Turno di notte

Quando sei di notte in guardia medica, la gente ti telefona per le cose più incredibili.

C’è quello che vuole sapere da te se fa bene a vaccinare i suoi figli, e lo vuole sapere alle tre di notte, che effettivamente è un bel momento per sentire un secondo parere. E no, tu non ti incazzi, perché non hai figli che ti tengano sveglio con simili preoccupazioni, e comunque sulla branda che ti mette a disposizione la ASL, vuoi anche provare a dormire?

C’è la signora che teme che la glicemia vada giù durante la notte (le hanno detto che è una complicanza frequente, coi farmaci contro il diabete), ma si è dimenticata di comprare le strisce elettroniche per misurarla, e vorrebbe che tu andassi da lei a vedere se è tutto a posto. Quando le fai presente che a te neanche te l’hanno data, la macchina che ti servirebbe per farlo, prima fa finta di arrabbiarsi, poi confessa che più che la preoccupazione a spingerla a chiamarti è stato il senso di colpa, e allora tu le dici che no, nonostante quello che suo figlio le ha detto quella fetta di torta non solo non la ucciderà nell’immediato, ma neanche le accorcerà la vita.

Ce n’è un altro che è sempre convinto che la voglia di caffelatte, che ha sul fianco (o il neo di Spitz, che ha sull’avambraccio) da quando è nato, abbia cambiato colore nell’ultima mezz’ora, e vorrebbe che tu gliela operassi in urgenza, per star più tranquillo; quel che è peggio, è che non si accorge mai che l’unica cosa che è cambiata è la lampada che ha in salotto. Spegnere la luce costituisce, di solito, terapia risolutiva.

Vengono richieste suture per banali escoriazioni, e cerotti per ferite che attraversano le persone da parte a parte. Qualche donna viene picchiata, e cerca un luogo sicuro dove andare. Qualcuno vuole solo parlare, dopo che tutti i call center che conosce hanno chiuso i battenti. A volte dopo aver messo giù il telefono esci di corsa dal tuo ambulatorio, trascinandoti dietro una borsa di medicinali arraffati più o meno a caso; nella metà dei casi, quel dolore oppressivo ed insopportabile ha la stessa gravità che chiudersi il dito nel cassetto delle posate. L’altra metà è peggio, comunque.

E poi ci sono le telefonate come quella, forse. Dico forse perché, almeno per quanto riguarda me, ne ho ricevute solo una volta.

“Mi chiamo Francesco Giansante”. Il nome me lo ricordo ancora, e non credo sia strano. “Questa notte ho voglia di uccidere qualcuno”. Mi ricordo anche il tono, di chi sa che dovrebbe dare l’idea di star scherzando, ed invece parla sul serio. Tentai comunque di cavarmela con una battuta: “E allora stai chiamando la persona sbagliata, amico. Io le vite le salvo, o almeno ci provo”. Non è colpa mia, se dissi un’idiozia del genere. A medicina, nessuno ci insegna ad avere a che fare con un aspirante omicida, magari recidivo. Dovevo cavarmela con l’improvvisazione, più o meno come la prima volta che ti mettono in mano un fonendoscopio.

Un sorriso percorse la linea. Non avevo detto, del tutto, la cosa sbagliata; non avevo detto neppure, tuttavia, quella completamente giusta. Compresi che stava aspettando la mia prossima mossa, per decidere se potevo meritarmi la sua fiducia; se potevo impedirgli di fare quella cosa che desiderava tanto ardentemente compiere. “Come mai stai chiamando proprio me per dirmelo?”, chiesi, alla fine.

Quasi lo vidi, che allargava le braccia, come quei personaggi famosi a cui chiedono per la millesima volta perché hanno scelto di fare quello che fanno. “Bah, chi cazzo vuoi che mi risponda, in questo buco di culo del mondo, a quest’ora di notte?”

“Dovrebbe esserci una farmacia di turno, o forse un portiere di notte in un albergo. Qualcuno sarà ancora aperto, la stagione turistica non è finita”. Lo sapevo perché, quando fosse finita lei, sarebbe finito pure il mio contratto. Ma forse non era opportuno parlare di lavoro. “Scusa, è la prima volta che parlo con un maniaco assassino. Non lo so se prendere tempo è una buona idea”.

“Te lo dico io: no. Non fate un corso di psichiatria, voi? Che cazzo vi insegnano?”

“Un sacco di cose su un sacco di farmaci che non ho mai prescritto una volta in vita mia. Anche perché può prescriverle solo lo psichiatra. Ah, e facciamo parecchie lezioni sulle tossicodipendenze”.

