J.K. Rowling – Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Io credo che la colpa sia tutta di Jerry Calà.

Avevo più o meno sette o otto anni e i film col comico veronese, per una motivazione che allora non capivo ma che ero certo mi sarebbe stata chiara da grande (sono passati vent’anni, ho preso una laurea magistrale, sono perfino venuto a viverci, a Verona: eppure, quel mistero è fitto oggi quanto lo era allora), andavano ancora forte. Non come negli anni Ottanta, quando Jerry Calà era sinonimo di sex symbol; ma neppure come ai giorni nostri, in cui quello stesso nome è sinonimo di tristissimo veglione di Capodanno in piazza Bra, di fronte ad un’Arena che, se avesse gli occhi, osserverebbe di sicuro perplessa.

Ad ogni modo: avevo sette o otto anni, e la sera, prima di andare a dormire, oltre a quelli di Bud Spencer e di Totò mi capitava di vedere anche film come Yuppies e Abbronzatissimi (no, non ne vado fiero); in uno di questi, Jerry chiedeva ad alcuni suoi amici (o presunti tali) se per caso non avevano voglia di farsi un “pokerino” con lui.

Ho un grande rispetto per i neuropsichiatri infantili, i quali riescono a tirar fuori qualcosa di razionale da quel groviglio apparentemente inestricabile che è la mente di un bambino; io stesso, ancora adesso, non so spiegarmi perché quella frase produsse in me quell’insopprimibile desiderio di imitazione: anche io, con i miei amici (Jerry coi suoi condivideva delle ragazze, io, al più, le figurine dei calciatori, ma questo non mi pareva importante) volevo potermi fare un “pokerino”. Sussisteva tuttavia un impedimento: non sapevo giocare a poker (di lì ad un anno, mio padre mi avrebbe insegnato).

Fu così che finii per inventarmi quello che, lo ricordo ancora, volli chiamare “pokerino magico”: si giocava con le carte napoletane, prevedeva una lista di regole assurdamente lunga, e si risolveva unicamente nell’attesa che qualcuno pescasse il re di denari. Perché questo evento determinava la fine della partita e la vittoria del fortunato che lo teneva in mano.

Può sembrare che questa storia non c’entri nulla con Harry Potter e l’Ordine della Fenice, il romanzo della saga di J.K. Rowling di cui parliamo oggi nell’Harry Potter Friday. Ma, se avrete la pazienza (e lo so, ce ne vuole di più che per sopportare una lezione di Difesa contro le Arti Oscure tenuta da Dolores Umbridge), vi spiegherò perché ve l’ho raccontata.

Se non sbaglio, il quinto volume è il più lungo dell’intera serie (se la batte, forse, con I Doni della Morte); questo è, verosimilmente, il suo più grande difetto. I capitoli centrali del libro, in cui tutto quanto è stato accennato nelle “puntate precedenti” inizia ad essere sviluppato, non regge infatti il confronto con il suo incipit e con l’azione frenetica che preclude l’agnizione finale, quella che cambierà il destino dell’intera saga.

La partenza di questo libro è infatti la migliore che si potrebbe aspettare: pronti via, ed ecco che già dobbiamo avere a che fare con un pericolo incombente, mortale e, soprattutto,  incomprensibile. Dai romanzi precedenti abbiamo imparato chi sono e quali compiti hanno i Dissennatori; abbiamo però imparato, pure, che esiste un modo per sconfiggerli. Per questo motivo, la loro comparsa sulla scena a Privet Drive, nel tranquillo mondo babbano, quello su cui il ritorno drammatico di Lord Voldemort sembra non aver minimamente influito, non ci riempie tanto di paura (Harry può scacciare facilmente i Dissennatori, ci diciamo, e lui non delude le nostre aspettative) quanto piuttosto di terrore: cosa diavolo ci fanno lì? Chi stanno cercando? Obbediscono al Ministero o, piuttosto, a qualcun altro?

Non che questo sia l’unico pericolo che il giovane e sempre più inquieto Harry si trova ad affrontare, nel centinaio di pagine che lo conducono da casa Dursley al numero dodici di Grimmauld Place, dove alcune cose gli verranno spiegate ed altre (sciagura) nascoste. Dai romanzi precedenti sappiamo infatti pure che cos’è il Ministero della Magia, e quali sono (o dovrebbero essere) i suoi scopi; e allora, ci chiediamo, dopo che Harry ha salvato se stesso e Dudley da un destino “peggiore della morte” (cfr. Remus Lupin), perché il suo rappresentante più alto in grado, il Ministro, quello che sembra troppo stupido anche per fare del male ad uno Sneezle, fa lo stronzo a tal punto? Possibile che il suo desiderio di potere si spinga fino al punto da renderlo cieco di fronte agli eventi drammatici? Possibile che anteponga una poltrona a delle vite umane? (Spoiler: sì, possibile).

