Pensieri sparsi durante Propaganda

L’altro ieri, mentre pranzavo, riguardavo la puntata di venerdì scorso di Propaganda Live, il nuovo programma di Diego Bianchi (in arte Zoro) in onda su La7; la quale, fidandosi evidentemente del suo nuovo mattatore, gli ha messo a disposizione più di due ore di palinsesto, il venerdì sera.

Collocazione “pesante”, sicuramente più di quella che Diego occupava a Rai3, dove Gazebo (con cui Propaganda Live condivide buona parte della struttura) si era posizionato prima in seconda serata, e poi in fascia preserale (prima di “Un posto al sole”. Allocazione di prestigio, a ben vedere). Di rado con un “minutaggio” superiore all’ora.

Diego mi piace molto, e quindi sono felice che possa “allargarsi” su uno spazio così ampio; d’altronde, ritengo che riempire oltre centoventi minuti, pur con tutto il talento di cui sono dotati lui ed il suo staff, non debba essere facile: per questo motivo, gli perdono ben volentieri la decisione di dedicare un intero segmento della puntata alla “ridiscesa in campo” di Berlusconi. Che è avvenuta durante una visita del Cavaliere ad Ischia, dove, dopo un inquietante visita alle zone colpite dal terremoto dello scorso agosto (che ha fatto emergere una lunga serie di spiacevoli dejà vu), ha partecipato ad una manifestazione di Forza Italia.

Ho sempre riconosciuto a Berlusconi qualsiasi difetto mi fosse possibile riconoscergli; tuttavia, ho sempre sperato che la sua intelligenza (o, almeno, il suo buon senso) avrebbero finito per battere il suo istrionismo quasi patologico. Ad un certo punto, mi dicevo, il Cavaliere si renderà conto che, per età (e per evitare di incorrere nella pietà altrui), non gli è più possibile prodursi tutto da solo in uno di quegli show che tanto peso hanno avuto nella costruzione del suo successo.

Quel momento in effetti è arrivato, ma Berlusconi (dopo alcuni mesi di dignitoso silenzio) ha infine deciso di fare come quelle rock band degli anni Sessanta che, alle prese con l’artrosi e l’ipertrofia prostatica, decidono comunque di voler continuare a calcare i palcoscenici di tutto il mondo (a prezzi francamente irreali e con risultati spesso catastrofici), pur non avendo più il fisico per sopportare un concerto di due ore e mezza. E così, si è affidato ad un gruppo di spalla.

I membri di questo gruppo (come quelli di molte band consimili) non spiccano né per carisma, né per capacità; Zoro, con la pungente ironia che lo caratterizza, ne ha presi di mira un paio di “esemplari”: Maurizio Gasparri, a cui è legato da lungo e tormentato amore, e Simone Baldelli, un modesto caratterista che ha intrattenuto il pubblico con delle imitazioni dimenticabili (perfino quella di La Russa, che pure riesce bene a chiunque). Credo nella speranza che, insieme con quelle, il pubblico dimenticasse pure che, nel tempo libero, Baldelli fa il vicepresidente della Camera.

Riconosco il maggiore interesse che esercitano su un comico questi personaggi; da parte mia, però, quello che più mi ha colpito è stata una frase pronunciata da Paolo Romani e finita presumibilmente nel montaggio finale per puro caso. Quella frase diceva, più o meno: “e perché non dobbiamo indagare su queste ONG?”.

Di per se, la frase aveva pochi motivi per attirare l’attenzione di chiunque: l’attacco alle organizzazioni umanitarie che soccorrono i migranti nel Mediterraneo è ormai un classico delle destre, fin da quando il procuratore di Catania avrebbe scoperto alcune connessioni (mai provate) tra queste e gli scafisti che organizzano il trasporto di quei poveri disgraziati. C’è stato anzi un momento in cui pareva che anche il Mahatma Gandhi dovesse avercela con Medici senza frontiere o con Save the children; in quei giorni, avevo scritto alcune (trascurabili) parole su questa ondata di odio, ed avevo creduto di poterla inscrivere in una “continua escalation al peggio del razzismo”, che spostava continuamente al rialzo l’asticella del socialmente accettabile.

Sulle motivazioni sottese a questo martellamento mediatico, non mi ero interrogato; avevo dato per scontato che fosse in gioco semplicemente una versione più sofisticata (si fa per dire) di quella curiosa trasformazione che fa del diverso un diversivo. Non escludo che sia così; tuttavia, ritengo che la risposta possa anche essere maggiormente articolata.

