Il paradiso (Omaggio all’Andalusia)

A chi ha compiuto con me quest’avventura, ritrovandosi ad un certo punto perdido en Andalucìa, col desiderio di non ritrovare più la strada…

… ed a sherazade, che mi insegna sempre molto sulla bellezza, e per cui quest’articolo sarà troppo lungo (a ragione).

La pagina di Wikipedia ad essa dedicata definisce la bellezza come:

l’insieme delle qualità percepite tramite i cinque sensi, che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell’universo osservato, che si sente istantaneamente durante l’esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente o inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale.

La definizione ha, è evidente, due difetti.

Intanto, vorrebbe affidarsi all’oggettività, per circoscrivere qualcosa che invece è forzatamente legato alla soggettività  e singolarità non solo del soggetto che “percepisce tramite i cinque sensi”, ma anche della società che crea la “consuetudine” attraverso la quale si costruisce il “canone di riferimento”. In secondo luogo, un concetto tanto semplice dovrebbe essere spiegato in massimo dieci parole; Wikipedia ne usa invece sessantanove. Troppe, e troppo complicate.

Nessuno dei due difetti è perdonabile o evitabile; in questa sede, mi interessa parlare soprattutto del secondo.

In una bella conferenza sulla traduzione (che potete ascoltare qui), Umberto Eco notava che i testi più facili da tradurre sono quelli tecnici; trasporre “iperbole” o “aneurisma” in un’altra lingua non comporta nessuna difficoltà, perché tra il lemma ed il suo significato c’è una corrispondenza biunivoca: in qualunque lingua di riferimento, significano una cosa ben precisa, e solo quella. Molto più difficile tradurre (e dunque, definire) le parole della letteratura e quelle della vita quotidiana (che non sempre coincidono) e, particolarmente, quelle che sono usate più spesso; pensate ad “amore”, ad esempio (Eco fa per altro proprio questo esempio): voi come lo definite, l’amore? O, più banalmente: come spiegate cosa significa “fare”?

È divertente ed istruttivo notare che Eco non ha totalmente ragione: perché se è vero che è impresa improba tentare di far capire ad un extraterrestre di cosa stiamo parlando, quando parliamo di amore (cit.), è altrettanto vero che anche nel campo delle scienze esistono concetti la cui definizione è tutt’altro che unanimamente accettata. Ricordo di aver letto che in matematica non esiste accordo completo su come spiegare in maniera corretta cosa sia una derivata; la fisica, d’altronde, da Planck in poi è divenuta famosa per l’impermanenza delle sue certezze. In medicina, non riusciamo a dare una definizione per la coscienza che non sia circolare (“la coscienza è la consapevolezza di se e dell’ambiente circostante”: ma coscienza e consapevolezza sono sinonimi); d’altronde, di solito, non abbiamo problemi a separare un paziente cosciente da uno incosciente. Ecco, qui torniamo alla bellezza: perché, anche se non riusciamo spiegare cos’è, possiamo facilmente distinguere se qualcosa è bello o no (o, che è lo stesso, se qualcosa ci piace o no).

Personalmente, ritengo di non avere gli strumenti neppure per decidere da dove iniziare, per dare una definizione della bellezza; ma, da qualche mese, se penso a questa parola, penso a Siviglia.

Penso alla sua cattedrale, che è l’edificio gotico più grande al mondo; penso al campanile che le sorge accanto, la Giralda, che un tempo era un minareto, su cui il muezzin doveva salire a cavallo; penso al Guadalquivir, che è un fiume come tutti gli altri, eppure mi è piaciuto più degli altri; penso alla Torre dell’Oro, dove un tempo, come in una poesia di Brecht, stavano gli antichi mori; penso all’Archivio Generale delle Indie, dove sono conservati i documenti che resero un diritto la rapina dei conquistadores, ma anche le prime mappe del Nuovo Mondo che siano mai state disegnate; penso ai loro colori, ed alla meraviglia con cui i primi visi pallidi che vi giunsero dovettero guardare al lago di Maracaibo; penso alla Brevísima relación de la destrucción de las Indias, il cui originale è conservato in quello stesso archivio, e che il coraggioso domenicano Bartolomé de Las Casas scrisse per protestare contro i soprusi degli europei ai danni degli indios, perpetrati nel nome di un Dio che era lo stesso in cui lui credeva, o supponeva di credere; penso alla Real Fabrica de Tabacco, dove oggi ha sede l’Università di Siviglia, e che dedica uno dei suoi spazi a Pier Paolo Pasolini (quante università italiane fanno lo stesso?); penso alla Casa di Pilato, che la leggenda vuole conservare il gallo che cantò non appena Pietro rinnegò il suo maestro; penso a piazza di Spagna, dove all’inizio del Novecento si tenne un’Esposizione universale, ed al fatto che allora è possibile, realizzare per un simile evento qualcosa che renda alla sua città un servigio migliore, rispetto a quegli scheletri architettonici che sono rimasti insepolti nella periferia di Milano dopo l’Expo del 2015; penso, soprattutto, al lucore dei miei occhi davanti a ciascuna di queste cose, così simile a quello che li pervadeva quando, ragazzino, per la prima volta vidi Toy Story, o il Re Leone; così simile a quello che li pervadeva la prima volta che guardai una delle tavole anatomiche di Netter, e compresi che quello ero io.

