Di qui in poi

Questo mese, apparentemente, Del peggio del nostro peggio è andato molto bene.

I risultati ottenuti in termini di visualizzazioni sono stati lusinghieri (parliamo quasi di un milionesimo di “Prova il gusto challenge!”); il monologo, per quanto possa contare l’opinione di chi l’ha scritto (poco, ho imparato) è probabilmente non il migliore, ma senza dubbio, nei modi, nei tempi, nelle intenzioni, il più “luttazziano” che abbia mai prodotto. Potrei addirittura spingermi ad affermare che sembra scritto da Luttazzi in persona, se al posto di “Luttazzi” mettiamo “un individuo col senso dell’umorismo psicopatico e vagamente inquietante di Daniele Luttazzi e senza neanche un briciolo del suo talento”. Ma, ad ogni modo: questo dato potrà non significare molto per voi, che leggete “Del peggio del nostro peggio”, che non avete nessun interesse a che io assomigli a Luttazzi e che non avete altro obiettivo, se non quello di divertirvi, perlomeno vedendo che mi rendo vieppiù ridicolo man mano che i mesi passano. Significa invece molto per me: è con Luttazzi che ho iniziato a conoscere la satira, ed è ovvio che, quando la faccio, è a lui che voglio assomigliare. Allo stesso modo in cui, quando ho scritto Sull’Enoch Soames di Max Beerbohm, era a Borges che volevo somigliare.

Ho poi ricevuto due commenti che si sono spinti fino al punto di dire che il Del peggio del nostro peggio in questione fosse non “accettabile”, ma addirittura bello. Uno è di Simona, che se continua a complimentarsi con me per come scrivo inizierà a farmi credere che sono davvero capace di farlo. L’altro è di una persona al cui parere tengo molto, che ci ha tenuto a farmi sapere, in privato, che le era molto piaciuto Del peggio del nostro peggio, ma che aveva trovato “ambigue” le due battute su Kevin Spacey. Queste battute:

Anche Kevin Spacey, intanto, è stato coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale: l’attore Anthony Rapp lo ha infatti accusato di molestie. Senti, Kevin: vanno bene le pari opportunità, ma così si esagera!

Spacey ha approfittato dell’accusa per annunciare di essere gay. Che è un po’ come se Nerone avesse approfittato dell’incendio di Roma per annunciare di essere piromane.

Nella fattispecie, a chi leggeva erano sembrate sostenere che essere gay fosse una malattia.

Una tale ambiguità non era sfuggita nemmeno a me. D’altronde, è proprio sull’ambiguità che si basa la satira, sul contrasto tra il detto ed il non detto, sulla capacità di “far suonare i silenzi“. E poi: checché taluni ne abbiano pensato, dapprima con disprezzo e poi con orgoglio, il compito della satira non è quello di lanciare proclami, ma di far ridere. Qualcuno, anzi, ha sostenuto che l’unica etica della satira dovrebbe essere che si deve sempre cercare di far ridere.

Avessi una palla di cristallo che mi permette di capire a priori quale battuta sarà divertente e quale no, probabilmente non starei qui ad annoiarvi con queste riflessioni, ma riempiendo teatri da qualche parte tra l’Europa, l’Australia e la Polinesia del Sud; visto che non la ho, non mi rimane che un mezzo per giudicare se qualcosa fa ridere: lo è se fa ridere me. Quelle battute mi facevano ridere.

Ora, il discorso sulla “risata del comico” è complesso e delicato, e non possiedo (né probabilmente possiederò mai) l’esperienza necessaria ad affrontarlo; di per certo, a me non ha mai fatto ridere l’omofobia. E allora, perché quelle due battute? Forse perché, almeno nelle mie intenzioni, volevano rivolgersi non contro l’omosessualità, ma contro il modo in cui la notizia della denuncia contro Spacey e quello, apparentemente consequenziale, della sua omosessualità erano state date. Lo stesso Spacey pare aver comunicato urbi et orbi il segreto di Pulcinella riguardo le sue preferenze sessuali, con lo scopo di avere una giustificazione da addurre per il suo comportamento: non è colpa mia se salto addosso ai minorenni, è che ero ubriaco e per di più sono gay. Non per caso, qualcuno ha parlato di peggior coming out della storia.