La conclusione della vicenda, poi, si tinge di mistero, di dramma e di epica; i ragazzi si introducono da soli nell’Ufficio Misteri, dove ogni respiro che fanno risuona di sinistri echi, credendo di trovarvi Sirius Black, defunto o moribondo; vi trovano invece una sfera lucente, su cui è inciso il nome di Harry; capiscono di essere caduti in una trappola dei Mangiamorte; li combattono e rischiano di essere sopraffatti; vengono salvati, a costo del grande sacrificio che erano venuti per impedire (e l’incredulità di Harry è qui la nostra stessa incredulità); infine, assistono, impotenti ma, ne sono certo, estasiati, al duello tra i due più grandi maghi di tutti i tempi, Lord Voldemort ed Albus Silente, probabilmente uno dei vertici letterari della saga: non solo per quanto i due personaggi effettivamente fanno (pochi altri sarebbero riusciti a farmi immaginare con altrettanta vividezza le magie che i due si rimbalzano con una forza da far tremare le pareti; una scena splendida, che neppure il pessimo adattamento cinematografico di David Yates è riuscita a depotenziare) ma anche per quanto ci svela della loro mentalità attraverso le astuzie, le battute, le decisioni.

A fronte di questi due vertici, abbiamo, nella sezione centrale, la solita, prevedibile, sonnacchiosa Hogwarts, le sue lezioni, il suo Quidditch, le sue visite alla capanna di Hagrid (che tornerà da un viaggio con una sorpresa formato famiglia). La Rowling ce la mette tutta, per cercare di rendere più interessante un luogo di cui, per quanto affascinante, conosciamo ormai tutte le dinamiche: solo per farcelo odiare, vi introduce un personaggio spregevole (che dico: il personaggio più spregevole dell’intera saga), simbolo del potere che non ricerca mai il bene di coloro che gli sono sottoposti, che per contrasto fa risaltare chi quel castello lo ama per davvero (“Ti farò diventare un Auror, Potter, anche se dovessi addestrarti di notte!”); fa comportare per tutto il libro Silente, fino a quel momento saggio al punto da sembrare preveggente, come un perfetto idiota; lo popola di ragazzi e ragazze a cui non è possibile non voler bene (come Luna, che ve lo dico a fare), e li fa radunare, tutti insieme, in una società segreta adorabile nella sua ingenuità e nel suo desiderio di ribellione. E però poi ci infligge la cotta di Harry per Cho Chang, la quale non è un personaggio, ma una funzione narrativa. Una funzione narrativa che, per altro, si rende protagonista di uno dei momenti più imbarazzanti di cui ricordi di aver mai letto.

Per carità, come in tutti gli altri anche in questo libro Hogwarts ci dimostra che avrà sempre un segreto da rivelare, a chi fa abbastanza per meritarselo; ma come fa la Stanza delle Necessità a splendere come meriterebbe, se duecento pagine dopo ci viene presentato l’Ufficio Misteri? Un luogo che dimostra con tanta semplicità e forza che anche un mago è pur sempre un uomo, che di tutti gli uomini ha i dubbi e le paure? Chi sono, da dove vengo, dove andrò, come posso fare ad essere felice? Queste sono le domande a cui (con scarso successo, credo) gli Innominabili, coloro che nell’Ufficio Misteri lavorano, cercano di dar risposta. Inutile dirlo: se fossi un mago, vorrei essere un Innominabile, anche solo per essere certo che a quelle domande non ci sarà mai risposta. Almeno, non una risposta soddisfacente.

Rimarrebbe da parlare delle ultime cento pagine del libro, quelle in cui Silente cerca di spiegare (forse a se stesso, prima che ad Harry ed a noi) perché si è comportato come si è comportato: le sue spiegazioni non ci soddisfanno, tanto che ad un certo punto si ha la certezza che stia mentendo, solo per non dover ammettere di aver avuto paura. Infine, ci viene chiarito il senso di quella sfera che Harry ha trovato al centro dell’ufficio più sperduto del Ministero, e che, come tutte le cose periferiche, rappresenta invece il centro di tutta la storia (anzi, di tutte le storie). E qui torniamo al mio “pokerino magico”.

