J. K. Rowling – Harry Potter e il Calice di fuoco

Ho scritto nell’ultima puntata dell’Harry Potter Friday, andata in onda su queste stesse frequenze due settimane fa, che Il prigioniero di Azkaban è il mio romanzo preferito della serie di J. K. Rowling. Non ho alcuna intenzione di mutare giudizio ora, che mi trovo a parlare del libro che lo segue; bisogna tuttavia riconoscere che quest’ultimo, almeno in un punto, sorpassa qualunque altro rappresentante della saga: contiene infatti la frase più incisiva tra quelle scritte nelle oltre tremila pagine che la compongono.

Questa frase è: “Lord Voldemort era tornato”.

Si tratta, come si vede, di una frase breve; anzi, piuttosto dello scheletro di una frase, che della frase contiene solo gli elementi fondamentali: soggetto e predicato. Ma questo non dovrebbe sorprendere nessuno: da quando esiste la letteratura, le frasi che più restano impresse sono quelle che dispiegano il minor numero di parole possibili. Non solo perché sono più semplici da ricordare, ma perché gli uomini sanno riconoscere che l’arguzia passa innanzitutto dalla capacità di sintesi (ed infatti, nessuno mi ha mai detto che sono arguto). Brevity is the essence of wit.

La compongono quattro parole: è facilmente perdonabile la duplicazione del predicato, che è al trapassato prossimo; ad un primo sguardo, appare invece come un intollerabile vezzo quello di far precedere il nome proprio (o, per meglio dire, il soprannome) del principale antagonista della serie da quella che, a stretto rigore di (analisi) logica, è un’apposizione che gli si riferisce. La questione, tuttavia, è più complessa di così.

Gli alleati di Voldemort si riferiscono a lui come all’Oscuro Signore. I suoi avversari, con poche, importanti eccezioni, lo chiamano Colui-che-non-deve-essere-nominato: una perifrasi che denota un terrore quasi sacrale, quale quello che si riserva non ad un signore, ma al Signore (nell’ebraismo, Dio non viene mai chiamato Dio, ma con vari appellativi, uno dei quali è Colui che è). D’altronde, la Rowling ha dichiarato più volte che la principale ispirazione per i Mangiamorte sono i nazisti, e che Voldemort è quasi una copia carbone di Hitler. Uno a cui piaceva farsi chiamare Fuhrer, una cui discreta traduzione in inglese potrebbe essere Lord.

Più volte è stato sottolineato (anche dai personaggi stessi) come il protagonista e l’antagonista di questa saga si somiglino; la profezia che entrerà in gioco nell’Ordine della fenice, d’altronde, dice che è stato Voldemort a volere che fosse così. Non ricordo di aver letto nessuno che abbia sottolineato come sia Harry, sia Voldemort, ad un certo punto della serie risorgano. Harry lo farà nell’ultimo capitolo della saga, nella Foresta proibita; Voldemort lo fa qui, sulla lapide di un cimitero, in un capitolo che si intitola “Carne, sangue ed ossa” e che dimostra che Harry Potter non è semplicemente il romanzo fantasy che tutti hanno cercato di venderci: nelle sue pagine, i generi si alternano e, in qualche caso, si mescolano. Per tutti i trentuno capitoli che vengono prima di Carne, sangue ed ossa, abbiamo avuto la convinzione di avere a che fare con un romanzo d’avventura, con in più una tinta mistery (cosa diavolo sta combinando Codaliscia? Che cosa ne è stato di Barty Crouch junior?); eppure, d’improvviso, mentre in un calderone che sobolle vengono gettati prima una mano, poi un osso, ed infine del sangue (appunto), ci rendiamo conto d’essere precipitati in una storia dell’orrore. Che quel “Lord Voldemort era tornato” suggella alla perfezione.

Disse una volta Alfred Hitchcock (se non ricordo male, nel libro-intervista che concesse a François Truffaut) che più il cattivo di una storia è riuscito, più la storia stessa lo sarà; ora: anche i più accaniti detrattori della saga sono concordi nel ritenere Lord Voldemort un cattivo eccezionalmente efficace. Qualcuno dice che questa sua efficacia è ben percepibile, nonostante non compaia (almeno, non nel pieno delle sue facoltà fisiche, mentali e magiche) fino a questo volume; io, invece, credo che la sua forza stia proprio nel fatto che per ben tre libri su sette è ancora lecito credere che Voldemort non possa davvero tornare al potere, che Harry sia riuscito a sconfiggerlo ben prima che la saga iniziasse e che, in poche parole, quelle tremila pagine che ci apprestiamo a leggere siano del tutto inutili. Voldemort era meno che morto, attaccato al corpo patetico di un uomo patetico, nella Pietra filosofale; era solo l’ombra di un ricordo, nella Camera dei segreti; non è praticamente chiamato in causa, negli eventi del Prigioniero di Azkaban. Ed allora perché tremiamo, quando lo vediamo uscire dal pentolone? Perché ne percepiamo la malvagità, quando finalmente si rivolge ad Harry? Perché non vorremmo essere nei panni di quei Mangiamorte, che si sono ricostruiti una verginità, dopo la sua caduta? Assenza, più acuta presenza, avrebbe detto Bertolucci.