L’ideologia di qualunque destra (da quella apparentemente ragionevole del ministro Minniti a quella “genitale” e sboccata di Matteo Salvini), insegnano i Wu Ming, si basa su un assunto: e cioè che, se nella società esiste il conflitto, la colpa è di forze esterne ad un determinato gruppo sociale (una classe, una nazione, un genere sessuale…) il quale, se non fosse stato per questi elementi “perturbanti”, sarebbe stato coeso, equilibrato, pacificato (non pacifico, attenzione: pacificato). Queste “forze esterne”, a seconda dei momenti storici e delle convenienze, hanno assunto diversi volti; tutti, comunque, sempre appartenenti a delle minoranze (che tali erano o per numero, o per lo scarso peso che esercitavano i suoi membri).

Da questo presupposto, deriva, piuttosto “naturalmente”, il “mito dell’età dell’oro”, che può essere brevemente riassunto così: “è esistito un tempo in cui gli ebrei/i negri/i cinesi/i froci/i sindacalisti ancora non erano venuti qui a romperci il cazzo, ed allora si poteva dormire con la porta aperta, farsi prestare denaro ad un interesse irrisorio, fare impresa come si deve, andare al mare tutti i weekend e comprarsi una casa pure senza fare un mutuo!”. Ogni destra promette ai suoi elettori di ricostruire quel mondo, il mondo dei padri, o dei nonni, o degli antenati; un mondo in cui, si potrebbe dire con una battuta, c’è più peste bubbonica, ma meno maschi che camminano in strada tenendosi per mano.

Risulta evidente che un simile progetto non può essere perseguito costruendo una macchina del tempo su cui imbarcare tutti i membri della stirpe eletta, che pure sarebbe la soluzione più semplice e cinematograficamente appetibile: la scienza non ha ancora raggiunto quel grado di sviluppo, e comunque lo sanno tutti che per far andare una macchina del tempo ci vuole del plutonio rubato a dei terroristi libici. Stando così le cose, resta un’unica soluzione: eliminare i membri del gruppo perturbante.

Tale eliminazione, almeno in Europa, ha smesso di essere corporea ormai da qualche tempo; al posto di uccidere il reprobo, si preferisce esiliarlo dalla società “ideale” che si va costruendo: o non facendocelo proprio arrivare (è in questo senso che lavora la “destra di Minniti”) o spingendo gli altri membri del proprio gruppo ad assumere verso gli “estranei” un atteggiamento di esclusione. D’altronde, diceva qualcuno (purtroppo, non ricordo mai chi), l’esclusione è l’elemento caratterizzante della destra. Io, al posto di esclusione, userei un altro termine: prevaricazione.

Come convincere un uomo a prevaricare un proprio simile? Semplice: spingendolo a credere che questo atteggiamento sia in tutto e per tutto naturale. Ogniqualvolta il Giornale o Libero riportano una notizia in cui raccontano l’ultima nefandezza di un “richiedente asilo” o di un “membro importante della sinistra”, non stanno solo attaccando un nemico: stanno anche costruendo, ad un livello sotterraneo, l’idea che tutti cercano, sempre, di fottere i propri simili. Ogniqualvolta parlano di storie (orribili, si direbbe, a sentire le testimonianze) come quella che vede coinvolto il produttore statunitense Harvey Weinstein, fanno la stessa cosa, ma in modo molto più diretto: “andiamo, chi di noi non ha mai pensato di violentare una donna?”.

L’esistenza di uomini (magari riuniti in organizzazioni) che aiutano degli altri uomini semplicemente perché sentono il dovere di farlo mina alla base la stessa ragion d’essere della destra: perché dimostra che l’uomo con il suo simile non è obbligato, necessariamente, ad essere lupo. Dimostra che il migrante può essere aiutato anche se non si ha l’intenzione di sistemarlo (a spese pubbliche) nella tale cooperativa, o di affidarlo a qualche caporale che lo porterà a lavorare in qualche campo di pomodori del Sud Italia.

Perché nella società ideale si potrà andare in giro senza essere fermati da negri che chiedono l’elemosina. Si potranno avere tutte le donne che si vogliono senza avere tra le palle le femministe. Si potrà invadere la Polonia perché si vogliono fare le vacanze a Cracovia, senza dover pagare l’albergo. Ma una cosa è sicura: si guadagna molto poco. E questo, la destra, lo sa benissimo.

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3 thoughts on “Pensieri sparsi durante Propaganda

  1. Io sono apartitico, pur interessandomi come tutti della politica italiana e di quanto ci viene quotidianamente proposto.
    Aborro giornali tipo Libero o Il Giornale dove la verità viene distorta verso pareri molto di parte (magari menzogneri), così come nondimeno accade in altre testate, anche sportive.
    Berlusconi è la maschera di se stesso, ammiro la sua voglia di riflettori, ma preferirei saperlo a casa sua con la Pascale e Dudù. Sinceramente mi meraviglio che qualcuno ancora lo possa votare.

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