Un’opinione impopolare

So che quanto sto per dirvi potrà sembrarvi incredibile, ma ritengo possa esservi di qualche utilità sapere che, qualora lo stampino ancora, esiste un modo per rendere piacevole anche la lettura del Venerdì di Repubblica: consiste nel renderlo l’unica lettura possibile.

Alcuni anni orsono, mi ritrovai, per oltre una settimana e non per mia volontà, a dormire in una casa che non era mia; non avevo con me altro che alcuni vestiti e, appunto, un numero del Venerdì. Inutile negarlo: l’avevo con me perché avevo voluto acquistarlo. Ero giovane e inesperto.

Non avevo impegni accademici, e pioveva; con ragazza, Playstation, libreria e connessione Internet inaccessibili, l’unico modo che mi rimaneva per impegnare il tempo era leggere e rileggere quella rivista. Finii praticamente per impararla a memoria; ancora adesso, ricordo che la copertina era dedicata ad Heath Ledger, scomparso un anno e mezzo prima, e che la rubrica della posta si apriva con Michele Serra, che ne era il curatore, impegnato in un’imbarazzante reprimenda dell’evasione fiscale e in un infuocato elogio della meritocrazia.

Serra era allora uno degli anti-berlusconiani più glamour che ci fossero in Italia; io avevo compiuto vent’anni da pochi mesi e, parliamoci chiaro, quando ti batti (o pretendi di batterti) contro uno come Berlusconi, anche se scrivi una rubrica invereconda come, già a quei tempi, era L’amaca, sarai sempre un esempio per un neoventenne. Per questo motivo, c’è stato un tempo in cui la strenua difesa della meritocrazia (come di ogni altra cosa che mi sembrava difendesse anche Serra) è stato un punto fermo della mia ideologia e, quel che è peggio, c’è stato un tempo in cui ho considerato la meritocrazia “una cosa di sinistra”.

Poi, un giorno, sulle pagine della fanzine Carmilla on line, ho letto una frase che suonava, più o meno, così: non ci serve la meritocrazia, se abbiamo l’uguaglianza. Da allora, considero un punto fermo della mia ideologia l’offesa della meritocrazia (e di tutto ciò che difende e diffonde Serra, ma questa è un’altra storia). Lo so che questa è un’opinione impopolare, ma ritengo di avere delle giustificazioni; ad esempio: meritocrazia è ormai una parola che appartiene alla stessa famiglia di femminicidio. Brutta nella forma, tediosa ed esiziale per l’uso che se ne fa.

Da almeno vent’anni, qualunque forza politica che abbia una qualche, sia pur velleitaria, ambizione di governo (fa quindi eccezione solo Possibile, verosimilmente) si vede costretta, prima o poi, ad accarezzare, impugnare, brandire questo concetto; lo stesso Berlusconi, che pure ha portato al governo personaggi che sarebbero stati meglio utilizzati nel ruolo, che so, di bidelli (con tutto il rispetto per questi ultimi) al tempo della sua prima discesa in campo la cavalcò selvaggiamente, contrapponendo l’Italia “che lavora” all’Italia “che chiacchiera”, l’Italia “dei fatti” a quella “delle parole” (quindi, implicitamente, l’Italia che si merita di governare e quella che non se lo merita). Ogni volta che si parla di pubblica istruzione, di salario dei dipendenti pubblici, di diritto a sedere tra i banchi del parlamento, si sente ripetere che è sacrosanto che queste cose vengano garantite a chi se lo merita. Instupidito dal ventennio di propaganda il pubblico votante, affascinato, applaude, e non si rende conto che questo è un modo come un altro per dire che, a qualcuno, quei diritti verranno negati.

Intendiamoci: questo ricorso ossessivo al frame della meritocrazia si inserisce in un progetto più ampio di erosione dei diritti. Dai tempi di Tangentopoli (ma forse è più corretto far risalire questa tendenza alla caduta del Muro di Berlino) sembra che il compito precipuo della politica sia togliere dei diritti a qualcuno. Questo ingrato compito rende necessario che, in termini di comunicazione, i diritti di qualcuno si trasformino nei suoi (ingiusti) privilegi.

Il punto, però, è che il compito dello stato non dovrebbe essere quello di garantire dei diritti a chi se lo merita, ma di mettere tutti nelle condizioni di esercitare i diritti che sono loro garantiti dalla legge (e, aggiungo io, dal fatto stesso di essere nati uomini); detto in termini più aulici: per avere un senso, non basta che lo stato difenda l’uguaglianza; deve creare l’uguaglianza. Presupposto indipensabile per far ciò è riconoscere che non tutti i cittadini nascono uguali; che alcuni sono stati posti dalla sorte in condizione di inferiorità rispetto agli altri, per cui è giusto che rispetto agli altri ricevano di più (il mio professore di diritto mi ha insegnato che uguaglianza non è solo trattare allo stesso modo situazioni uguali, ma anche trattare in modo diverso situazioni diverse).

