Mentre scrivevo epitaffi

La mia amica Anita, qualche giorno fa, in un momento di particolare sconforto, mi ha dettato il suo epitaffio (tranquilli: stava scherzando e non c’è stato ancora bisogno di farlo scolpire da nessuna parte). Iniziava con le parole: “lettrice incallita”. Probabilmente (se io ed Anita siamo amici, d’altronde, dovrà pur esserci qualche motivo) sono anche le stesse parole con cui inizierei il mio.

(E per favore, nessuno faccia battute sul fatto che io non sono una lettrice, suvvia).

Verosimilmente, anzi, sono anche le stesse parole con cui lo concluderei: perché, a parte quella definizione, non avrei granché da aggiungere. Molte delle altre cose che sono (medico, imbrattafogli, apprendista stregone), infatti, sono conseguenza dell’essere stato, per tanto tempo, un “lettore incallito”. Bill Hicks (per cui potrei spendere molti epiteti, ma credo nessuno gli si addirebbe quanto intellettuale), in uno dei suoi spettacoli, raccontò di quella volta in cui, dopo uno spettacolo, si era fermato a mangiare in una Waffle House (che è una specie di McDonald’s, solo con più burro dentro). Bill entra, si siede, ordina qualcosa e, mentre aspetta che glielo portino, si mette a leggere un libro. Ad un certo punto una cameriera gli si avvicina e gli fa una domanda. Questo è come Hicks riporta il dialogo che si svolse tra loro:

“Ehi, perché leggi?”

“Be’, presumo che ci siano parecchi motivi per cui leggo… il principale è che non voglio diventare una fottuta cameriera di Waffle House!”

Il meccanismo funziona, si ride (cit.), questo è indubbio; d’altronde non ci si poteva aspettare altro: Hicks è uno straordinario comico, il migliore di tutti i tempi, probabilmente. Forse, sta proprio qui il problema.

Ogni comico è un artista, ed il compito di ogni artista è rendere indimenticabile ciò che dice e trascurabile ciò che dicono gli altri; in più, la battuta di spirito ha questo sgradevole effetto collaterale: fa apparire l’interlocutore, e qualunque cosa abbia detto fino a quel momento, incredibilmente stupido.

Questo è il motivo per cui quando, circa una decina di anni fa, ascoltai per la prima volta quel monologo, non feci neppure caso a quel che chiede la cameriera, e fu solo alla sei- o settecentesima visione, tra una risata e l’altra, infine, mi resi conto che anche quella domanda esisteva. Le prestai il minimo di considerazione che mi bastava per etichettarla, appunto, come stupida, e non ci pensai più fino a quando, in un libro-intervista a Borges, che nel frattempo era diventato il mio scrittore preferito, non lessi una frase che diceva, più o meno:

io ricordo molto di più di quello che ho letto, che di quello che ho vissuto

Trovai che quella frase rispecchiasse molto bene la mia situazione; forzando un po’ la mano, anzi, potrei dire che io sono molto più di quello che ho letto, che di quello che ho vissuto. Ed allora quella domanda, d’improvviso, riacquistò di importanza e significato; e sono sicuro che proprio Borges, che credeva che la vita fosse un libro e l’universo una biblioteca, avrebbe considerato chiedersi “perché leggi?” altrettanto fondamentale (e futile) che chiedersi “perché vivi?”. Appare probabile che avrebbe considerato queste due la stessa domanda.

Per molto tempo, trovai soddisfacente oltre i suoi meriti la risposta di Hicks; la quale, d’altronde, si inserisce in una tradizione consolidata. La letteratura e, più in generale, la cultura, sono considerate da molti degli efficaci mezzi per cancellare i solchi che la nascita scava tra gli uomini, ponendone alcuni in condizioni di inferiorità rispetto ad altri; in questo senso, sapere (e leggere è uno dei modi più rapidi e efficienti per sapere) permette agli uomini di essere uguali, offrendo una scala a quelli che sono più in basso per raggiungere quelli che sono più in alto. Tale visione, non si può negare, è non solo meritevole dal punto di vista, per così dire, politico, ma anche corretto da quello storico: le idee di uguaglianza dei movimenti radicali del Cinquecento tedesco, tanto per fare un esempio, hanno viaggiato sulle pagine dei libri.