“Utile. No, non prendere tempo. Io mi sto incazzando, sei fortunato che ho voglia di parlare. E poi mi stanno sul cazzo sia i farmacisti, sia i portieri”.

“La notte dovrebbe essere aperta anche la stazione di polizia. Magari loro possono aiutarti più di me”.

“No”.

“Ti sei incazzato perché te l’ho chiesto? Pure questo è un errore?”.

“Sì e sì. Ma lascia stare, far incazzare me non è difficile”.

“Non è difficile nemmeno che io mi sbagli”.

“Non dev’essere il meglio, per un dottore”.

“Non è il meglio, ma il contrario è anche peggio. Ma tu, piuttosto, com’è che vuoi ammazzare qualcuno, stanotte?”.

“Bah, mi piacerebbe tanto saperlo. Forse semplicemente mi annoio”.

“La Playstation è meglio, non ti pare?”.

“Ne sei sicuro? Hai mai ammazzato qualcuno, dottore?”.

“Io no. E tu?”.

Ovviamente, non potevo vederlo; ma era lo stesso. In quel momento, dopo quella domanda, aprì la bocca, la richiuse, poi rimase un attimo in silenzio. Infine: “Ora ascoltami, dottore, e rispondimi. Dimmi il cazzo che ti pare, anche che sono pazzo e che dovrei stare in un manicomio, ma non cercare più di prendere tempo e non mi dire più che vuoi chiamare la polizia. Ah: e non provare nemmeno a chiamarla con un altro telefono. Non prendermi per il culo, lo so benissimo che oggi ce l’abbiamo tutti, un cellulare”.

Raccontare nei particolari quella conversazione sarebbe, credo, meno interessante che riportare il fatto che durò circa due ore. Giansante non mi raccontò di trascorsi traumatici, né confessò apertamente di aver già ucciso qualcuno o di aver pensato altre volte di farlo. Notai che aveva un modo estremamente ordinato di procedere, per quanto il suo fosse un ordine che non riuscivo ad afferrare; ad ogni modo, non tornò mai più di una volta sulla stesso tema. Come se ne avesse bisogno per farmi capire che stava passando ad altro, ogni volta che cambiava argomento mi chiedeva: “Non stai chiamando la polizia, vero?”. Erano gli unici momenti in cui, davvero, credevo fosse pazzo.

Dopo due ore, quindi, la telefonata terminò, bruscamente come era iniziata: “Dovrei averti detto tutto ora, dottore. Sono sempre annoiato, però, e ora devo andare”.

“Aspetta un attimo”.

“Cosa?”.

“So il tuo nome, so che hai voglia di ammazzare qualcuno e so che questo non è uno scherzo; questo paese è troppo piccolo, perché alla gente venga voglia di fare scherzi, anche belli come questo. Adesso, secondo te, cosa devo fare?”.

“Fai un po’ quello che vuoi, dottore. L’importante è che non chiami la polizia. Ciao”. Attaccò. Obbedii: dietro la porta del mio ambulatorio, c’era un elenco di numeri utili. Non chiamai il 112: feci direttamente il numero della stazione locale dei carabinieri.

Fu stupido. Ma mettetevi nei miei panni: come avrei potuto prevedere che esistesse un carabiniere di nome Francesco Giansante?

Dai frammenti di un articolo di un giornale locale della mattina successiva

Ancora sconcerto per lo scontro a fuoco in cui ieri sera ha trovato la morte ***, medico del locale servizio di continuità assistenziale […] carabinieri, Francesco Giansante, racconta ai nostri microfoni: “Ho cercato a lungo di farlo ragionare per telefono, quando l’ho chiamato […] mi ha aggredito, c’è stata una colluttazione. Non avrei voluto ucciderlo […]”.

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10 thoughts on “Turno di notte

  1. Dovresti scrivere il seguito!
    Oppure il prequel, tipo che il medico non avrebbe mai voluto studiare medicina, ma architettura d’interni e che, invece di arredare case di campagna, si era ritrovato suo malgrado a fare il turno di notte al pronto soccorso.
    E che il Giansante aveva sempre sognato di fare il bagnino a Riccione e che invece, per seguire le orme del padre, del nonno e del bisnonno, era stato costretto a fare domanda alla Benemerita.
    Che ne so, una roba così! 🙂

  2. Ho un amico che fa la Guardia Medica e mi racconta che in effetti spesso arrivano telefonate molto strane, magari più adatte a “Chi l’ha visto” a “Telefono rosa/azzurro” o a “un giorno in pretura”.
    Aggiungo tuttavia che lui talvolta esce per visite urgenti, ma non so se questo gli è permesso perché magari il numero di medici è sufficiente per coprire le sue uscite.

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