Su questo ho tentato di ironizzare, e certamente non sull’omosessualità; sarebbe stato come parlare dello scandalo Weinstein e fare battute sulle vagine. Uso questo paragone non per caso: e non solo perché, come insegna ancora una volta Daniele Luttazzi, cercare di far ridere coprendo di dileggio la parte più debole di un rapporto di forza (che è quello che ha fatto Farina con gli articoli contro Asia Argento, per esempio) non è satira, ma sfottò fascistoide; lo uso anche perché ritengo che, in termini di inadeguatezza, la copertura giornalistica del caso Spacey è stata battuta solo dalla copertura del ben più grosso (ed importante) scandalo Weinstein.

Intendiamoci: che Libero avrebbe trattato l’argomento nel modo becero ed indegno in cui l’ha trattato esistevano pochi dubbi. Weinstein, tanto per cominciare, è un uomo bianco, anglosassone; come se ciò non bastasse, ha un sacco di soldi; in terzo luogo, a non far notare che in fin dei conti aveva “solo” abusato della posizione che occupava, come avrebbe fatto chiunque di noi, avrebbero perso l’occasione di rimarcare, ancora una volta, quella retorica secondo cui chiunque cerca sempre di fottere il proprio simile, che è uno degli argomenti cardine di qualunque discorso di destra, oggi come oggi. Soprattutto, esistevano pochi dubbi che Libero avrebbe trattato l’argomento nel modo becero ed indegno in cui l’ha trattato perché è un quotidiano di merda, esattamente come il Giornale.

In altri lidi, tuttavia, sarebbe stato lecito attendersi, finalmente, una maggiore maturità. Ed invece no: nei giorni in cui le denunce delle donne che avevano avuto la sfortuna di incontrare sulla loro strada il produttore americano si rincorrevano, mi è parso di rivivere quelli in cui i giornalisti facevano a gara a chi utilizzava più volte la parola (odiosa) “femminicidio”. Siamo ancora a questa rappresentazione dicotomica, per cui se una donna non è, come sostiene Libero, una puttana pronta, per far carriera, a dar via il culo non appena le viene richiesto, allora è per forza una povera indifesa, vessata dal potere invincibile dell’uomo naturalmente prepotente e sfruttatore. Dal che, può essere fatta derivare facilmente l’assunzione che il maschilismo non sarà mai sconfitto, e che una vera parità dei sessi non potrà mai essere raggiunta. Benvenuti nel più bagnato tra i sogni di Mario Adinolfi.

Lo scontro tra un potere maschile che cerca di mantenere con l’arroganza i suoi privilegi ed una rivoluzione femminile che continua ad oscillare tra desiderio di parità e voglia di prendere semplicemente la posizione dominante, tra liberazione e moralismo è stato così di nuovo relegato ad un misero fatterello di cronaca; che, come i sassi dal cavalcavia o il satanismo, ha spinto alla ricerca spasmodica di “emuli”, da additare al pubblico ludibrio, a cui rivolgere fiumi di VERGOGNA!!! a mezzo social network, da far licenziare immediatamente alle reti televisive che hanno osato offrire un contratto di lavoro ad uno che magari ci ha provato con una che non ci stava, e poi se n’è andato a casa a farsi una sega. Offrendo così una nuova arma di ricatto ai datori di lavoro di mezzo mondo, che non aspettavano altro.

