Lasciate stare il sociale

Ad aprile dello scorso anno, scrivendo subito dopo l’ignorato referendum sulle trivelle, esprimevo la mia comprensione per chi, come Alessandro, che allora era il mio coinquilino e che aveva appena compiuto diciotto anni, si sarebbe dovuto portare dietro per tutta la vita questo pessimo ricordo della sua “prima volta” elettorale; riconoscevo anche, tuttavia, che c’era chi stava peggio: quando io e quella banda di giovani idealisti e sognatori che erano i miei amici di allora siamo andati a votare per la prima volta, il 13 aprile del 2008, Berlusconi e la Lega, in due, si presero quasi il 50% dei voti, e qualunque cosa avesse ancora in se (nella denominazione, se non nell’ideologia) una parvenza di sinistra venne brutalmente buttata fuori dal parlamento (iniziò quel giorno, credo, la lenta epurazione dal discorso politico di qualunque approccio “da sinistra”).

Ho sempre pensato che non sarebbe mai potuto esistere nulla di peggio, dopo quel 13 aprile; lo penso ancora. Ma Ostia, le elezioni per il rinnovo del suo consiglio municipale e quel che ne è conseguito (e che qui, qui e qui trovate ottimamente analizzato) hanno rischiato di farmi cambiare idea; di sicuro, mi hanno portato a chiedermi: ma perché cazzo continuiamo a chiamarli neo-fascisti?

Lunedì sera, mentre scrivevo Del peggio del nostro peggio, ho dovuto guardarmi (con terrore vieppiù crescente) il video che accompagnava questo articolo sull’incontro nella sede di Casapound tra Corrado Formigli e Simone Di Stefano, uno dei leader dei “fascisti del terzo millennio”. Il video spiccava per la sua asetticità: nessun santino del Duce, nessun manganello, nessun brutto ceffo pronto a spaccarti il naso con una testata (perché sei un giornalista, altrimenti avresti potuto aspettarti ben di peggio); per citare le parole di Daniele Luttazzi (che non condivido in toto) questi neofascisti sembrano tutti Charlie Sheen. Eppure, ad un certo punto, nonostante tutto l’impegno profuso per girare un servizio imparziale, una contraddizione emerge: in un’inquadratura, si nota uno dei muri della sede di Casapound a Roma, coperto con i nomi dei padri nobili del fascismo del terzo millennio. Spiccano Pound (ovviamente), Yeats, Marinetti, Mussolini… capitan Harlock (dico sul serio); nel testo dell’articolo, però, si riporta la seguente dichiarazione di Di Stefano: “Anche con Mentana il dibattito è partito dal 1919. Noi però vorremmo parlare della contemporaneità”.

Questo cortocircuito tra una storia esibita tanto orgogliosamente ed il preteso desiderio di essere “moderni”, mi ha riportato alla mente un articolo di Umberto Eco, scritto ventidue anni fa: in tempi in cui, cioè, la teoria del “non esistono più destra e sinistra” andava se possibile ancor più di moda di adesso. L’articolo, pubblicato sulla “New York Review of Books” si intitolava Ur Fascism (lo trovate quied in esso Eco analizzava le caratteristiche fondamentali di quello che definiva, appunto, ur fascismo: ossia, del retroterra culturale che sta alla base di qualunque fascismo, comunque lo si voglia chiamare: franchismo, nazismo, poujaidismo, caudillismo… o neofascismo, finanche fascismo del terzo millennio. Una di queste caratteristiche era il rifiuto della modernità: Eco argomentava come, in realtà, questo rifiuto fosse unicamente di facciata, e riguardasse, più che la modernità in toto (il fascismo anzi si vantava di aver reso l’Italia una potenza industriale) le idee che la modernità portava con se. I tradizionalisti francesi ed i fascisti del Ventennio potevano ben fingere di essere avversi al “capitalismo”, ma in realtà di quest’ultimo erano i maggiori difensori (a volte, armati) e si opponevano, piuttosto, alle idee di eguaglianza sociale che erano state propagandate in tutta Europa prima dalla Rivoluzione francese, e poi dal socialismo.

Casapound ha fatto sua questa strategia comunicativa, ma l’ha invertita; i suoi simpatizzanti, trovandosi nella condizione di dover rifiutare la democrazia e la repubblica antifascista nata dalla lotta a quel “filone” a cui candidamente ammettono di appartenere, non hanno finto di rifiutarla del tutto, con l’intento di rifiutarne una parte: piuttosto, hanno deciso di accettare il compromesso di farne propria una parte (questo desiderio di “modernità”, come anche la necessità di avere una legittimazione dalle elezioni) per doverla far propria del tutto. Qualcuno, voglio sperare in buona fede, prende per buone le loro parole e ci casca: è appunto questo il caso di Formigli, che scambia il fatto che Casapound si presenti alle elezioni come un segno della loro accettazione delle regole democratiche.

