Il ritorno di W. figlio di H.

Domenica, sfruttando un viaggio in treno, in poco meno di tre ore ho iniziato e concluso l’agile “Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm“, di J.R.R. Tolkien.

Tale opera mi incuriosiva fin da quando, ormai sette anni fa, sul blog del collettivo Wu Ming, ne lessi l’introduzione, scritta da Wu Ming 4; ciò, nonostante si trattasse di un lavoro accademico, scritto da un professore universitario di filologia ed incentrato su un’opera capitale della letteratura anglosassone, ma di cui in pochi avranno sentito parlare fuori dall’Inghilterra (anzi, probabilmente non avrà molti cultori neppure sul suolo britannico, eccettuati coloro che hanno frequentato Oxford). Per sintetizzare: quello che aveva tutto l’aspetto di essere un mattonazzo indigeribile. D’altronde, non poteva non suscitare curiosità un testo poetico e narrativo, che Tolkien volle tuttavia inviare per pubblicazione ad una rivista accademica, “Essays and Studies”. Per capirci: è come se scrivessi un racconto di fantascienza, e lo inviassi al Lancet.

Lo stesso autore era ben conscio di questa anomalia. Il lavoro si compone infatti di tre parti: un’introduzione, una parte in versi, infine uno studio vero e proprio. All’inizio di quest’ultima, Tolkien afferma senza mezzi termini:

questa composizione […] è nata come versificazione, e come tale da accettare o respingere. Ma, per meritarsi un posto in Essays and Studies, suppongo che debba contenere, almeno implicitamente, un accenno critico al contenuto e allo stile del poema epico in Old English.

Sottolineerò qui, en passant, che un tale, sfacciato senso dell’umorismo non può non colpire chi, come me, ha una conoscenza piuttosto superficiale di Tolkien e lo ha sempre considerato un narratore piuttosto serioso e magniloquente.

Il “poema epico in Old English” a cui Tolkien si riferisce è “La battaglia di Maldon”, frammento poetico, privo di inizio e di conclusione (e questo, come vedremo, ha la sua importanza), ispirato ad un evento realmente accaduto. Nel 991, a Maldon, nell’Essex, si scontrarono le forze inglesi, guidate dal conte Beorthnoth, e quelle di una “squadra d’assalto” vichinga, al comando. I due eserciti si fronteggiano dalle rive opposte di un fiume; i vichinghi propongono una tregua, in cambio di un congruo compenso in oro; gli inglesi, sdegnati, rifiutano: la battaglia è inevitabile.

Le forze di Beorthnoth hanno un significativo vantaggio: i vichinghi sono infatti sbarcati su un isola, che è connessa alla terraferma solo da uno stretto ponte. Al conte basta dunque chiudere l’imboccatura del ponte, trucidare qualunque vichingo tenti di avvicinarsi e riportare così una facile vittoria. Il comandante dei vichinghi, tuttavia, conosce il suo avversario, e sa che è un uomo che pone il suo onore innanzi a qualunque altra cosa; subdolamente, instilla in lui il dubbio che poca gloria ci sarebbe, a vincere così una battaglia, e lo invita dunque “ad essere sportivo”, a lasciargli attraversare il ponte e giungere sulla terraferma: i loro due eserciti potranno così scontrarsi alla pari.

Contro ogni previsione, il conte accetta: durante la battaglia verrà ucciso, il suo esercito messo in rotta e l’Essex invaso dai vichinghi. Gli uomini della sua guardia del corpo, pur avendone la possibilità, sceglieranno di restare sul campo di battaglia e di morire col loro padrone.  Fin qui, giunge il poema originale; Tolkien ne immaginò una prosecuzione (e questa è appunto la versificazione di cui parla), centrata sul dialogo tra due personaggi (Tidda e Totta) che vengono inviati sul campo di battaglia a recuperare il cadavere di Beorthnoth.

