A che ti serve la magia?

La scorsa settimana sono stato ad una mostra di quadri di Fernando Botero.

Da un certo punto di vista, è stata un’esperienza molto interessante: non avevo mai avuto modo di approfondire oltre il livello di “cultura popolare” l’opera del pittore colombiano e, avendone una conoscenza così superficiale, credevo che non mi piacesse; la visione di alcuni dipinti, soprattutto tra i meno noti al grande pubblico (le sue nature morte, ad esempio) mi ha permesso di concludere che mi ero sbagliato.

D’altro canto, le opere esposte erano in numero piuttosto esiguo, e tutte appartenevano, più o meno, allo stesso periodo storico, relativamente recente; non sono stato in accordo, inoltre, con alcune delle scelte fatte dal curatore, ed ho trovato l’audioguida (che già di per se è uno strumento di cui ho poca stima) timida e parziale. La Casa di Marta Pintuco mette chiaramente in scena il grottesco, languido patetismo di un bordello (che mi pare d’aver capito essere un tema caro all’artista), e non vedo perché non dirlo; i ritratti di arcivescovi, capi di stato e generali sono pervasi da un ghigno sardonico, più che dalla bonaria ironia che l’asettica voce disincarnata vorrebbe; il debito al cubismo ed al suo “padrino”, Cezanne, mi pare evidente, e non capisco perché non venga mai citato il nome di Picasso, per colpa del quale Botero venne espulso dall’Accademia di Belle Arti.

Ho invece apprezzato la scelta di far precedere ognuna delle “spiegazioni” da una parola-chiave, tratta da un immaginario “vocabolario dell’arte boteresca” (esisterà l’aggettivo boteresco?); ciò, per almeno tre diversi motivi.

Uno: l’opera d’arte è un oggetto complesso, ed una mostra è un “oggetto” in cui le singole complessità tra loro non si sommano, ma si moltiplicano; esaminare uno alla volta gli aspetti di quello che, altrimenti, rimarrebbe un coacervo incomprensibile di ragionamenti, tecniche e decisioni dell’artista permette al visitatore di allontanarsi un po’ meno confuso (temo non si possa dire lo stesso dell’incauto lettore che si è avventurato in questa frase senza prima fare un bel respiro).

Due: la prima delle parole scelte è “volume”, l’ultima “sensualità”; mi è parso di leggere in questa corrispondenza un ammiccamento, figlio di un punto di vista che, per altro, condivido.

Tre: avere a disposizione una lista di parole, alcune delle quali astratte ed inconsuete (“coerenza”, ad esempio), e per di più in un luogo silenzioso come un museo, è stata un’ottima occasione per esercitarsi.

Da qualche settimana, infatti, trascorro parte del mio tempo libero cercando (non sempre con pieno successo, soprattutto quando il randomizzatore che uso mi propone lemmi come “bambusaia”) di mandare a memoria elenchi di parole e numeri a venti cifre. Perché, potreste chiedervi voi; be’, innanzitutto perché è divertente, potrei rispondere io, ed in più perché ciò mi inserisce in una lunga tradizione di memorizzatori i cui nomi, forse, non vi sono del tutto ignoti. Wikipedia mi dice che, ad esempio, Cicerone utilizzava le stesse tecniche che io sto iniziando, a fatica, a padroneggiare, per mandare a memoria i suoi ampollosi ed irritanti discorsi; le Catilinarie non mi sono mai interessate, è vero, ma allungando progressivamente la lista di parole potrei arrivare a realizzare uno dei sogni della mia vita: imparare a memoria un intero libro (di Borges, preferibilmente. Che credo avrebbe guardato alla questione con un misto di divertimento e terrore). Chi mi ha introdotto a questo mondo c’è riuscito, con la Divina Commedia, e questa è probabilmente la cosa meno sorprendente che si possa dire di lui.

Perché Vanni De Luca, uno dei due autori (l’altro è Davide Calabrese) di Una mente prodigiosa, di cose, nei suoi spettacoli (l’ultimo dei quali si intitola, con onestà, Prodigi) dimostra di saperne fare parecchie altre, nessuna delle quali lo degrada abbastanza da poterlo inserire in una categoria merceologica; senza dubbio, Vanni (che spero non me ne voglia, se lo chiamo per nome) è un artista, ma è difficile dire quale sia la sua arte: credo che, per una volta tanto, un video varrà più di mille parole.

Qualcuno dice che Vanni è un mentalista. Qualcun altro, che è un calcolatore umano. Lui si definisce una mente prodigiosa. Se dovessi scegliere, non avrei dubbi: per me, semplicemente, Vanni è un mago.

