Sì, di nuovo

Qualche tempo fa (il pratico calendario del signor WordPress dice che sono passati due anni e mezzo, ma il testo risale a ben prima), in un racconto che è, probabilmente, il più autobiografico della mia “produzione”, scrivevo che, ad un narratore, è necessaria una sola, grande qualità.

La crudeltà.

So che questa era anche l’idea professata da Kurt Vonnegut, e la cosa deve avere un qualche peso, visto che Vonnegut è stato uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo. Non so dire se quando scrissi quella storia avevo già letto i suoi “comandamenti”: se sì, mi sono limitato a copiarli; se no, mi sono limitato ad avere la sua stessa idea, solo peggio ed in ritardo. In nessuno dei due casi, come vedete, ho un gran merito.

Quel che è certo è che, se lo scrittore americano aveva ragione, allora io dovrei essere una delle migliori “penne” in circolazione; anzi, dovrei poter competere facilmente con Dante ed Omero, forse perfino con Massimo Gramellini (che, di questi tempi…). Molte cose mi fanno difetto, infatti, ma sicuramente non la crudeltà: l’esistenza stessa di questo blog lo dimostra; lo dimostrano, seppure in misura minore, anche quei brandelli di narrazione che a volte mi è capitato di condividere con voi (e che in questo blog sono radunati sotto il tag Ogni riferimento): per i loro protagonisti imbastisco con cura un destino beffardo, che li conduce, di solito, ad una morte dolorosa e del tutto priva di gloria. Questo, quando mi sono simpatici.

Qualcuno dei miei amici mi ha detto talvolta che non crede che io possa essere capace di crudeltà; a questi amici, che devo ringraziare poiché ritengono la nostra amicizia tanto importante da arrivare a mentire, consiglio di leggere Turno di notte, l’ultimo racconto che ho pubblicato qui. Riconosco di rado delle qualità alle cose che scrivo, ma non posso che elogiare la sveltezza con cui sono riuscito a far capitare qualcosa di orribile al suo protagonista. Il quale non solo non aveva fatto nulla per meritarlo, ma è, pure, un mio collega; anzi: se per scrivere quel personaggio senza nome mi fossi ispirato (e non voglio né confermarlo, né negarlo) a qualche collega con cui non sono in buoni rapporti, non saremmo più nemmeno dalle parti della crudeltà. Più correttamente, dovrei riconoscere che quel racconto è vendicativo.

A quei miei amici potrei consigliare anche di leggere Del peggio del nostro peggio, ovviamente, ma, forse, non sono crudele fino a tal punto.

Del peggio del nostro peggio (lo dico per i molti di voi che capitano qui a causa di un errore di reindirizzamento di Google) è una rubrica mensile che, in modo discontinuo, porto avanti ormai da due anni. Al momento della sua nascita, all’inizio del 2016, la presentai con toni magniloquenti; promisi che ogni trenta giorni circa avrei deliziato i miei lettori (ed ascoltatori, perché nella sua prima incarnazione Del peggio del nostro peggio “esisteva” anche in forma recitata) con taglienti commenti su quanto accaduto nel mese precedente, che avrei coperto di dileggio l’ipocrisia dei potenti e che avrei offerto, con la risata, una possibilità di emancipazione a tutti quei “deboli” che, giorno dopo giorno, dovevano sottostare alle angherie di chi esercitava una sia pur minima (ed ampiamente immeritata) autorità su di loro. Del peggio del nostro peggio, per tutti quei fortunati che non sono andati oltre questa dichiarazione d’intenti, rimarrà per sempre una specie di Magnificat, solo con le battute dentro.

Conoscevo già allora le mie capacità umoristiche e, dunque, mentivo sapendo di mentire. Chiunque abbia letto anche solo una (tanto non è che poi migliorano, eh) delle battute che ho scritto in questi anni, infatti, si sarà reso conto che esse vengono prodotte ad un unico scopo: uccidere provocando inutili sofferenze (cit.). Non per niente, come ho scritto qui, se avessero trovato Del peggio del nostro peggio nella cronologia di Saddam Hussein, per invadere l’Iraq non ci sarebbe stato bisogno di inventarsi che aveva delle armi di distruzione di massa.