I due incarnano due visioni diverse del mondo: Totta è infatti un giovane menestrello, che si è nutrito di poemi epici e ne ha introiettato (verosimilmente, senza poter opporre resistenza) il mondo valoriale; è inoltre “un codardo, un presuntuoso ed un assassino” (parola di Tom Shippey, il più grande studioso vivente di Tolkien: Totta ha paura del buio, ma ucciderà un uomo, non appena si renderà conto che si tratta non di un vichingo, ma di un semplice spoliatore di cadaveri). Tidda, viceversa, è un anziano contadino, che ha combattutto molte battaglie armi alla mano e che si rende conto che l’ideale dell’eroismo che Totta (e Beorthnoth) perseguono è nefasto e insensato: non solo Beorthnoth, con la sua decisione, è stato l’artefice della vittoria vichinga, ma il suo sacrificio non ha avuto altro movente, che quello di “dar materia da cantare ai menestrelli”.

Un tale, severo giudizio viene anche ribadito nella terza parte dell’opera, quella più strettamente accademica: Tolkien infatti rende esplicito il suo pensiero, contrapponendo all’eroismo “egoista” di Beorthnoth, che, in quanto governante, non può e non deve anteporre la sua gloria al bene del popolo che sta difendendo, quello “altruista” dei suoi uomini che, pur potendo scegliere di fuggire (come infatti alcuni fanno), decidono di restare e di morire accanto al loro signore. Tolkien, attraverso l’interpretazione di una parola (ofermode) della lingua in cui il poema è scritto, e che può essere tradotta sia con “coraggio”, sia con “sproporzionato orgoglio”, attribuisce questo medesimo giudizio anche all’autore de “La battaglia di Maldon”.

Non ho le competenze per affermare se una simile interpretazione sia giusta o meno; d’altronde, questo non è neppure significativo, perché il testo conta più per ciò che ci dice su Tolkien, che non per ciò che ci dice sulla battaglia di Maldon. Sia Wu Ming 4, nell’introduzione, sia Tom Shippey, nella postfazione, affermano che Tolkien, scrivendo questo lavoro, voleva innanzitutto svolgere una riflessione critica sull’atto del narrare, ed in secondo luogo sganciare la letteratura epica inglese dal mito dell'”eroismo nordico” che Beorthnoth sembra incarnare così bene, e che ai tempi in cui lo ideò (il testo venne pubblicato nel 1953, ma una prima stesura era già stata preparata negli anni Trenta) stava riprendendo forza in conseguenza dell’affermazione del nazismo e del fascismo, una delle caratteristiche fondamentali dei quali è, come ricorda Umberto Eco, il culto della morte.

Leggendo il testo di Tolkien, non ho potuto fare a meno di pensare che molti uomini politici nostri contemporanei sembrano essere vissuti nella stesse temperie culturale di Beorthnoth, perché (pur senza rischiare mai personalmente la vita, va detto) compiono le stesse azioni e, apparentemente, sono mossi dagli stessi fini (pur se i menestrelli attuali sono gli storici ed i giornalisti). In particolare, e pensando solo alla contemporaneità, il politico a cui più mi è parso assomigliare è George W. Bush, la cui dissennata politica di guerra perenne e totale ad un’intera religione ha posto le basi per tutto quanto stiamo vivendo oggi.

Intendiamoci: so bene che Bush, con ogni probabilità, non ha la minima contezza di dove si trovi Maldon, e come molti ho il sospetto che la decisione circa l’opportunità di bombardare mezzo Medio Oriente non l’abbia presa lui, o quanto meno non da solo; d’altronde, dopo Fahreneit 9/11 (che sarebbe un buon documentario, se solo non lo avesse girato Michael Moore), a chiunque dovrebbe venire questo sospetto.

La motivazione economica, tuttavia, non esclude quella psicologica: in molti hanno notato che la presidenza di Bush W. sembrava ripetere pedissequamente quel che era accaduto durante la presidenza di Bush H.; alcuni, forse, hanno voluto calare questo fatto in un’interpretazione freudiana, ma nessuno, credo, ha avanzato l’ipotesi che tale mimetismo potesse essere dovuto al volere del figlio, e non a quello del padre. Personalmente, dopo aver letto Tolkien, ci vedo un atto di ofermode, per così dire, genetica: come se appartenere alla stessa famiglia implicasse l’onore di fare le stesse cose.

