Come in alto, così in basso

Ho scritto molte volte (ad esempio, qui) che uno degli eventi più formativi e, al tempo stesso, distruttivi per la mia generazione, è stato il G8 di Genova.

L’ho scritto molte volte, perché sono convinto che sia così; e ne sono convinto non benché, ma proprio perché la maggioranza di quelli che hanno oggi la mia età non c’erano, in quel luglio di sangue, a farsi massacrare di botte in via Tolemaide, e, forse, ad assistere all’orrore che avvenne in piazza Alimonda.

Eppure, in qualche modo, aver riportato a casa delle ferite fisiche, aver visto coi propri occhi, aver toccato con mano fino a che punto il Potere poteva spingersi, in due sole parole, appunto, esserci stati, rappresentò per quei ragazzi, poco più grandi di noi, che avevano appena messo piede in un movimento che da quell’evento sarebbe stato spazzato via, qualcosa a cui aggrapparsi. Se non altro, per vendetta: avete fatto a pezzi i nostri sogni e, già che vi ci trovavate, anche le teste che li contenevano. Ora, vi faremo vedere.

In più, quei nostri “fratelli maggiori”, che cercavano goffamente, ma sinceramente, di indicarci una strada, avevano dalla loro parte una consapevolezza che a noi mancava. Sapevano con chi e, soprattutto, con che cosa stavano andando a battersi; si può loro addebitare, forse, con la facile saggezza del senno di poi, la scelta di una strategia tragicamente sbagliata (ed i più onesti non l’hanno mai negato: vedi i Wu Ming ed il loro magnifico Spettri di Muntzer all’alba); ma, oltre che ingenerosa, sarebbe falsa l’accusa di aver sottovalutato il loro avversario.

Non così è stato per noi: eravamo appena usciti dall’infanzia, quando quei fatti ci esplosero addosso (come, di lì a due mesi, ci sarebbero esplose addosso le Torri Gemelle). Avevamo appena smesso di credere che l’uomo nero potesse saltar fuori dall’armadio e trascinarci via con lui mentre dormivamo i più tranquilli dei nostri sogni, e la morte di Carlo Giuliani, la carica a ranghi serrati di uno squadrone di poliziotti che sembrava più una compagnia di lanzichenecchi, la macelleria messicana della Diaz, il buco nero dell’umanità che fu Bolzaneto, tutte cose che non potevamo ancora figurarci nella loro enormità, che quindi non credevamo potessero accadere e che però sapevamo essere accadute, ci fecero ripiombare in quel terrore irragionevole da cui ritenevamo di esserci appena affrancati, quel terrore che solo certe fiabe crudeli sanno trasmettere. Ecco, il G8 di Genova è, per quelli che hanno la mia età, appunto questo, una fiaba: una fiaba che contiene però le stesse sinistre vibrazioni di quelle dei fratelli Grimm e che, sospetto, è stata scritta con gli stessi fini.

Probabilmente, non avremo mai le prove per dimostrarlo, ma è dal 23 luglio del 2001 che tutti noi abbiamo la sensazione che quei tre giorni di violenza poliziesca non fossero il frutto di una decisione deliberata di qualcuna delle solite, comode mele marce; che rispondessero, piuttosto, ad un progetto organico, ideato e diretto a livello politico. Qualcuno si è spinto oltre, sostenendo che scopo di questo piano fosse la completa distruzione di quella sinistra “alternativa” che, in quegli anni, rappresentava la forza “progressista” più “di successo” al mondo.

Personalmente, non posso dire se quel piano sia esistito o meno (e non posso dirlo perché non ho i soldi per pagare, né il buon cuore per frequentare un avvocato); se così è, tuttavia, io credo che tale ipotetico movente sia quanto meno parziale: a chi lo ha concepito, soffocare il movimento non bastava, non poteva bastare. Bisognava anche, col surplus di insensata violenza poliziesca (verrebbe da dire, quasi, poliziottesca) che si riversò in quei giorni per le vie di Genova, terrorizzare coloro che da esso, da lì a qualche anno, avrebbero potuto essere attratti.

È una strategia ben nota a livello militare: si chiama shock and axe, e consiste nel dispiegare, per un’operazione, mezzi molto superiori a quelli che sarebbero necessari. È stata resa famosa dalle forze americane che hanno occupato l’Afghanistan, e che lo hanno sottoposto a giorni e giorni di bombardamenti serrati: quei bombardamenti non servivano a centrare qualche obiettivo strategico ma, semplicemente, a far comprendere agli afghani che chi li stava combattendo era un nemico soverchiante, per numero e per risorse. Si tratta anche della strategia utilizzata dai gruppi terroristici di estrema destra durante gli Anni di piombo e, a ben vedere, dall’ISIS; o, per meglio dire, della strategia che l’ISIS pretende di star utilizzando: vi possiamo colpire dove, quando e come ci pare. Riconosco il leone dalla zampata o, se preferite, il fascista dalla tattica.