E poi, ovviamente, penso all’Alcazar.

Il mio compagno di viaggio, la stessa persona che non ringrazierò mai abbastanza per avermi detto al momento giusto: “Non guardare in su finché non te lo dico io”, aveva comprato, prima di partire, una guida turistica; quest’ultima dedicava ampio spazio all’Alcazar, questo palazzo edificato (ma cosa in Andalusia non lo è?) sulle rovine di una precedente costruzione moresca. Il primo paragrafo si sbilanciava, osando imprimere nero su bianco una frase che, mentre in aeroporto attendevamo il nostro volo, si è guadagnata tutto il sarcasmo di cui ero capace. Quella frase era:

se il paradiso esiste, di sicuro assomiglia all’Alcazar.

Dopo averne varcato le mura, tutto il tempo che la mia bocca non ha passato spalancata per lo stupore, l’ha utilizzato per farmi rimangiare quel sarcasmo: se, infatti, quel giudizio era esagerato, lo era per difetto, e non per eccesso.

Non ho alcuna fascinazione per le teste coronate e, anzi, le gradisco maggiormente quando sono separate dal resto del corpo; d’altronde, si mentirebbe negando che tale magnificienza non sia dovuta all’impegno ed all’intelligenza di un re di Castiglia, Pietro I, che la storiografia qualifica con due nomi diversi e contrastanti: i suoi sostenitori lo chiamano Pietro il Giustiziere; i suoi detrattori, Pietro il Crudele. Di per certo, non si potrà dire che aveva cattivo gusto: quando si trattò di far restaurare quella fortificazione araba in cui era cresciuto, lontano dalla corte del padre e dal pericoloso interesse della sua matrigna (che, divenuto adulto, fece uccidere), non si rivolse alle maestranze cristiane dei regni spagnoli, ma a quelle arabe che vivevano nell’ultima enclave musulmana d’Europa, il sultanato di Granada. Con i musulmani, per altro, si dice che Pietro avesse rapporti molto più cordiali che con i suoi correligionari.

Chi nasce tondo, non muore quadro, recita la saggezza popolare; non si poteva dunque pretendere che degli islamici costruissero e decorassero le stanze in cui avrebbe alloggiato un re cristiano sterminatore di infedeli (e di concorrenti per il suo trono) in maniera diversa da quella in cui avevano decorato le stanze in cui alloggiava il loro signore; ancora adesso, nel più bello dei cortili dell’Alcazar, il Patio delle Fanciulle, esistono delle incisioni che esaltano la magnificienza di Pietro, sultano di Castiglia. In questo palazzo, le cui mura cantano, con la loro bellezza, la gloria di Allah, ancora oggi alloggia il re di Spagna, che si fregia del titolo di “cattolico”: ciò deve, evidentemente, significare qualcosa.

Se apprezziamo Michelangelo, se diciamo che le opere da lui realizzate sono belle, lo facciamo perché riconosciamo che i suoi Cristi e le sue Madonne provengono da un mondo di perfezione che non sarà mai nostro; le sue Pietà ed i suoi Adami ci appaiono meravigliosi perché ci rendiamo conto che saranno sempre altro per noi, che non riusciremo mai a somigliare a loro. Ciò che ci colpisce dell’Alcazar è invece l’esatto opposto: ci rendiamo conto di assomigliare a quel palazzo. Per quel che mi riguarda, ciò è particolarmente evidente: chiunque mi conosce di persona, infatti, si sarà accorto che, da qualche parte del mio albero genealogico, deve esserci stato un innesto con una pianta che proveniva dall’Arabia, o dal Nord Africa; se, insomma, qualcuno mi trova bello (ne dubito), è per lo stesso motivo per cui io ho trovato bello l’Alcazar. Perché sono mezzo europeo e mezzo arabo; perché sono meticcio.

