Dar da mangiare agli affamati

Ho sentimenti decisamente ostili, nei confronti della beneficienza; sono invece disposto a guardare con più magnanimità all’elemosina (vi prego, non considerate i due termini sinonimi). Le mie opinioni in merito, comunque, sono contrastanti.

In generale, non provo alcuna stima per coloro che la concedono; l’apparente severità di tale giudizio potrà forse essere mitigata dalla confessione che esso riguarda anche me stesso. Più precisamente, non provo alcuna stima, e, anzi, devo confessare piuttosto un certo disprezzo, per tutti coloro che la concedono senza vergognarsene nel modo adeguato e, anzi, a volte addirittura compiacendosene; ritengo infatti che fingere di amare tutta l’umanità, per non confessare di amare un solo uomo (no, non quello a cui si fa la carità), sia un atto massimamente disdicevole. La legge dovrebbe punirlo.

Coloro a cui spetta legiferare su questa materia, cioè soprattutto rappresentanti di vario grado degli enti locali (ma non bisogna dimenticare che, fino al 1995, a livello nazionale esisteva il reato di accattonaggio), tuttavia, sembrano essere di opinione sensibilmente diversa. Non ho né i mezzi né le conoscenze necessarie a cercare i giusti riferimenti, ma ricordo ordinanze (relative, per lo più, all’esiziale “ordine pubblico”) i cui firmatari dovevano ritenere (in modo piuttosto demenziale, mi sia concesso dirlo) che, tra colui che la da (o, al limite, la sfrutta) e colui che la riceve, dovesse essere il secondo, ad essere punito per l’esistenza dell’istituto dell’elemosina.

Non sono partecipe della riprovazione sociale, al tempo stesso madre e figlia di un simile impianto normativo; per quel che mi riguarda, non vi è nulla di sbagliato, nella mendicità, ed essa può anzi essere considerata un lavoro (e non dei meno dignitosi). Non solo perché, al pari di tutte le altre occupazioni (ivi compresa quella del ladro), essa riveste un fondamentale ruolo sociale; ma anche perché, per svolgerla adeguatamente, è necessario acquisire determinate conoscenze e competenze, che non sono per altro troppo diverse da quelle richieste ad un venditore anche solo modestamente capace.

Chiunque abbia svolto un qualsiasi lavoro per cui è necessaria una certa formazione sa che, spesso, il professionista formato finisce per trattenersi nel luogo in cui è avvenuta la sua educazione; i motivi di questa scelta possono essere molteplici, e non è il caso di indagarli qui. Ad ogni modo, così capita, ad esempio, ai medici, che cercano spesso di trattenersi nello stesso ospedale in cui sono cresciuti ed in cui, mentre cercavano di apprendere come essere bravi reumatologi, o cardiochirurghi, o medici legali, sono stati sfruttati oltre i limiti dell’umana decenza; così capiterà, suppongo, anche ai mendicanti. Ho finito col convincermi che è per questo che, ogni volta che passo per il parcheggio dell’ospedale, mi capita di incontrare sempre gli stessi quattro.

Il primo di loro sta sempre seduto sulla stessa panchina, a risolvere sudoku e parole crociate senza schema. Non chiede mai nulla, almeno non a voce, ed affida ad un cartello in materiale plastico, su cui ha scritto con un pennarello blu a punta grossa, la sua storia e le sue aspirazioni; si firma col suo nome (che non è Guglielmo, ma è così che ho deciso di chiamarlo), e ci tiene a farci sapere che è italiano. Si tratta palesemente di un autodidatta che, se è lecito credergli, ritiene quella del questuante solo un’occupazione temporanea; un modo, legittimo per quanto bizzarro, per proporre il suo curriculum vitae, con il quale non riesce a trovare (altro) lavoro, nonostante le numerose specializzazioni. Non ho mai visto Guglielmo scambiare parole con nessuno dei suoi colleghi, con cui forse non condivide turni né pasti; credo che sia una brava persona e che, come la maggior parte delle brave persone, se non si trovasse nella situazione in cui si trova, voterebbe qualunque candidato promettesse di risolvere la grave piaga dei mendicanti.

Il secondo non ha la stessa costanza, e tende a non parcheggiare mai il suo curioso mezzo di trasporto (una bicicletta, con dietro agganciato un carretto, su cui è issata una tenda, dentro cui sonnecchia, ad ogni ora, un cane) nel medesimo posto; ho notato, tuttavia, che la sua ubicazione permane costantemente entro due metri rispetto alla panchina su cui si siede Guglielmo. Di per certo, i due sono connazionali, ed anzi il nostro per dimostrarlo pone sempre in bella vista una fotocopia della sua carta d’identità; sulla fototessera appare sensibilmente diverso, rispetto a come è ora: senza barba, senza rughe, senza il cappello sdrucito ed i vestiti rammendati che porta adesso; magari, all’epoca, non aveva ancora il cane. Non so se esistano altri rapporti tra lui e Guglielmo; non lo credo.

La terza, l’unica donna del gruppetto, mi capita di sospettare sia un’ottima attrice, messa al servizio di una pessima sceneggiatura, scritta da qualcuno che si vuole alimentare vieppiù l’odio nei confronti di chi chiede l’elemosina. Troppi i luoghi comuni, tutti negativi, che assomma in se: si presenta come straniera, madre di un numero esagerato di figli, ed interpreta in tono petulantemente cantilenante la sua richiesta, ripetendola con fare insistente a chiunque incroci il suo sguardo. La sua comparsa nel parcheggio è coincisa con l’inizio della campagna elettorale. A volte, penso che non sia una coincidenza.

Il quarto è di colore. L’ho scelto per questo.

