La peste

Le mie colleghe (brave ragazze) mi hanno regalato per Natale “Lo straniero” di Albert Camus. Non ho molto da dirne: l’ho finito in due giorni (non solo per la sua brevità) e Camus mi ha fatto ricordare che, novantanove volte su cento, bello significa semplice.

Mentre ne consumavo le pagine, mi è tornato in mente un libro che ho letto molto tempo fa; parlo de “Il muro”, di Sartre, con cui mi è parso che “Lo straniero” molto somigliasse (e questo sarebbe stato un suo grave difetto).

Ho poi attribuito queste impressioni a delle mere reminiscenze scolastiche. Certo, Sartre e Camus si conoscevano, erano stati entrambi comunisti ed erano entrambi esistenzialisti, scrittori e filosofi. Sartre era più anziano, e per un certo periodo Camus poteva averlo ritenuto un ispiratore; ma i motivi per cui le loro opere divergono sono sensibilmente più significativi di questi risibili dati enciclopedici.

Il maggiore è ovviamente lo stile. Sartre, spesso, non riesce a dimenticare di essere un filosofo, neppure quando è uno scrittore; Camus, invece, incorre nella problematica opposta: vorrebbe veicolare un messaggio, ma la storia che racconta quel messaggio lo soverchia. Quando gli assegnarono il premio Nobel, Sartre rifiutò di accettarlo (è, ad oggi, l’unico ad averlo fatto di sua spontanea volontà), e disse che voleva essere letto perché era interessante, e non perché era un Nobel. Tre anni dopo, Camus ricevette la stessa onorificienza, e se la prese di buon grado; da allora, probabilmente, corre il rischio opposto: quello di spaventare con la sua aura di intellettuale, di contribuire a diffondere l’idea che qualcuno che vince il Nobel debba per forza essere uno scrittore “difficile”. In poche parole, Camus rischia di non essere letto perché è un premio Nobel.

Parlo per esperienza: a quattordici anni, trovai in un’antologia scolastica l’incipit de “La peste” (il romanzo di Camus che segue di cinque anni “Lo straniero”) e ne rimasi folgorato. Avevo, tuttavia, già provato a leggere il romanzo di uno scrittore “famoso”, e l’avevo abbandonato, senza rimpianti ed anzi con una certa irritazione, dopo appena cento pagine (quel romanzo era “Il nome della rosa”, ed è, oggi, il mio libro preferito); mi dissi che, se era andata così con quello, chissà cosa mi sarebbe successo con il libro di uno che era addirittura un premio Nobel. Decisi di lasciar passare qualche anno; alla fine, ne sono passati quattordici, e quel libro non l’ho ancora letto.

Ne conosco però la trama per linee generali: è ambientato ad Orano, città dell’Algeria, e racconta di un’epidemia di peste bubbonica, e degli sforzi che alcuni degli uomini di Orano compiono per sconfiggerla; racconta inoltre di taluni altri uomini che, invece, si impegnano perché essa si mantenga e prosperi; conosco pure l’opinione unanime di tutti i suoi esegeti: considerata la storia personale di Camus ed il periodo in cui venne pubblicato (il 1947), ogniqualvolta che Camus scrive “peste”, intende, piuttosto, “nazifascismo”.

La potenza di una metafora, credo, si misura dalla sua capacità di travalicare i tempi e gli spazi, e di essere ancora comprensibile ed apprezzabile anche quando riletta a distanza di secoli (e/o di chilometri) dal quando (e/o dal dove) in cui è stata formulata; se possiamo ancora dichiarare il nostro amore usando le immagini della poesia indiana “Che io sia per te la fascia” (qui stupendamente interpretata da Angelo Branduardi) è perché quelle immagini esprimono ancora adesso, e anche qui, quello che noi pensiamo dell’amore. Questa forza della metafora può generarsi grazie all’acume di chi l’ha prodotta, ma anche per dell’immutabilità del soggetto a cui la metafora si riferisce. Se si dovesse fare una classifica dei migliori scrittori di tutti i tempi, Shakespeare figurerebbe senza dubbio tra i primi cinque; d’altro canto, se ancora oggi ci sono ragazzi che sognano la storia d’amore di Romeo e Giulietta (dimenticando che durò tre giorni e finì con cinque morti, cit.), non è perché l’opera omonima sia particolarmente ispirata (anzi), ma perché quel che noi pensiamo essere l’amore è anche ciò che ne pensa lo Shakespeare scrittore (sullo Shakespeare uomo non so esprimermi). Bella forza, dirà qualcuno: è stato anche lui (soprattutto lui) a creare quell’idea dell’amore. Questo appunto è corretto; ma non è questo il luogo per parlarne.