Nei fatti, tuttavia, Casapound è ancora pienamente fascista; oserei dire, anzi, vetero-fascista. Possiede praticamente tutte le caratteristiche elencate da Eco; ne possiede, pure, alcune altre che l’intellettuale di Alessandria non volle esplicitare. Prendiamo, ad esempio, la martellante campagna stampa che ha preceduto le elezioni di Ostia, e che ha cercato di venderci Casapound come un’organizzazione (a leggerla da fuori, si direbbe un oratorio) “impegnata nel sociale”.

Ora, in cosa si compendia questo “impegno nel sociale”? Sempre nella stessa melassa, a voler essere sinceri: ospitano degli italiani nelle loro sedi, distribuiscono pasta alle famiglie italiane, sono impegnati nelle battaglie per l’assegnazione delle case popolari agli italiani, quest’estate si sono privati delle meritate vacanze per fare le ronde sul litorale contro i vucumprà… Tralasciamo per un attimo quest’ultimo punto, che pare che impegnarsi a far sì che i turisti non siano infastiditi sia qualcosa di benemerito (ci sono miei amici che sono infastiditi dalle campane delle chiese, e che senza dubbio voterebbero entusiasticamente chi proponesse di abbatterle); e tralasciamo pure che le indagini in corso hanno portato a scoprire il motivo di tanto interesse verso alcuni temi e non verso altri. Chiediamoci, piuttosto: perché mai quanto fatto da Di Stefano e soci dovrebbe significare essere impegnati nel sociale? Al limite, si potrebbe parlare di attività di “beneficienza”, che della beneficienza hanno tutti i limiti: non ultimo, quello di essere completamente inutili. Non è con la beneficienza, che si risolve la piaga della povertà e dell’emarginazione sociale; anzi, come aveva compreso già Oscar Wilde “è immorale usare la proprietà privata per sanare i guasti provocati dall’istituzione della proprietà privata”.

Proprietà privata, già: forse sta proprio qui il punto. Ho sempre ritenuto che due dei cardini del pensiero di sinistra fossero l’opposizione allo status quo e il desiderio di inclusione; le iniziative di Casapound, come si vede, vanno nel senso esattamente opposto: il partito della tartaruga non vuole rimuovere le condizioni che rendono povero un povero, o un senzatetto un senzatetto; Casapound non ha mai appoggiato le idee decisamente radicali dei movimenti per il diritto all’abitare e, se è per questo, non si è mai resa protagonista di occupazioni, tranne quella della propria sede centrale (che è in pieno centro a Roma: complimenti per il buon gusto). Il massimo che concedono, alle fasce più basse della società, è di farsi un piatto di pasta. Scondito, per di più.

A ciò c’è da aggiungere che la loro “beneficienza” è fortemente esclusiva: prima gli italiani, d’altronde, è uno dei loro cavalli di battaglia. Dividere le persone sulla base del luogo in cui, per uno scherzo del destino, è capitato loro di nascere mi è sempre sembrato atto di grave idiozia, quando commesso in buona fede, e di manipolazione quasi fraudolento, quando invece viziato dalla cattiva fede: perché è chiaro che lo scopo del razzismo, il motivo per cui resiste ancora, è che è un eccezionale mezzo di regolazione del mercato del lavoro. Una persona a cui hai tolto tutto, anche la dignità di essere umano, anche il diritto di ricevere l’aiuto degli altri (che si sentiranno in diritto di ricevere aiuto prima di lei, perché italiano), è una persona a cui puoi offrire qualunque lavoro, a qualunque prezzo.

Vivrete pure nel terzo millennio, ragazzi, ma la posizione che occupate è sempre quella: schiavi del capitale.

 

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2 thoughts on “Lasciate stare il sociale

  1. CAPITAN HARLOCK? Massantocielo, se mai si è visto un personaggio rappresentare in ogni parola, gesto, azione e pensiero la più assoluta e totale antitesi e allergia e rifiuto totale al fascismo, questo è Harlock. Non è questione di proclami o slogan e ideali, è proprio parte di lui, fin nelle pieghe del suo mantello. Non possono arrogarselo solo perché veste di nero!
    (oh no, non è vero che non c’è stato niente di peggio per noi del 13 aprile 2008: se mi dai qualche giorno di tempo per pensarci sono sicura che mi verrà in mente qualcosa)

    • Parlo di me come parte del corpo elettorale :-).
      Te lo giuro su quello che vuoi, sti qui considerano Harlock “uno di loro” perché è un personaggio “forte” e perché… boh, perché sta contro le Mazzoniane? Non lo so.

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