Il nostro ingresso nel bar dell’ospedale, l’altra mattina, ha provocato qualche sensazione ed alcuni commenti. Tra il parcheggio ed il bar stanno solo due porte scorrevoli; per superarle è sufficiente avere abbastanza volume da far scattare le loro due fotocellule, ed il ragazzo con cui mi accompagnavo era magro, certo, ma non fino a questo punto. Ma, per superare una barriera fisica difesa da una guardia armata, bastano la furbizia, la corruzione, la disperazione; per superare la barriera invisibile che sempre si costruisce tra un dentro ed un fuori, tra un noi ed un voi, tra consentito ed inaccettabile, è necessario un consenso dei propri pari che non si può estorcere, né comprare, né aggirare in alcun modo. Forse, pensavo, mentre portavo al tavolo dove David (questo è il suo nome; non quello vero, ovviamente) si era seduto, un cappuccino e due cornetti, avevo compiuto qualcosa di esagerato. Forse, dovevo fare come l’ultima volta che avevo sentito il bisogno di fare quello che stavo facendo quel giorno, e lasciare quel ragazzo ad aspettarmi fuori, dove gli avrei portato tutto quello che avesse voluto mangiare quella mattina.

David viene dal Niger ed ha ventitré anni; prima di partire per venire in Italia, faceva il sarto e, a quel che mi dice, era anche piuttosto bravo. Vendendo qualche vestito, ha messo via i soldi per tentare la fortuna; quelli che gli mancavano, glieli hanno dati sua madre e le sue sorelle. Senza che lui li chiedesse, ci tiene a sottolineare.

Quei soldi gli sono bastati appena per attraversare il Sahara e pagarsi il “passaggio” verso l’Italia; l’avessero rapito in Libia, come capita ad alcuni, come capita a molti, probabilmente sarebbe morto lì. Ha conosciuto, mi racconta, un ragazzo che era stato rapito tre volte, prima di riuscire ad imbarcarsi.

Da qualche parte tra una sconosciuta città libica e Lampedusa, la nave che portava lui e Dio solo sa quante altre persone si è ribaltata. L’ha ripescato la guardia costiera italiana poco prima che annegasse; è stato allora che David, che fino a quel momento aveva puntato alla Francia, ha deciso che sarebbe rimasto in Italia. Voleva ricambiare il favore.

È stato così che David, per un voto di gratitudine, si è ritrovato prima parcheggiato in un centro di prima accoglienza, poi continuamente rimbalzato da un albergo all’altro, a stringere legami che si spezzavano una volta ogni due, tre mesi. Almeno, ho imparato la vostra lingua, mi dice sorridendo.

Finché è giunto dove l’ho incontrato, a chiedere l’elemosina in cambio di una dritta su dove parcheggiare di fronte all’ospedale. Mi chiedo, mentre lui finisce l’ultimo boccone e si prepara a tornare al lavoro, se mi sono vergognato abbastanza. Apro il portafoglio: c’è molto di più di quello che usualmente gli darei. Lascio i soldi sul tavolo, mi alzo, saluto, vado via. Non gli do il tempo di dire che non mi ha chiesto niente, come non aveva chiesto niente alla madre o alle sue sorelle.

Sono stato io stesso a telefonare alla polizia ed a raccontare di come un ragazzo di colore mi aveva appena rifilato una banconota falsa; non mi sono state fatte domande, forse perché la mia descrizione è stata piuttosto precisa e fedele. D’altronde, l’avevo osservato bene, mentre mangiava i due cornetti che gli avevo offerto (pagandoli con una banconota di piccolo taglio, e di quelle autentiche, ovviamente). L’azione delle forze dell’ordine è stata fulminea; per molto tempo, credo, verrà ricordata come una delle più spettacolari ed efficaci della storia del Nordest. La maggioranza dei giornali locali ha riportato la notizia, ed i maggiorenti della città hanno finalmente potuto dormire sonni tranquilli, certi che ora nessuno avrebbe più tentato di defraudarli del loro giusto guadagno. Non so che fine abbia fatto David. Ogni storia che può aver inventato, compresa quella autentica, suonerebbe inverosimile alle orecchie di chiunque. Anche alle mie, eppure io so che è vera.

Quindi, ricordate: se volete fare i falsari, non è necessario essere insospettabili; l’importante è che ci sia qualcuno di più sospettabile di voi. Di solito, è qualcuno talmente disperato che farebbe anche la cosa più sciocca che si possa immaginare: accettare denaro da uno sconosciuto.

(non ho mai stampato banconote false. Il resto è vero, in buona parte)

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8 thoughts on “Dar da mangiare agli affamati

  1. Bello nell’insieme, ma non mi è chiarissima la prima parte (per quanto, se ho intuito giusto, potrebbe anche essere condivisibile). Ieri ho colloquiato a lungo con un pensionato (livello culturale medio-alto) in elemosina silenziosa alla stazione: pensione sospesa da diversi mesi per un errore nei conteggi dell’anzianità. È stata la prima volta in cui mi sono sentito dire, di fronte a due litri di latte: “oh ma quanto! Troppo! A buon rendere!”. 😮 Mondo alla rovescia.
    P.S. comunque scriverei beneficenza. Ne avevamo già parlato, vero? 😀

  2. Bello nell’insieme, ma non mi è chiarissima la prima parte (per quanto, se ho intuito giusto, potrebbe anche essere condivisibile). Ieri ho colloquiato a lungo con un pensionato (livello culturale medio-alto) in elemosina silenziosa alla stazione: pensione sospesa da diversi mesi per un errore nei conteggi dell’anzianità. È stata la prima volta in cui mi sono sentito dire, di fronte a due litri di latte: “oh ma quanto! Troppo! A buon rendere!”. 😮 Mondo alla rovescia.
    P.S. comunque scriverei beneficenza. Ne avevamo già parlato, vero? 😀

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