J. K. Rowling – Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

In quel (troppo) breve periodo in cui li ho frequentati, ho imparato che per i jazzisti le note che non si suonano sono forse più importanti di quelle che si suonano. D’altronde, mi sembra di aver letto che una delle prime cose che si insegnano ai jazzisti dilettanti è di “imparare a far suonare i silenzi”.

Col tempo, mi sono reso conto che l’arte che amo di più è la musica, e che riesco ad apprezzare le altre solo se con la musica hanno qualcosa a che fare. Il cinema è una questione di contrappunto. L’illusionismo richiede esercizio (tanto quanto ce ne vuole per imparare a suonare la parte di Randy Rhoads in Crazy train di Ozzy Osbourne) e senso del ritmo; lo stesso senso del ritmo che è richiesto anche per fare bene l’amore, ma non addentriamoci in questo discorso.

La satira è comicità, e nella comicità, se non sei capace di tenere il tempo bene almeno quanto John Bonham, potrai essere ridicolo, ma di sicuro non divertente (e credetemi, so quel che dico); e poi, ciò che fa funzionare la satira è lo scarto tra ciò che si dice e ciò che si tace o, in altri termini, tra le note che si suonano e quelle che si omettono. Lo stesso si può dire della letteratura (d’altronde, la satira è un genere letterario), e Simona di boudoir77 forse non saprà mai quanto mi ha lusingato quando, commentando due mie (modeste) creazioni letterarie, si è complimentata con me per il mio groove (qui) e per “il gusto per la schermaglia intestina di senso e parole” (qui).

Ma stiamo parlando di letteratura, quindi lasciamo perdere quel che scrivo io o rischiamo di finire fuori tema. Pensiamo, invece, a tutte quelle opere in cui un silenzio, ben calibrato e ben posizionato, riesce nell’intento di riversarci addosso un universo di emozioni, come pagine e pagine di prosa, magari anche ottima, non sarebbero state capaci di fare. Pensiamo a “poscia, più che ‘l dolor, poté il digiuno”; pensiamo a “la sventurata rispose”; pensiamo ad uno degli scambi di battute più fulminanti della saga di Harry Potter, quello che avviene tra Hermione Granger ed il suo professore, Remus Lupin, all’interno della Stamberga Strillante, in uno dei capitoli migliori del mio libro preferito dell’eptalogia, il Prigioniero di Azkaban. Uno scambio di battute che è tutto basato sul “far suonare un silenzio”.

Sirius Black ha attirato Harry, Ron ed Hermione all’interno del suo nascondiglio, e sembra si stia preparando ad ucciderli (Black, d’altronde, è stato rinchiuso ad Azkaban, la prigione dei maghi, con l’accusa di aver ucciso degli innocenti babbani e Peter Minus, un suo vecchio amico); in soccorso del trio, giunge Remus Lupin, l’insegnante di Difesa contro le Arti Oscure, che riesce a disarmare Black e pare che voglia consegnarlo alle autorità magiche. Black, tuttavia, rivela di conoscere bene Lupin (lo chiama per nome) e cerca di persuaderlo del fatto che le cose, quella notte in cui dodici anni prima avrebbe consegnato la famiglia Potter alla crudeltà di Voldemort, tradendo così la loro fiducia (abbiamo scoperto, qualche capitolo prima, che Black è il padrino di Harry ed è stato il migliore amico di suo padre, James), potrebbero non essere andate come lui crede. Lupin tentenna, ma alla fine abbassa la sua bacchetta e cerca di convincere Harry a fidarsi a sua volta di Black. A quel punto, interviene Hermione, urlando: “Harry, non credergli, ha aiutato Black a entrare nel castello, anche lui ti vuole morto… è un Lupo Mannaro!“.

Lupin, da parte sua, non si scompone; e, in un momento di così grande tensione, riesce a trovare il senso dell’umorismo per rispondere: “Questa volta non sei stata all’altezza di te stessa, Hermione. Ne hai azzeccata una su tre, temo. Non ho aiutato Sirius a entrare nel castello e di sicuro non voglio vedere Harry morto…”. Una pausa, e poi: “Ma non negherò che sono un Lupo Mannaro”.

Ho detto alcuni capoversi più su che questo libro è il mio preferito della saga: è un giudizio che non ho paura di ripetere. Il Prigioniero di Azkaban presenta alcune qualità che sono mancate nei romanzi precedenti, e che mancheranno nei successivi: tanto per cominciare, è un romanzo compiuto, nel senso che si inserisce sì in una saga (e ci si inserisce ottimamente: vengono qui gettate le basi per molti sviluppi futuri), ma che può essere apprezzato e, soprattutto, compreso, anche in se stesso, come libro isolato, senza sapere nulla di quanto è accaduto in passato.

Inoltre, è un romanzo molto più maturo: Harry inizia finalmente a disobbedire all’autorità per il semplice gusto di disobbedirvi, pur senza essere ancora diventato quel “ribelle senza una causa” che sarà negli episodi cinque e sei della serie, ed in più iniziano ad avere un peso molto maggiore tematiche più adulte rispetto a quelle affrontate nei romanzi precedenti. Qui per la prima volta una morte (un omicidio, anzi) viene prima raccontata nei minimi particolari, e poi rischia addirittura di accadere in piena scena; qui, in un mondo che fino a quel momento si era caratterizzato per l’onestà dei suoi rappresentanti, si parla di tradimento; qui fanno la loro comparsa i Dissennatori, tra le più raccapriccianti (e riuscite) invenzioni prodotte dalla Rowling.

