La paura di un nome (con la F)

Molti sognano di scrivere, solo una percentuale irrisoria di uomini giunge a farlo; il motivo è che gli scritti che si immagina di produrre sono sempre migliori, rispetto a quelli che effettivamente si producono. Parlo per esperienza.

Nei giorni scorsi, ho immaginato di scrivere un articolo che affrontasse il tema, che ugualmente mi affascina e, ovviamente, atterrisce, della paura. Programmavo di partire dai felini, che fino a sette anni, per motivazioni a me sconosciute, ho temuto, ma solo quando mi si avvicinavano tramite il mezzo televisivo; di passare poi alle paure che hanno rischiato di distruggere la mia adolescenza, periodo in cui sogni ed incubi sono parimenti enormi; di accennare, forse, a quelle che mi saltarono addosso dopo il 6 aprile 2009, che poco avevano a che fare con la terra che si mette a tremare, e di cui ho parlato apertamente solo a poche persone (due, credo, mi stanno leggendo ora); e di giungere, infine, a quel genere infido e paralizzante di paura di cui ho cercato di dare conto, ad esempio, in questo articolo, e che credevo di essermi lasciato alle spalle il giorno in cui ho ucciso Neurosurgery Kid.

Avrei scritto quell’articolo, mi figuravo, per ammettere che quella convinzione era sbagliata: quella paura è tornata non più tardi di qualche settimana fa, quando, mentre gli tenevo uno stetoscopio sulla schiena e cercavo, disperatamente, di comprendere perché stava rantolando a quel modo, il signor F., raccolto l’ultimo, agognato respiro, mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha fatto quella semplice, coraggiosa confessione.

Nella mia mente, quell’articolo sarebbe stato perfetto; non solo il pensiero sarebbe proceduto, senza intoppi, dall’introduzione alla conclusione, dedicando ad ogni argomento il giusto numero di parole, il giusto ritmo, la giusta figura retorica; ma sarei riuscito a dedicare il giusto tempo, il giusto spazio, la giusta importanza, anche a quell’altra paura. Quella che, trascinata dalle ali impietose della cronaca, ha spinto quel post (che poteva essere il più bello che avessi mai scritto) fuori da questo blog, e che ha fornito l’ispirazione a quello, senza dubbio imperfetto, che state leggendo.

Quell’altra paura è la paura di un fenomeno che è, oggettivamente, orrorifico e raccapricciante; tanto che taluni dimenticano l’adagio potteriano che insegna che “la paura di un nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa”, e lasciano l’onere di chiamare quel fenomeno col suo nome proprio solo ai più coraggiosi. Tale doveva essere, ad esempio, Peter Kolosimo; che, pur avendo viaggiato per il cosmo, ed avendo incontrato, si presume, alieni che erano capaci di porre fine ad un’esistenza semplicemente col pensiero, interrogato in merito da un intervistatore di Playboy, diede questa lapidaria risposta:

Qual è la cosa che la spaventa di più?

Il fascismo.

L’opinione di Kolosimo è condivisibile e, anzi, tutti dovrebbero condividerla; perché gli eventi di Macerata hanno dimostrato che il fascismo è quell’ideologia in nome della quale rischi di beccarti un proiettile in testa, per il semplice fatto di essere in fila alla cassa del supermercato con un africano che attende di pagare un cespo di insalata ed una pagnotta di pane. Anzi: in nome della quale rischi di beccarti un proiettile per il semplice fatto di essere in fila alla cassa di un supermercato in cui forse, una volta, alcuni mesi fa è entrato un africano.

Le immagini riprese nei locali presi di mira da Luca Traini, infatti, ci mostrano che almeno alcuni di essi sono stati scelti non già perché, in quel momento, ospitavano effettivamente degli stranieri, ma per il semplice fatto di essere occasionalmente frequentati da stranieri. Alla luce di ciò, si potrebbe giungere a sostenere, con gusto di paradosso (sempre meglio sottolinearlo), che, per un “occidentale”, un’azione come quella andata in scena a Macerata è assai più pericolosa rispetto, per esempio, ad un attacco terroristico di matrice islamista. Per ridurre al minimo le possibilità di ritrovarsi in una situazione del genere, infatti, basta evitare qualunque luogo in cui sia fisicamente presente una persona di religione islamica; ovvero, secondo il sentire comune, qualunque persona di carnagione appena più ambrata dell’albino chiaro. Un simile comportamento non richiede molto sforzo: per averne dimostrazione, basti pensare che è già praticato da numerosi individui, a molte delle latitudini su cui si estende questo paese. Decisamente più complicato, invece, risulta evitare tutti quei luoghi in cui, almeno una volta, sia stato visto uno straniero: come si fa ad essere sicuri? Si rischia di passare la vita confinati in casa e… ehi, e se quello studente universitario che stava qui prima di me avesse subaffittato ad un ghanese?