Ora: ho già scritto sopra che Camus è, a mio parere, un eccellente scrittore, talvolta anche oltre le sue intenzioni; questo è quel che (di sicuro) rende “La peste” un libro bellissimo; ciò che, tuttavia, lo rende sinistramente interessante è che il nazifascismo che Camus combatté e che in esso mette in metafora è lo stesso nazifascismo che noi tentiamo di combattere (con successo sempre minore) e che nessuno, almeno alla luce della mie ben misera conoscenza, ha ancora saputo raccontare con altrettanta lucidità.

Come la peste di Camus, il fascimo che conosciamo è nato nella periferia di un Impero. Come quel morbo, a lungo si è mosso ai margini di ciò che veniva considerato degno di essere reso noto al grande pubblico; ha mantenuto un basso profilo, non facendo mai parlare eccessivamente di se. Comprendere il perché è facile: l’ebola è più spaventosa ma la tubercolosi fa più morti, perché capita che l’ebola uccida un uomo talmente in fretta da non permettergli nemmeno di trasferirla in qualcun altro.

Il fascismo interessa i derelitti della società allo stesso modo in cui, nel romanzo, la peste interessa i topi, gli animali a cui si guarda con più fastidio. Quei derelitti finisce per ucciderli o, a volte (e non è detto che in questo caso sia più pietoso), per farne veicoli di un nuovo contagio (d’altronde, anche la peste la trasmettono quei pochi topi che riescono a sopravviverle). Pian piano, scala i livelli della “scala sociale”; a volte addirittura ardisce a colpire i salotti “bene” di quello stesso Impero che lo aveva generato e ricacciato ai suoi confini più estremi. Può capitare che qualche volta se la prenda coi giornalisti, per dire (eppure loro lo hanno sempre trattato bene); e loro, quando accade si sentono colpiti a tal punto (anche se quello che fisicamente ha preso il colpo lo considerano uno di loro fino ad un certo punto) da dover dare sfogo in una serie di dolenti editoriali ai loro sentimenti così brutalmente rigettati.

Ma poi ad Orano arriverà una compagnia teatrale di giro, così come a Roma o a Milano arriveranno le elezioni. I cadaveri ammassati per le strade saranno morti di vaiolo, o di febbre bottonosa, o di sesta malattia, o negli scontri tra tifoserie, a chi vuoi che importi: la medicina curerà tutte le malattie con lo stesso farmaco, e la legge punirà tutte le violenze come se fossero una sola.

Prima o poi, qualcuno sarà costretto a riconoscere che, da qualche parte, ad Orano, la peste c’è ancora; rifiuterà sdegnato, però, di riconoscere che sia la stessa di cui parla Boccaccio nel Decameron: la peste nera, roba da Medioevo (o da Ventennio)! Quella peste farà le stesse cose che faceva allora ed sarà sostenuta dallo stesso batterio e dalle stesse idee ed ucciderà allo stesso modo ed avrà lo stesso corteo sintomatologico… ma nel Terzo Millennio non si può parlare di peste nera, o di fascimo, un problema di settecento anni fa (o forse di settanta, ora non ricordo bene).