La definizione è, per quel che mi riguarda, tanto lusinghiera, quanto impegnativa: non ho idea del perché, ma attorno ad essa, come a tutta una serie di professioni che mi sono care (fumettista, autore satirico) sono fiorite negli ultimi tempi tante di quelle sovrastrutture, da aver fatto perdere di vista il loro ruolo e le loro finalità. Così, capita spesso che qualcuno si dica fumettista, ma che non racconti nulla di interessante o, peggio ancora, non racconti proprio alcunché; molti che si autodefiniscono satirici ignorano la regola aurea di Guzzanti, secondo cui un comico, se fa ridere, è meglio; i maghi, come ho già detto, ad esempio, qui, paiono più interessati all’amor proprio, che a suscitare lo stupore del pubblico.

(Inciso: le parole del vocabolario di Botero erano presentate tutte in spagnolo; non ho saputo tradurne solo una: asombro. Ho scoperto, tornato a casa, che asombro significa stupore: perché, quando uno cerca la magia, alla fine la trova)

Mi è capitato, un tempo, di fare una statistica delle reazioni che hanno le persone quando dico che mi piace fare l’illusionista. Un buon sessanta per cento mi risponde con un sincero “ecchitesencula”; un venti per cento abbondante è sconvolto dal fatto che non abbia ancora lasciato l’infanzia. L’uno per cento chiede di vedere “qualcosa”, si disinteressa completamente del metodo con cui potresti averlo ottenuto, e non usa mai la parola trucco: per loro c’è speranza.

Il restante diciannove per cento è quello di cui mi interessa parlare qui: sono coloro che sono caduti in quel grande equivoco, per cui la magia è solo “trucco”, appunto; un modo come un altro, forse più innocuo ma non per questo meno detestabile, per fregare le persone. Non ci hanno aiutato tutti quei manager che hanno profetizzato un cambio di paradigma dalla pubblicità dei “guerrieri” a quella dei “maghi”, in questo senso.

Anche io facevo parte di questo gruppo, la prima volta che ho preso in mano un mazzo di carte ed ho cercato di imparare come si fa una carta ambiziosa; anche io volevo sembrare più intelligente, più capace, più figo degli altri; volevo dimostrare che potevo menare per il naso chiunque, anche il più avveduto degli spettatori. Col tempo e lo studio, ho compreso che invece la magia è un metodo, e serve proprio per disinnescare questo genere di trappole, che pullulano in quel fastidiosissimo luogo che è lo status quo. La meraviglia, che è quello che ogni bravo illusionista dovrebbe ambire a suscitare, fa guardare al mondo con occhi diversi, ribalta paradigmi, scardina status quo e rovescia i potenti dai loro troni. In questo senso, Vanni è rivoluzionario, perché, mentre fioriscono i “fenomeni virali” che durano cinque minuti, riporta al centro del suo spettacolo la memoria, e dunque il tempo. È rivoluzionario Juan Tamariz, il più grande mago del mondo, autore di un libro (Verbal magic) pieno di una miriade di effetti in cui il mago, semplicemente, non è necessario; è rivoluzionario perché ha voluto farlo in tempi in cui si afferma senza vergogna che è lecito (ed anzi preferibile) calpestare chiunque, pur di realizzare i propri, meschini desideri; tra i quali, ovviamente, spicca quello di essere ammirati.

Questo aspetto militante della magia, come ha voluto chiamarlo Mariano Tomatis, richiederebbe maggior attenzione, soprattuto ora, che è appena iniziata una campagna elettorale che minaccia di essere molto lunga, e che, c’è da scommetterci, si focalizzerà proprio sul titillamento di quei desideri.

Al momento attuale, tanto per dire, i politici di ogni schieramento hanno appena finito di dividere gli uomini che camminano sul suolo di questo paese in base alla loro razza, ed alla luce di ciò mi è impossibile non ripensare a quanto scrisse su Twitter, il giorno dopo la Brexit, J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter:

I don’t think I’ve ever wanted magic more.

Non penso di aver mai desiderato la magia così tanto.

Fortuna che noi la magia ce l’abbiamo. Dobbiamo solo imparare ad usarla nel modo giusto.

(Odio quando gli articoli non mi vengono come avrei voluto)

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4 thoughts on “A che ti serve la magia?

  1. Gaber
    anche questa volta hai superato come per ‘magia’ te stesso nella lunghezza del testo.
    Solo il mio antipatico mal di schiena in questo caso con un risvolto positivo mi conoscete mezz’ora sdraiata con un bel sole invitante…
    Didi a Madrid una mostra molto complessa di opere di Botero e anche io che ero abbastanza scettica mi accorsi di trovarmi in sintonia con certe sue forme e visione d’insieme.
    Per il resto del post mi sono un po’ persa tra magia e illusionismo che non penso essere una fregatura ma quantomeno una prova di grande abilità E se tu mi confessassi di essere un illusionista non so bene In quale percentuale metteresti le persone che ti chiederebbero lumi.

    Scusami per la mia sommarietà ma il mio piccolo cervellino va avanti a mozzichi e bocconi.
    Sherabientot

    • Penso che sia più colpa mia:-).
      Su Botero, confesso che non sospettavo fosse un autore tanto intellettuale e complesso, come dici tu.
      Per il resto… grazie dell’attenzione e sull’argomento torneo e cercherò di essere più chiaro!

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