Cartesio scrisse, una volta, che il buon senso è la cosa meglio distribuita al mondo; da parte mia, riflettendo sull’esperienza con Del peggio del nostro peggio, posso dire che la palma spetta piuttosto al masochismo; almeno, gli spetta se ci concentriamo sul microcosmo che è WordPress. Nonostante l’evidente (e scopertamente dolosa) inadeguatezza del suo estensore, infatti, fin dalla sua nascita Del peggio del nostro peggio ha riscosso numerosi apprezzamenti; oserei dire che si tratta, verosimilmente, della roba che ha ricevuto i maggiori complimenti, tra tutte quelle che ho raccolto qui (che non significa molto, eh, visto che la maggior parte del mondo continua a riservarmi una più che giustificata indifferenza).

È per questo motivo che, quando all’inizio dell’anno corrente (ancora per poco) è venuto il momento in cui, per obbedire ad un’antica tradizione, avrei dovuto chiudere Del peggio del nostro peggio per passare “ad altro”, ho scritto questo articolo; in esso, esaminavo le ragioni per cui avrei potuto continuarlo (mi divertiva, mi soddisfaceva, mi interessava), con quelle che, invece, mi spingevano a chiuderlo. Queste ultime si compendiavano essenzialmente in:

  1. non ho i mezzi tecnici per registrare un monologo ogni mese, e non ho intenzione di spendere soldi per procurarmeli;
  2. restare ancorato all’attualità restringe gli argomenti di cui posso parlare;
  3. oggi come oggi, chiunque si sente non solo in diritto, ma in dovere di fare satira.

Sette episodi di Del peggio del nostro peggio sono andati in onda quest’anno: se ne deduce che, evidentemente, il perverso divertimento che provavo a scriverlo ha prevalso su ogni altra considerazione. Ho fatto sparire l’audio, trasformandolo in qualcosa che ricorda ma spero non somigli all’Amaca di Serra; ho cominciato ad introdurre i monologhi con discorsi più “generali”, allo scopo di poter infilare di straforo, qui e lì, battute che non riguardino la complicata storia d’amore tra Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Matteo Salvini. Ho reso il sadismo il mio tratto distintivo, ed in ognuno degli episodi pubblicati mi sono presentato con metafore vieppiù crudeli (torniamo sempre lì); la mia preferita è, senza dubbio: “Io sono Gaberricci e no, non sono sensibile agli antibiotici”. Ho slegato Del peggio del nostro peggio dall’attualità, rendendolo sempre più anarchico, in virtù dell’adagio luttazziano per cui la satira informa, deforma e fa un po’ il cazzo che le pare. Tale deriva, come ho raccontato qui, si è però forse spinta troppo oltre: se ve lo state chiedendo, è questo il motivo per cui negli ultimi due mesi Del peggio del nostro peggio non è comparsa a queste coordinate.

Siamo ora alla fine di un altro anno e, ancora una volta, a Del peggio del nostro peggio toccherebbe il riposo eterno (che ora c’è pure una legge che lo consente), anche perché la problematica numero 3 è ancora sul tappeto, e rimane la più difficile da risolvere o, quanto meno, da ignorare: se tutti scrivono satira, il lavoro di un autore satirico diventa molto difficile. Se sono bravi, perché presumibilmente scriveranno battute migliori delle sue; se non lo sono, perché rischia di finire nella stessa categoria, per così dire, professionale di un ragazzino (o, più tristemente, di un ultraquarantenne) che crede che la satira sia dire “merda”, e poi lamentarsi dell’invasione islamica.

D’altronde: siamo alle soglie del 2018, che sarà un anno molto interessante. Non parlo delle elezioni politiche: quelle in Italia ci sono tutti gli anni e, in certi casi, più volte all’anno; non parlo nemmeno di quell’invasione di alieni quadrumani provenienti da Aldebaran, che ci troveremo a dover fronteggiare verso maggio (sempre meglio degli africani, comunque: almeno gli aldebaraniani non sono islamici). No: da quest’anno, i millenials iniziano a diventare maggiorenni i millenials. Sono davvero curioso di vedere come il loro ingresso nella politica attiva cambierà gli equilibri attuali, e mi dispiacerà non raccontare di come determineranno il successo elettorale di Yotobi.

E quindi, sì, di nuovo, come l’anno scorso, sono qui a parlare del futuro della rubrica più rappresentativa di questo sito, ed a farvi gli auguri di buon anno senza neppure dirvi se continuerà oppure no. Ma non ringraziatemi: sono crudele, ma non tanto da affliggervi con un nuovo Gaberricci e il mondo che verrà.

Auguri a tutti.

Advertisements

5 thoughts on “Sì, di nuovo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s