D’altronde, non ci vuole molto a passare dall’assunto che la cultura e, quindi, la lettura, permetta di elevarsi, all’idea, speculare, per cui qualcuno è elevato solo perché legge. A dimostrarlo, sta proprio la risposta di Hicks: che non è solo divertente, ma anche classista (ed un razzista non è mai migliore di nessuno, nemmeno di una che fa la cameriera da Waffle House e magari considera questo il migliore dei destini possibili). Si tratta di un atteggiamento che, purtroppo, molti lettori hanno e che, come scrissi ai tempi di #ioleggoperché, iniziativa (dal nome importante) che adorai prima di rendermi conto che anch’essa pareva abbracciare questo “lato oscuro del libro”, è probabilmente uno dei motivi per cui tanta gente non legge più.

Inoltre, tale delirio elitarista ha la non trascurabile colpa di abbracciare un pensiero utilitario (leggo perché mi serve), dimenticando di rimarcare che leggere è, innanzitutto, divertente. Sono sicuro che questo è il motivo per cui, ogni volta che finiamo in una libreria, Anita è incapace di uscire senza aver comprato qualcosa. Verosimilmente, è lo stesso motivo per cui, da quando sono capace di farlo, non ho mai smesso di leggere.

A questo punto, si potrebbe riformulare la domanda “perché leggi?” in “perché ti diverte leggere?” (o, che è lo stesso, “perché ti diverte vivere?”). Ho trovato risposta a questo quesito in un articolo di Umberto Eco (non ricordo quale, una delle ultime Bustine di Minerva, credo).

Eco scriveva che, se continuava a leggere, era perché non voleva che i limiti che la natura aveva voluto porre alla sua vita terrena (che si stava avvicinando alla fine) fossero anche i limiti di ogni vita che potesse vivere. Quando morirò, rifletteva (e nel frattempo è morto, accidenti a lui), io sarò stato non solo me stesso, ma anche tutti i personaggi di cui ho letto le storie, e nei cui pensieri mi sono immedesimato; avrò vissuto molte vite, e non solo la mia.

È una visione religiosa, lo riconosco, e secondo me non è neppure del tutto vera (non si tratta di vite ulteriori, ma di mondi ulteriori, in cui continuare ad essere se stessi); d’altronde, non si risponde a domande esistenziali senza far ricorso alla religione. Tutti i sogni sono Scritture, e alcune Scritture non sono altro che sogni, dice Guglielmo da Baskerville, un uomo che proprio Eco sognò e di cui poi scrisse.

Il professore di Alessandria, tra le molte persone che era stato, citava, se non ricordo male, citava Anna Karenina e Raskolnikov; per quanto mi riguarda, posso dire che, quando verrà il momento di riconsegnarsi alla curva dell’entropia, sarò stato Harry Potter, sarò stato V di V for Vendetta, sarò stato Nicolas Eymerich e sarò stato la Margherita di Bulgakov.

Diavolo, questa sì che sarebbe una bella frase da scrivere sul proprio epitaffio.

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12 thoughts on “Mentre scrivevo epitaffi

  1. Il punto è che, per immedesimarsi in altre storie, non è necessario leggere.
    Puoi inventarle (anche con amici o altro)
    Puoi sentirle raccontare (anche via radio)
    Puoi guardarle mentre vengono rappresentate a teatro, cinema e TV
    Puoi scriverle.
    So che, davanti alla terza possibilità, usa scuotere la testa spiegando che davanti al film sei uno spettatore passivo mentre leggere ti obbliga ad interpretare, ma è un discorso che non mi ha mai convinto perché fin da bambina con le compagne ci raccontavamo i film e gli sceneggiati e poi li ricostruivamo a modo nostro. Comunque, chi risponde in questo modo è gente che non ha mai scritto e tantomeno letto una fanfiction, che secondo è il genere più antico di racconto.

  2. Incallito sinonimo di Incorreggibile che fa presupporre che sia possibile modificare questo atteggiamento : correggerlo.

    Io leggo per amore, per nutrirmi , per stupirmi.
    Per vivere 7 vite come i gatti morire e reincarnarmi in un gatto…
    Sherasolotantoxdire

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