce ne sono tanti, ma devo sottolineare che questa categoria di narrativa richiede un certo modo di scrivere che deve saper catturare il lettore. Ad esempio mi è piaciuto Gleen Cooper e la sua Biblioteca dei Morti (ti lascia con il fiato sospeso fino all’ultimo capitolo) ma in questo caso il merito (credo) vada al traduttore.
        100 colpi di spazzola andava di moda all’epoca. Era il libro scandalo delle ragazzine, quello che ti apriva ad un mondo che andava oltre l’ingenuità. Ho visto anche il film ma non è che mi abbia colpito particolarmente… Nè l’uno, nè l’altro.

  4. Nonostante MDM (Mia Dolce Metà) li abbia comperati e letti tutti, io non mi sono mai avvicinato ai libri di HP perché, presumibilmente sbagliando, li ho sempre considerati poco adatti a me. Aggiungo il fatto di essere sospettoso verso le trame che durano più di 1-2 libri, pur notando anche dalle tue righe quanto questa saga sia ben scritta, adatta a tutte le età e soprattutto coinvolgente. Inizio a pensarci.

    PS Mai visti neppure i film

  5. Eccellente idea: questa primavera ho sbarcato una convalescenza lunga e complicata appunto avviando una rilettura completa della saga con recensioni settimanali – una bella esperienza, e Harry Potter aiuta molto a dimenticare i malanni che ti perseguitano. Il primo libro è anche quello della presentazione, a conti fatti la trama principale è concentrata in pochi capitoli; ha però una caratteristica di cui mi sono resa conto solo rileggendolo quando sapevo tutto quel che era successo in seguito: tutto, assolutamente tutto, ogni riga e ogni dialogo aprono la strada a eventi futuri, spesso imprevedibili ma velatamente accennati. Avevo scritto “tutto tranne la storia del drago di Hagrid, che non avrà seguito”. Ma hai ragione tu, anche quella è finalizzata alla trama perché ci mostra la particolare simpatia che Hagrid nutre per gli animali… ehm… “interessanti”, una caratteristica che lo inguaierà… che dico, che lo ha già abbondantemente inguaiato ben prima che la storia cominci, prima ancora della nascita dell’Ordine della Fenice.

    • Lo so benissimo, anche se non l’ho scritto (mea culpa) sei stata tu a darmi l’idea:-). Il tentativo che voglio fare io, però, è sottilmente diverso: una recensione “a memoria”. Una specie di “cosa mi ha lasciato dentro Harry”?

      Di quel guaio parleremo venerdì:-).

  6. Lo so che stai facendo una cosa diversa – e anche molto interessante, aspetto le prossime puntate con grande curiosità. Ma mi sono citata per testimoniare a mia volta il magico potere dei libri di Harry Potter, che riescono ad aiutarti anche nelle situazioni più deplorevoli e a farti dimenticare mentre li leggi tutto quello che di scomodo c’è nella tua vita 🙂

    • Lo avevo anche scritto, in altri articoli: io non leggevo Harry Potter. Io ero lì. La Rowling l’ha anche scritto, qualche tempo fa, su Twitter: abbiamo ricevuto tutti la lettera per Hogwarts. Siamo stati lì insieme.

  7. Nel 2001 avevo 13 anni, Harry Potter era dappertutto, e anch’io in quel periodo ho letto i primi libri (almeno 2, forse 3) però non mi ha mai appassionato. Ho sentito parecchi che hanno scoperto da adulti l’intera saga e l’hanno amata follemente. Penso che prossimamente riproverò ad affrontarla…
    Bellissimo post, è sempre interessante rintracciare le origine dell’amore per la lettura! Mi leggerò senza dubbio i prossimi anche se sono una babbana 🙂

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