Né questo è l’unico atto di tracotanza commesso dall’ex presidente americano; l’idea stessa di dichiarare una guerra aperta, ad un avversario che invece aveva mostrato una certa propensione per gli inganni e le ombre, dimostra una fiducia tanto eccessiva quanto tragica nei propri mezzi, se è vero come è vero che Osama Bin Laden è stato ucciso non durante un bombardamento a tappeto, ma durante un’operazione di intelligence: operazione che, se fosse stata condotta prima, avrebbe decapitato un’organizzazione terroristica, e non semplicemente ammazzato un vecchio che aveva ormai passato la mano. Bush ha qui anteposto la gloria di poter affermare di aver ucciso il “nemico pubblico numero uno” alle sofferenze cui ha condannato non solo gli uomini su cui, legalmente, aveva una qualche autorità, ma tutto il mondo.

Pensiamo poi al modo in cui quella guerra è stata organizzata e portata avanti: dichiarata con un’alacrità meritevole di ben altro fine, è stata condotta senza tener minimamente conto del luogo e del contesto in cui si sarebbe andati a combattere; gli americani sono riusciti a scacciare i talebani ed ad abbattere Saddam Hussein, d’accordo, ma a quale fine? Il loro intervento ha risvegliato guerre intestine e lotte per il potere sopite da anni, e fortemente destabilizzato un’area importante dello scacchiere geopolitico; e questo perché gli americani ed il loro leader non avevano un piano riguardo quel che volevano fare dopo aver vinto la guerra (perché, ulteriore ofermode, di vincerla erano assolutamente certi). Fare questo lavoro non è piacevole; ma, se ci si mette, bisognerebbe almeno cercare di farlo bene: se così non è stato, è perché l’apice della catena di comando dell’esercito (e cioè il presidente) si è giudicato tanto superiore alla storia da non fermarsi neppure un secondo a riflettere su cosa era successo tutte le volte (dal Vietnam in giù) che gli USA si erano mossi per una guerra senza avere la più pallida idea di dove stavano andando, come ed a fare cosa.

Alla luce di ciò, comunque, ritengo che l’atto di più alta ofermode, la vera offesa a tutto ciò che c’è di buono, santo e giusto, Bush l’abbia fatta quando, già con numerose migliaia di morti in campo, ha annunciato la sua intenzione di ricandidarsi.

Che poi sia stato rieletto è fatto che meriterebbe approfondimento in dedicata sede. Se proprio ci si tiene.

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8 thoughts on “Il ritorno di W. figlio di H.

  1. Interessante. Interessante la messa a parte di questa opera in versi di Tolkien. Interessante la disamina e il collegamento con Bush, anzi con i Bush. I giornalisti e gli storici sono i nuovi menetrelli degli odierni “mecenati” con la sostanziale differenza che il mecenatismo di un tempo accoglieva e finanziava il fior fiore degli intellettuali sulla piazza, mentre oggi rimpingua i conti di vuoti e venduti scribacchini privi di spina dorsale.

  2. molto interessante, ho imparato un altro sinonimo di tracotanza, sinonimi di cui in fondo non si sente mai l’eccesso… 😀
    non so se sia proprio bush ad aver “posto le basi”, se di basi si può parlare (rimanendo comunuqe difficile individuarne in una linearità e sequenzialità di eventi quale è la storia). mi sento più vicino a una logica di “trasformazione”, quella che – progressivamente a partire da nixon fino a bush padre – ha trasformato il contraltare del predominio della democrazia occidentale sul mondo, facendolo passare dalla “vecchia” fede nel comunismo alla “nuova” fede nella religione islamica.
    p.s. idiosincrasia nei confronti di michael moore?

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