Un problema di settecento, o settant’anni fa: potrebbe essere sintetizzato con questa frase, l’approccio con cui giornalisti e politici (si veda qui, ad esempio) hanno trattato il tema del fascismo (e quello, speculare, dell’antifascismo); per assurdo, è questo lo stesso approccio con cui l’hanno trattato i fascisti. Nell’ormai famigerato incontro con Corrado Formigli, Simone Di Stefano, vicepresidente di CasaPound, ha candidamente ammesso: “Non ci interessa della storia, ma riconosciamo di venire da quel filone“.

Alla fine della scorsa settimana, la prima pagina del Tempo che dichiarava Benito Mussolini uomo dell’anno ha destato stupore e scandalo; sentimenti che comprendo, e condivido, pur ritenendoli ampiamente esagerati: dico, ma l’avete mai vista una prima pagina del Tempo? D’altronde, io non posso negare di aver provato una certa contentezza, nel vedere quel titolo: qualcuno, qualcuno di loro, aveva finalmente tirato giù Mussolini dalla pompa di benzina di piazzale Loreto, aveva smesso di considerarlo un santino ed aveva riconosciuto che era (stato) un uomo di carne, sangue ed aberrante ideologia.

Perché non significa solo aver fatto della becera apologia di fascismo, aver eletto Mussolini uomo dell’anno per il 2017: significa anche e soprattutto aver ammesso che Mussolini vive ancora qui, vive nei suoi seguaci, vive nei suoi sostenitori, vive in quelli che vanno in giro con le mazze da baseball con su scritto “Me ne frego!”. Non si tratta, qui, di riconoscere di venire da un filone; si tratta di portare ancora a spasso lo spirito di quell’uomo, e del partito che fondò.

D’altronde, spesso, sono le pestilenze, che generano gli zombie.

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7 thoughts on “La peste

  1. Non lo dico per adularti (non ne ho motivi e non mi interessa), ti dico solo quel che pensavo mentre ti leggevo. Pensavo che se tu fossi non un uomo di lettere (quello lo sei), se tu fossi un laureato in Lettere, non avresti la stessa pervicacia nell’analisi del testo e dello stile degli scrittori e soprattutto non sapresti raccontarli come fai. Chapeau!

    • Come diceva quel tale… la forma è il contenuto. Ma io sono semplicemente un appassionato dell’arte del comunicare, mi piace indagare (con scarso successo, temo) come da segni praticamente privi di significato (come le lettere, ma anche i gesti) possa costruirsi tutto l’universo di senso che costituisce ciò che chiamiamo mondo.

  2. Oh santa esasperazione (non verso di te, naturalmente)!
    E’ assurdo che gente nata nel 1961 o parecchio dopo come me si ritrovi a dover fare i conti col fascismo. Dovrebbe essere roba da storici, da studiare con sereno distacco. E invece il fascismo oggi si porta dietro più bufale di Laura Boldrini, e tutte postate serenamente da ragazzini che hanno del fascismo una visione irreale quanto quella leghista del risorgimento. E forse l’unica strada per uscirne è proprio quella di rimettersi a parlarne, perché settant’anni fa venne rimosso troppo in fretta. Ma che palle, davvero. Ma perché invece di

    • …invece di “riconoscere di venire da un filone” non se ne fanno uno nuovo, di filoni? Cosa ci fai col fascismo, OGGI? È roba di 70 anni fa, non replicabile, non adattabile. Possiamo fare senz’altro di peggio, ma il fascismo vero non si può rifare, non c’è verso, inutile evocare l’autarchia e la sovranità nazionale e….
      Basta, mi cheto. Ma per chi di mestiere insegna storia è davvero atroce leggere certe tirate nostalgiche che spesso lascerebbero sbalorditi gli stessi Mussolini e Starace. Anche se mi rendo conto che tu stai guardando la cosa da una prospettiva molto diversa.

      • Occuparsi di fascismo non è piacevole. Ma è un dato di fatto che non si può lasciare la memoria storica in balia di Di Stefano e camerati: perché noi possiamo anche far finta che il fascismo non ci riguardi più, ma qualcun altro non lo farà.

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