Nonostante le molte dimostrazioni di acutezza e stile che la Rowling ha dato negli anni, Harry Potter viene ancora guardato con sufficienza da alcuni, che lo considerano null’altro che un’opera di letteratura per l’infanzia. Parecchi commentatori appassionati del maghetto hanno cercato di negare questo assunto; io, invece, credo che sarebbe più giusto rivendicare questa filiazione, e non solo perché Harry Potter è un’opera di letteratura per l’infanzia della Madonna (mi si scusi il francesismo), ma perché Harry Potter è un’opera infantile.

Come molti giochi dei bambini, infatti (come il mio “pokerino magico”), è nato all’insegna del “facciamo finta che”: facciamo finta che c’è un mago cattivo che cerca di uccidere un bambino, e invece non ci riesce. Facciamo finta che c’è un diario con dentro un ricordo che può parlare. Facciamo finta che c’è un topo che si trasforma in una persona. Come in molti giochi per bambini, ad un certo punto, è venuto anche per Harry Potter il momento in cui a tutto ciò che si è inventato si deve dare una certa coerenza; quel momento è precisamente quello in cui Harry entra nello studio di Silente e lui gli dice di mettersi seduto, perché ora gli spiegherà tutto.

Silente sta mentendo, perché non è affatto vero che si stia preparando a chiarirgli ogni cosa; d’altronde, questo è il punto in cui Harry Potter, l’opera letteraria che si chiama Harry Potter, smette di essere un bambino ed inizia a crescere (Harry Potter, il personaggio, l’aveva già fatto nel libro precedente, quando aveva visto morire Cedric Diggory): J.K. Rowling prende tutte le sue invenzioni, e cerca di dar loro un senso. Anzi, per dir meglio: cerca di dar loro delle regole.

Perché mai Voldemort, il mago oscuro più potente di tutti i tempi, ha avuto paura di un neonato? Perché il mondo dei maghi è fatto così, così e così, ci risponde la Rowling, e questa volta le sue regole sono belle e perfette come quelle degli scacchi. Nel libro successivo, cercherà di imporre delle regole anche a Tom Riddle che salta fuori da un diario e convince una ragazzina di undici anni, insicura e spaventata, a liberare un mostro assassino per fargli uccidere le persone che ama.

Peccato che quelle regole finiranno per assomigliare a quelle del mio “pokerino magico”: perché il re di denari chiude tutto? Perché qualcosa doveva pur farlo. Ho già avuto modo di dire che questa è, secondo me, la peggior mancanza della saga.

La peggiore perché è, probabilmente, anche l’unica.

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5 thoughts on “J.K. Rowling – Harry Potter e l’Ordine della Fenice

  1. Non so come abbia fatto a sfuggirmi questo post, l’unica spiegazione che riesco a trovarmi è che tra Novembre e Dicembre sono stata piuttosto male e tutta la mia vita informatica sembrava sotto l’influsso di qualche dissennatore di malumore.
    Comunque sì, è impossibile negare che negli ultimi tre libri qualche scricchiolio riveli qua e là le giunture che Rowling ha dovuto aggiustare artigianalmente – ma tutto è così ben raccontato che quando ci sei dentro non ci fai caso. Io, almeno, non ci facevo caso.
    Per me l’Ordine della Fenice è il libro preferito tra i quattro libri preferiti della saga: perché si parla tanto di scuola e di insegnamento, per la Stanza delle Necessità e per Luna (due elementi sottoutilizzati, secondo me, e faccio parte di quella piccola categoria di lettori che avrebbe tanto voluto veder mettersi insieme Harry e Luna, pur nutrendo la massima stima per Ginny) e per quella fantastica spedizione al Ministero con un finale di una lunghezza spropositata. Le prime cento pagine invece le ho sempre lette con una certa fatica, forse perché contagiata dal malumore di Harry e dall’orrenda atmosfera del Quartier generale. Si tratta comunque del libro con la tela più grande e più complessa da maneggiare e la perdita dell’innocenza di Harry dopo la morte di Cedric rendeva probabilmente impossibile ricorrere all’incredibile scioglievolezza che fa andar giù il Calice in pochi sorsi. E si tratta anche del libro che per J.K. Rowlings è stato più difficile da scrivere, perché le ha richiesto tre anni di duro lavoro.

    • Se un Dissennatore ti minaccia, ricorda il tuo Patronus :-).
      Comunque, concordo su tutto… meno che sulle preferenze, ovviamente:-). In questo libro, comunque, c’è il più bello tra i duelli magici, questo è sicuro.

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