Come in alto, così in basso, avrebbe scritto l’Ermete; ed un episodio piccolo, e forse, per questo, ancor più spregevole, di shock and axe si è consumato nei giorni scorsi al liceo artistico De Nittis di Bari. I fatti (riportati anche in una lettera aperta degli studenti del liceo, che trovate qui): da anni, l’istituto versa in condizioni disastrose; per questo motivo, qualche tempo fa, come gesto simbolico e di “sensibilizzazione”, i suoi studenti hanno deciso di occuparlo, senza ricorrere a nessun tipo di violenza (neppure quella contro gli oggetti, che ha portato più di qualcuno in carcere con accuse infamanti). Alle due e trenta di notte, tuttavia, sono stati svegliati dal clacson di un auto, da cui è sceso un uomo che, minacciandoli con una pistola, ha loro intimato di lasciare la scuola. Non si trattava di un “delirante sfuso” con psicosi securitaria, ma di una guardia giurata privata, assunta dalla preside del liceo proprio alla scopo di impedire l’occupazione. Nel parapiglia che è seguito, alcuni studenti si sono feriti: ma (e possiamo dirlo, perché nessuno si è fatto davvero male) non è questo il punto.

Il punto è che è assolutamente sproporzionato far intervenire un uomo armato per far cessare un’occupazione: dentro quella scuola non c’era una pericolosa banda di terroristi armati di mitra e BFG; no, c’erano dei ragazzini (il più anziano dei quali non può avere più di vent’anni) che, vista la scuola che hanno scelto, verosimilmente sono più abili a maneggiare pennelli e sgorbie, che non armi da fuoco e molotov. La preside di quella scuola quei ragazzini non voleva né combatterli, né osteggiarli (e, se avesse deciso di farlo, non sarebbe stata comunque una cosa onorevole): per farlo, sarebbe bastata la “semplice” autorità di cui era già investita; no, quei ragazzini ha voluto annientarli, col terrore che un uomo adulto, armato (ma anzi, non sarebbe stato neppure necessario che quell’uomo fosse davvero armato: quanti ragazzi di sedici anni sanno riconoscere un’arma vera da un’arma giocattolo?) e, verosimilmente, disposto ad aprire il fuoco può provocare in degli adolescenti, armati unicamente della certezza di star facendo la cosa giusta.

Ed a proposito: proprio il fatto che quei ragazzi stessero facendo effettivamente la cosa giusta (nonché l’unica possibile) rende la gestione della vicenda non solo inqualificabile, ma demenziale. L’interesse di un preside dovrebbe essere quello di dirigere il miglior istituto possibile; secondo quanto dicono le fonti, il De Nittis non lo era, e la responsabilità, se non altro, di farlo notare, sarebbe dovuta ricadere sulla dirigenza, e non certamente sugli studenti. I quali, tuttavia, quella responsabilità se la sono presa, e sono stati ringraziati con uno spavento da cui ci metteranno anni a riprendersi (e, alcuni, con lividi ed abrasioni). La preside ha, evidentemente, ritenuto che disciplina ed ordine contassero di più, che non avere un edificio scolastico degno di questo nome. Siamo di nuovo qui a parlare di quella tendenza (spiccatamente di destra) che persegue l’ordine e la disciplina per se stessi, e non perché finalizzati all’ottenimento di qualcosa.

Rimarrebbe, infine, da riflettere sul fatto che, di privatizzazione in privatizzazione, siamo arrivati al punto in cui è non solo legale, ma per qualcuno addirittura legittimo, assoldare privatamente un uomo perché minacci un gruppo di ragazzi neppure ventenni con un’arma da fuoco.

Ma poi mi chiedo cosa sarebbe accaduto in quella scuola se ad intervenire fosse stata la polizia di stato, quella che, in teoria, dovrebbe proteggere tutti noi, e mi dico che in fondo è andata bene così.

Colgo l’occasione per augurare buone feste a tutti e sì, lo so, non è questo l’articolo che avreste voluto leggere il giorno di Natale. È tuttavia un articolo che sentivo necessario e che, sono sicuro, almeno uno di voi interpreterà come un doloroso regalo.

Auguri.

 

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9 thoughts on “Come in alto, così in basso

  1. Lo interpreto come tale, apprezzando il fatto che, nonostante tutto, la tua visione riesca ad essere così estremamente lucida, non annebbiata da modificazioni postume, pur non avendo vissuto (o, forse, grazie al fatto di non aver vissuto) quei fatti dal di dentro.
    Buoni giorni anche a te, e buon anno di piccole resistenze quotidiane – quelle in cui, credo, parecchi di coloro che hanno visto quel 2001 hanno saputo (e sanno) comunque trasformare la rabbia che hanno vissuto.

  2. Naturalmente adesso non ti ho letto con attenzione ma ho sorvolato e apprezzato molto il tuo taglio.
    Le due recenti promozioni di importanti artefici di quel massacro È vergognoso.
    I vertici politici ne sono usciti intatti.
    Se non lo hai visto Ti suggerisco un pregnante film documento Acab.
    Sheraproviamoaguardareoltreinpositivo

    • Dovrei cominicare a scrivere di meno :-).
      Ad ogni modo… se non sbaglio, quando ho iniziato a scrivere questo articolo, quei fatti non erano ancora accaduti. Ma, alla fin fine, siamo sempre lì: malmeni una persona? Paghi una multa. Ne picchi dieci? Ti mettono in carcere. Sei responsabile di una “macelleria messicana”, nel corso della quale muore una persona? Ti promuovono.

      • Nooo… dovrei io avere almeno tre ore in più per le Cos’è che mi piace fare.
        A Genova andarono mio figlio e mio nipote Ebbero l’accortezza di capire subito il clima e se ne tornarono a Roma…
        Hai ragione in Italia perché questa conosciamo il meccanismo è quello di fare un gran polverone rimuovere la memoria e sistemarsi dinuovo comodi. Più pelo hai sulla coscienza più connivenze che ti aiutino e ti ritroverai sempre un gradino più su.
        SherAuguriconFlaviano

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