Il ritorno alla vita di Lord Voldemort coincide con una duplice morte: quella della nostra innocenza e quella di Cedric Diggory. La sua è la prima tra le (molte) morti di questa saga ad avvenire in piena scena, davanti ai nostri occhi, ed a giungere assolutamente inaspettata; pure, è la prima morte che avviene davvero come una morte: Cedric non ha il tempo di pronunciare ultime parole (certo, lo farà quando il suo fantasma salterà fuori dalla bacchetta di Voldemort, unita a quella di Harry dal Prior Incantatio), non ha il tempo di sputar sangue, non ha tempo di chiedere vendetta. Muore così come è vissuto: in silenzio, accettando il suo destino di eterno perdente (per questo motivo è, forse, il personaggio più eroico della serie); muore, soprattutto, senza averlo meritato: in questo, la Rowling dimostra di aver colto una grande lezione di un suo padre nobile, J.R.R. Tolkien, che nel Signore degli anelli fa dire a Gandalf: “Molti che sono vivi meritano di morire, e molti che sono morti avrebbero meritato di vivere”.

Verosimilmente, leggendo quanto ho scritto finora, avrete l’impressione che tutto ciò che accade nel Calice di fuoco, avvenga in quel cimitero, attorno alla lapide di Tom Riddle; certo, quella scena è cruciale, per chiudere tutti i conti rimasti aperti fin qui e per aprirne mille altri (forse troppi, e nei libri futuri la trama mostrerà un po’ la corda): non per nulla, si trova in uno dei capitoli centrali del libro di mezzo dell’intera saga.

Pure, nel Calice di fuoco c’è molto altro, e si tratta sicuramente della seconda opera meglio riuscita di tutta la serie. La forza dell’invenzione non ha qui nulla da invidiare a quella che aveva alimentato il libro precedente, e si esprime al meglio nell’invenzione delle prove del Trofeo Tremaghi (particolarmente riuscito il labirinto finale); il consueto intrigo è a prova di sospetto, benché tutti gli indizi per scioglierlo ci vengano forniti fin dalle prime pagine; i personaggi introdotti sono memorabili, benché nessuno di loro sia destinato ad un ruolo da protagonista in futuro (ma come si fa a non amare Malocchio ed a non disprezzare la Skeeter); infine, Harry, Ron, Hermione ed i loro amici si comportano davvero come degli adolescenti in preda alle loro tempeste ormonali: Ron cambia umore più spesso di quanto non cambi i calzini, Hermione scopre improvvisamente l’impegno sociale ed Harry scopre… be’, Harry scopre le donne.

A questo proposito: ad un certo punto della mia vita da fan di Harry Potter, mi sono chiesto se per caso tutta questa attenzione alla vita sentimentale di Harry non fosse eccessiva. Insomma, Harry aveva il mago oscuro più potente di tutti i tempi alle calcagna, rischiava di morire a giorni alterni, ad un certo punto nella scuola che frequentava era visto come un paria, e nonostante questo, trova comunque il tempo di pensare al gentil sesso? Inverosimile, mi dicevo. D’altronde, lo stesso Harry, nei Doni della morte, rimprovera Ron, che si è fermato a baciare Hermione durante la Battaglia di Hogwarts, dicendogli: “Ehi, c’è una guerra in corso!”.

Poi, mi è capitato di ascoltare questa conferenza di Alessandro Barbero, che parla dell’attentato di via Rasella: ed ho scoperto che a Roma, nel 1944, in piena guerra, veniva considerato perfettamente normale uscire a passeggio col proprio ragazzo, tanto che proprio questa scusa utilizzò Carla Capponi per non destare sospetti, mentre faceva da palo a Rosario Bencivenga (che effettivamente era il suo fidanzato) che aveva il compito di piazzare fisicamente la bomba.

Nella guerra si muore. Nella guerra si soffre. Nella guerra si può ancora avere una fidanzata da baciare. Il fantasy potteriano è più realistico di certi romanzi storici.

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4 thoughts on “J. K. Rowling – Harry Potter e il Calice di fuoco

  1. Oh sì, il fantasy di Harry Potter sa essere davvero realistico, e la morte di Cedric è uno dei punti più realistici – quello, come dici tu, dove perdiamo l’innocenza. Siamo nelle mani di Silente e non può succederci nulla di grave, vero? All’anima! Tutti gli eroi hanno diritto a una morte eroica, giusto? Mica tanto. Altre morti verranno, magari più dolorose e crudeli, ma nessuna così insensata… e così realistica. Altre volte Silente prenderà degli abbagli, ma mai per un anno di seguito. Davanti a Voldemort che risorge Harry è solo, dopo un romanzo scorrevolissimo, magari a tratti triste ma tutto sommato frivolo, tra giornalisti intriganti, ragazzini innamorati, fuggiaschi che giocano a rimpiattino trasformandosi in grossi cagnoni protettivi e un grande sfolgorio di banchetti, feste e balli con tantissimo colore locale. E poi… ecco il protagonista da solo, in un cimitero, lontano da ogni possibile aiuto su questa terra… perché Voldemort è tornato.
    Aggiungo, visto che non l’hai detto tu (probabilmente perché i tuoi tempi sono stati diversi): dopo il Calice i lettori di tutto il mondo rimasero TRE ANNI, tre lunghi e interminabili anni, dietro la porta chiusa a guaiolare in attesa che arrivasse il seguito. Chi non c’è passato non può capire!

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