Prendiamo ad esempio il diritto allo studio. Capita, in certe università, che le si assegni sulla base del merito puro: se lo studente A ha una media più alta dello studente B, e c’è solo una borsa di studio disponibile, allora a riceverla sarà lo studente A. Potrà sembrare che questo sia il metodo più corretto di gestire la materia; ma, come sempre, si commettono dei disastrosi errori, quando si dimentica che gli esseri umani si muovono sempre all’interno di un contesto. Lo studente B potrebbe essere uno studente lavoratore. Potrebbe scontare una peggiore preparazione di base. Potrebbe aver vissuto in un ambiente che ha favorito il suo desiderio di studio meno rispetto allo studente A. Potrebbe (ed è verosimilmente il caso più frequente) avere più bisogno di una borsa di studio, rispetto allo studente A. Potrebbe, in breve, trovarsi in una situazione diversa rispetto allo studente A, e per questo motivo, è più equo che sia trattato diversamente da lui.

Attenzione: a dispetto di quel che potrebbe sembrare, non sono né uno sciocco, né un pazzo, e mi rendo conto che esistono settori in cui è fondamentale che ad “andare avanti” siano coloro che hanno le competenze maggiori, indipendentemente da qualunque altra considerazione; per altro, faccio un lavoro in cui questo è particolarmente importante. Tuttavia, sarete d’accordo con me che affermare un concetto simile non è “credere” nella meritocrazia: è credere nel più semplice buon senso. Quando la vita di tuo figlio è nelle mani di un chirurgo, vuoi che sappia quello che sta facendo.

Tuttavia: ai tempi in cui il governo di questo paese venne affidato a Mario Monti, ci fu uno sforzo epocale, per convincerci che lui ed i ministri che si era scelto erano stati messi nella “cabina di comando” perché erano più competenti degli altri papabili per quel ruolo; in altri termini, perché si meritavano di occupare quel posto più di chiunque altro. La storia (con quella brutta storia di un ministro del lavoro che non sa fare i conti riguardo la sua riforma delle pensioni, ad esempio) ha dimostrato che Monti ed i suoi non possedevano più meriti di chiunque altro; ma ha dimostrato, pure, che non esistono competenze specifiche, per decidere la politica economica e fiscale di uno stato: questo genere di scelte non sono mai tecniche, ma sempre politiche. Ed infatti, terminata la sua avventura di presidente di un consiglio dei ministri “tecnico”, Mario Monti ha fondato un partito.

Infine, ci sarebbe da riflettere su quanto funzioni la meritocrazia; per fortuna, c’è chi lo ha già fatto in passato: conoscete il principio di Peter? Si tratta di una legge, resa famosa da Dilbert, protagonista dell’omonima striscia a fumetti di Scott Adams, che ironizza sull’uso statunitense di promuovere a posizioni di maggior responsabilità coloro che si dimostrano particolarmente efficienti e capaci nel loro lavoro. Di promozione in promozione, capiterà ad un certo punto che il dipendente verrà a trovarsi in un ruolo per cui non ha competenza alcuna; essendo incapace di rendere come prima, non verrà più promosso, e continuerà ad occupare il ruolo in cui se la cava peggio. Da ciò, si evince che, all’interno di una struttura gerarchica, ciascuno ricopre il ruolo per cui è meno qualificato.

Alcuni anni fa (avevo già cambiato idea su Michele Serra e sul Venerdì di Repubblica, se vi interessa saperlo) scrissi:

Meritocrazia: applicazione su larga scala del principio di Peter

che è una mirabile sintesi del mio pensiero sull’argomento. Quella frase è lunga appena 8 parole; questo articolo, che si prefigge lo stesso fine, ne conta 1366. Eppure, al giorno d’oggi, ho molti più lettori di quanti ne avessi allora.

Come vedete, è inutile che stiamo qui a discuterne: perché la meritocrazia, per fortuna, non esiste.

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9 thoughts on “Un’opinione impopolare

  1. Mi trovo d’accordissimo con la conclusione del tuo ragionamento, apprezzo la pregevolissima sintesi a otto parole. Rispetto alla parte precedente: dal mio canto, difendo il diritto alle pari opportunità più che una uguaglianza aprioristica (ma già lo dicevamo, parlando dell’articolo di Rosellina Balbi citato nel libro di Piccolo), col beneficio del fatto che in certe situazioni l’uguaglianza è, per contro, assolutamente necessaria (ma si ragiona più forse sui doveri che sui diritti).

    • Pari opportunità in fin dei conti significa proprio questo. Ma, allo stato attuale, stiamo facendo correre la stessa gara a Usain Bolt ed al campione paralimpico dei 100 metri piani, sostenendo che va bene così.

  2. “Berlusconi, che pure ha portato al governo personaggi che sarebbero stati meglio utilizzati nel ruolo, che so, di bidelli”
    O di igieniste dentali

    “meritocrazia”
    vessillo da sbandierare quando emergono i problemi, per poi dimenticarsene alla prima occasione

  3. C’è qualche partito che invece fa dell’uguaglianza il suo cavallo di battaglia: tu pensa che vogliono mettere l’aliquota irpef unica per tutti…

  4. La meritocrazia in Italia non mi ha mai convinto perchè spesso i criteri con cui vengono scelti i più “meritevoli” sono fumosi, difficilmente misurabili e molto “maneggevoli”. Conseguenza di tutto ciò è che spesso diventano “meritevoli” persone che meritevoli non sono ma che sono più fedeli ai capi, più lecchini e così via… Una delle ragioni del successo della “meritocrazia” fra il popolino è che ognuno ritiene se stesso più meritevole di chiunque altro e quindi spera di rientrare tra i “prescelti”, salvo poi restare a bocca asciutta, lamentarsi ed eventualmente far ricorso…

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