I Dissennatori sono le guardie carcerarie di Azkaban, la prigione dei maghi; sono esseri privi di una vera forma corporea, che “svuotano di pace, speranza e felicità l’aria che li circonda […]. Se ti avvicini troppo a un Dissennatore, ogni sensazione piacevole, ogni bel ricordo ti verrà succhiato via. Se appena può, il Dissennatore si nutrirà di te abbastanza a lungo da farti diventare simile a lui… malvagio e senz’anima. Non ti rimarranno altro che le peggiori esperienze della tua vita”. La Rowling ha dichiarato più volte che i Dissennatori sono una metafora della depressione; raramente, tuttavia, ho visto una metafora imporsi con una tale vividezza, ed il messaggio da essa trasmesso essere reso in modo tanto chiaro: i Dissenatori vengono scacciati solo dal Patronus, un protettore che può essere evocato solo richiamando alla mente un ricordo felice della propria vita.

Dissennatori e Patronus non sono che due delle creazioni che questo libro tira fuori, pagina dopo pagina; ma c’è anche spazio per la Mappa del Malandrino, per la Stamberga Strillante, per il Nottetempo, per il Gramo… creazioni che rivelano una fantasia vulcanica, ma che al tempo stesso sono tutte al servizio di una trama che, pur risolvendosi nel consueto colpo di scena finale, si rivela finalmente costruita alla perfezione: questa volta (al contrario che nell’episodio precedente) il fucile era sulla mensola fin dal primo atto, e quando nel terzo spara, come in un buon giallo, ci si ritrova a pensare “Ma come ho fatto a non pensarci anche io?”.

Il vero punto di forza della trama di questo libro, tuttavia, è la sua non linearità: proprio quando sembra che tutti i nodi siano venuti al pettine e che non ci sia più spazio per nuove avventure, ecco che la Rowling mescola le carte in tavola, e ci mostra che molto può (e deve) ancora essere fatto e raccontato. Ho più volte ripetuto che, man mano che la saga va avanti, i molti fili tessuti dalla sua creatrice sembrano sfuggirle di mano, e ad un certo punto si ha la sgradevole impressione che alcune cose accadano perché sì; lo stesso non si può dire del Prigioniero di Azkaban, in cui ogni virgola sembra essere stata posizionata in un certo punto, e non altrove, perché più avanti la sua presenza sarà importante per spiegare un certo snodo di trama.

C’è poi da fare una menzione sui personaggi, ed in particolare sui cattivi: di Black ci vengono fornite fin dall’inizio delle pessime referenze. Pluriomicida, per di più di innocenti; primo evaso dalla prigione dei maghi (e quindi, si sospetta, in possesso di un’astuzia diabolica); traditore degli amici (ha consegnato a Voldemort il suo migliore amico e la sua famiglia); uno che, se nei weekend andasse in giro a squartare gattini, ne avrebbe la reputazione migliorata: tutto ci spinge ad odiarlo, ed è proprio in quest’odio che trova la sua ragion d’essere l’incredibile ribaltamento di fronte che si produce alla fine del romanzo, quando viene rivelato che Black non è affatto quello che si crede e che un altro personaggio, a sua volta, è un individuo ben più pericoloso di lui. La malvagità non dev’essere sempre titanica, ci ammonisce la Rowling; anzi, più spesso è meschina e mediocre, come dimostrerà un altro personaggio della saga, Dolores Umbridge.

Per tutti questi motivi, e per una certa scena che coinvolge Ron, il personaggio a cui mi sento più affine, io considero questo libro un capolavoro. Ma, seppure tutto questo non ci fosse stato, sarebbe bastato quel dialogo, a rendere questo libro un esempio per gli scrittori di ogni tempo; quel dialogo e, in particolare, quel silenzio così sonoro tra “non voglio vedere Harry morto” e “non negherò che sono un lupo mannaro”. In quello iato, in quella breve pausa, ogni congettura è possibile, ogni riflessione accettabile; tutto ciò che hai letto e, soprattutto, quello che ti è stato celato nelle pagine precedenti ti si rovescia addosso, e, anche se lo sai cosa sta per accadere, senti quella tachicardia inconfondibile che preclude LA domanda.

E adesso?

Che poi è la domanda alla base di tutta la grande letteratura.

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6 thoughts on “J. K. Rowling – Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban

  1. Ah, il terzo libro… quello che ti lascia a uggiolare fuoti dalla porta guaiolando “Voglio il quarto! Ora, subito, qui!”. E che gioia quando scopri che il quarto è lì che aspetta in libreria! Il terzo è il primo della serie col finale doppio: svelato l’inganno c’è ancora da sistemare tutto, con un gruppo di colpi di scena finale. Il terzo è quello dove ci si accorge che il passato funziona come un millefoglie, ogni nuovo strato ha la sua sorpresa. E quanti strati abbiamo ancora da sfogliare! Eppure alla fine del terzo tutto sembra chiaro, e non immaginiamo che i malandrini abbiano ancora tanto da dare. Non so se è il più bello, ma credo sia quello che più è rimasto impresso nell’immaginario collettivo, per tutti i motivi che hai elencato. Quali sono le cose che TUTTI conoscono di HP? Hogwarts, il Quidditch e i Dissennatori, che hanno una vera letteratura anche psicologica a parte, e davanti ai Dissennatori nessuno osa criticare, nemmeno i più pedanti presunti esperti di letteratura “per l’infanzia”.

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