Come sempre, tutto si appiattisce, un complimento troppo spinto diventa grave come una tentata violenza sessuale e, quel che è peggio, una tentata violenza sessuale diventa grave come un complimento troppo spinto. L’attuale caccia alle streghe, per cui chiunque è colpevole fino a prova contraria, prima o poi oscillerà verso l’altro estremo del pendolo, per cui ogni donna è consenziente fino a prova contraria; se l’andazzo continua, prima o poi prima la noia, poi il fastidio avranno la meglio, e ci ritroveremo in quegli anni Settanta in cui stuprare una donna era un reato della stessa specie che pisciare su un muro, ed in cui un avvocato difensore, durante un processo per violenza sessuale, poteva permettersi di affermare che la vittima, di sicuro, era consenziente, visto che un pompino può essere interrotto senza dubbio da un morso.

E ciò che mi ferisce di più è notare che, siano quelle che ben volentieri recepiscono il marketing dell’indignazione, o quelle che continuano a giocare il ruolo di scimmia ammaestrata a cui certi uomini le hanno relegate, abboccando ad ogni provocazione, sono anche (forse soprattutto) le donne a partecipare a questa continua spirale verso lo schifo.

Advertisements

11 thoughts on “Di qui in poi

  1. Piccola nota a latere: comunque anch’io ti faccio spesso i complimenti per come scrivi e per questa rubrica in particolare, che trovo meglio di un lancio Ansa.
    Quindi la prossima volta pure io voglio essere citata in un tuo post!!!
    (Scherzo, eh! Buona giornata 🙂 )

  2. Collaboro con telefono Rosa da molti anni tocco con mano cosa siano davvero le molestie pesanti, le umiliazioni psicologiche e le violenze fisiche perpetrate al chiuso delle case su donne che le subiscono tutta una vita perché diversamente non saprebbero dove andare. Qualche anno fa una mia amica carissima è stata stuprata alle 8:00 di sera sul pianerottolo di casa sua da uno pseudo inquilino che l’aveva seguita quando lei aveva aperto la porta.
    Una donna su tre in Italia viene stuprata e spesso uccisa è buttata in un fosso.

    Questa retroattività ventennale e più da parte di donne e giovani uomini nel caso di Kevin Spacey che vogliono rifarsi una verginità Diciamo che mi è incomprensibile.
    E mi è ancor più incomprensibile nel caso della Asia Argento e di molte altre attrici diventate successivamente famosissime averle vista a braccetto del loro stupratore sul red carpet.
    Do ut des il termine che userei.

    Per quel che mi riguarda negli Stati Uniti ho fatto la hostess per la American Airlines 2 anni e certamente ho avuto delle vacances così come le ho avute in altri ambiti di lavoro ma certamente ho risolto da sola e senza il megafono dei media- ai tempi ancora dormienti le mie situazioni.
    Il classico calcio nelle palle Ha risolto sporadici casi di molestie. E in autobus la classica gomitata nello stomaco.
    In una bella intervista che adesso non riesco a ritrovare di Erica Jong lei afferma Certamente la sua solidarietà con queste donne ma pone anche l’accento sul pericolo che tutto questo bailamme mediatico faccia perdere di vista la realtà del quotidiano femminile e perché no anche maschile.

    Dopo di che non rileggo Passo e chiudo col dubbio di aver fatto 1 ragionamento più lungo del tuo post…
    Sherabuonagiornata

  3. Anche a me era balzato all’occhio il paragone, e ho dovuto fare un passaggio mentale non immediato per spiegarmi come mai tu l’avessi fatto. Sono contento di essere arrivato a conclusioni corrispondenti alle tue spiegazioni nel presente post, ma a maggior ragione ora mi chiedo quanto non sia “pericoloso” farle. Alla fine per me prevale non tanto “quel che la lingua intende” ma “quel che l’orecchio capisce” (non ho molta fiducia nell’uditorio, confesso). Il rischio è che battute così vengano lette (e distorte a proprio tornaconto) come lo fu la “posizione pro-carabinieri” (chiamiamola così, va’…) di Pasolini sugli scontri di Valle Giulia

  4. Pingback: la svolta – ammennicolidipensiero

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s