Ma, parliamoci chiaro: viviamo ormai ad un punto della nostra storia talmente lontano dal giorno in cui i nostri progenitori fuoriuscirono dalle acque ed urlarono alle fredde stelle: “io sono l’uomo” (cit.), che dovrebbe essere chiaro che non possiamo essere altro che figli di secoli e secoli di migrazioni, incontri, mescolanze; ancor di più, se viviamo in Italia (lo riconosce anche la scienza, come ho raccontato, parecchio tempo fa, in un articolo di cui vado particolarmente fiero). Chiunque di voi trovi bello qualcuno, trova bello il frutto dell’incontro tra due popoli, due culture, due mondi diversi, che dovrebbero scegliere di non parlarsi, e che invece si parlano, e scoprono con sorpresa non solo di capirsi, ma addirittura di poter, in qualche modo, “stare insieme”, generando prole feconda. Ognuno di voi trova bello, ancora una volta, un meticcio. Rassegnatevi.

E si rassegni pure l’ex presidente del Senato Marcello Pera, che qualche anno, dal palco del Meeting di Comunione e Liberazione, pronunciò parole di fuoco contro di esso: non ci si può opporre al meticciato; significherebbe opporsi all’umanità tutta, il che è impossibile; significherebbe opporsi a quasi tutto quel che c’è di bello in questo mondo, il che è dannoso.

Perché, se aveva ragione Fedor Dostoevskij, quando diceva che “la bellezza salverà il mondo”, allora il meticciato è la nostra unica speranza.

(questo articolo non contiene foto. No, non è un caso).

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12 thoughts on “Il paradiso (Omaggio all’Andalusia)

  1. Nell’ultimo libro di matematica da me letto, “Il meraviglioso mondo dei numeri”
    https://nonsonoipocondriaco.wordpress.com/2017/11/30/il-meraviglioso-mondo-dei-numeri/

    viene offerta una definizione di bellezza dal punti di vista matematico, come armonia geometrica degli elementi di un corpo o di un oggetto. Questo per dire come un concetto come “bellezza” possa essere descritto anche sotto forma numerico (anche se non per forza quantitativo).
    Ovviamente la bellezza di un tramonto esula da questa definizione.

      • Mah, ovviamente sono concetti astratti.
        Però ha un suo perché: una armonia nelle proporzioni del corpo ci fa apparire la figura più piacevole. Quando questi “rapporti matematici” si alterano la figura per noi appare “meno bella” (pensiamo ai casi di nanismo, obesità, eccessiva magrezza).

      • E questo ha una motivazione evoluzionistica. Ma altri studi hanno dimostrato che: per garantire un migliore pool genetico, alcune persone tendono a scegliere persone più disarmoniche; inoltre, non siamo molto bravi a riconoscere la simmetria.

      • … che sono parti integranti della bellezza !
        Se citi il Guadalquivir Io penso alle stelle e a Garcia Lorca così come se tu dici Siviglia Io rincaro con Granada al Alhambra i suou giardini e i ginecee, al Castello di Carlo Quinto che la ampliò e nello stesso tempo La snaturo di parte della sua essenza araba
        E da li posso ascoltare arrivare dal Sacro Monte le note del flamenco degli zingari…
        La bellezza nn puo essere etichettabile ma la si può approciare in modo unicamente soggettivo entrando in empatia con essa.
        Non rientra in formule matematiche neppure il fascino lineare del lunghissimo ponte di Verrazano a New York…
        Ti ringrazio e sono ‘toccata’ dalla tua stima x me… ‘bellissima’ sensazione.
        Sherabientot

        Per due sole città lascerei Roma e rimarrai sempre in dubbio tra Granada e San Francisco.

      • Granada è stata un’altra delle tappe di quel viaggio. La sognavo da quando avevo 18 anni, proprio grazie a Garcia Lorca: forse ne scriverò, per dire che a volte le alte aspettative non vengono deluse. Per ora, posso dire che vorrei viverci. Ho poco altro da aggiungere.

        La stima la meriti:-).

  2. … che sono parti integranti della bellezza !
    Se citi il Guadalquivir Io penso alle stelle e a Garcia Lorca così come se tu dici Siviglia Io rincaro con Granada al Alhambra i suou giardini e i ginecee, al Castello di Carlo Quinto che la ampliò e nello stesso tempo La snaturo di parte della sua essenza araba
    E da li posso ascoltare arrivare dal Sacro Monte le note del flamenco degli zingari…
    La bellezza nn puo essere etichettabile ma la si può approciare in modo unicamente soggettivo entrando in empatia con essa.
    Non rientra in formule matematiche neppure il fascino lineare del lunghissimo ponte di Verrazano a New York…
    Ti ringrazio e sono ‘toccata’ dalla tua stima x me… ‘bellissima’ sensazione.
    Sherabientot

    Per due sole città lascerei Roma e rimarrai sempre in dubbio tra Granada e San Francisco.

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