Fuori dalla battuta (decisamente inopportuna) permane il dubbio: in pieno giorno, in una città italiana di 42000 abitanti c’è stata una sparatoria, e, a cinque giorni di distanza (in termini di Internet 2.0, un’era geologica) io non ho visto manifestarsi nemmeno un decimo del panico che animò il paese nei giorni in cui si era scatenata la caccia ad Igor il Russo, che in fin dei conti era un criminale comune e rappresentava un pericolo reale soltanto per una categoria di persone piuttosto ristretta (in sintesi, proprietari di attività commerciali isolate e persone che avevano visto troppe volte Il giustiziere della notte).

Shy di Breaking Italy, in un video che vi consiglio di guardare, definisce quel che ha fatto Traini un attentato terroristico; sono d’accordo e, anzi, mi spingerei oltre, ravvisando nel suo comportamento molto dell’agguato mafioso: come un sicario incaricato di raddrizzare uno sgarro, infatti, Traini ha preso di mira un gruppo per punire il comportamento di un singolo, e per di più col preciso intento di “colpirne uno per educarne cento”.

Eppure, sono sicuro che mia nonna non mi impedirebbe di andare nelle Marche, come fece quando frequentavo le scuole elementari e dovevo andare in gita a Pompei, dove “sta la camorra”; mia madre non avanzerebbe proteste, se le dicessi che domani voglio andare a Macerata, come invece fece quando, subito dopo l’attentato di Barcellona, le dissi che sarei andato in Spagna (in un luogo che da Barcellona dista quasi mille chilometri). Perché?

Alcuni mesi fa, a fronte del preoccupante diffondersi, nel silenzio più o meno generale di politici e mass media, di aggressioni squadriste, culminate nell’omicidio di Alatri, Serena Pascarella pubblicò, sul sito dei Wu Ming, un interessante articolo, il cui titolo, “Il format con la F”, riprendeva un hashtag lanciato su Twitter dagli stessi Wu Ming, #laparolaconlaf, con l’intenzione di raccogliere notizie a proposito di evidenti azioni violente commesse da personaggi provenienti dal (purtroppo ricchissimo) sottobosco fascista, e presentate al pubblico generalista (quando gli venivano presentate) come frutto dell’azione isolata di generici “folli”, “disadattati”, “figli del disagio sociale”, e via distraendo; l’esempio paradigmatico, in questo senso, fu quello di Amedeo Mancini, che nel 2016 uccise Emmanuel Chidy Mamdi, un immigrato nigeriano, e che i giornali nazionali (quando non impegnati a dar la colpa alla vittima) presentarono come “un ultrà della Fermana”. In questi giorni è in atto lo stesso meccanismo: nessuno connette le azioni di Traini con l’ideologia di Traini.

I più, hanno deciso che è semplicemente folle; altri si limitano a condannare una generica “violenza”, come se nel fascismo la violenza fosse qualcosa di accidentale, e non di sistemico; come se essere fascisti e rinunciare alla violenza non fosse come essere ecologisti e rinunciare alla raccolta differenziata. Quelli che fanno l’analisi politica più approfondita tirano fuori il passato di Traini come candidato leghista alle elezioni comunali; si fermano tuttavia lì, mancando tutta una serie di passaggi successivi.

Supponiamo che Traini, che era uno che leggeva libri sulla repubblica di Salò (ma solo perché gli piaceva la storia) e teneva in casa bandiere con la croce celtica (ma solo perché è appassionato di vessillologia), professasse le sue idee violente già prima di entrare nel partito di Matteo Salvini: bisognerebbe, a questo punto, riflettere su quali sono i “compagni di strada” dei leghisti, ed i personaggi a cui il Carroccio offre un’agibilità politica. Supponiamo invece che così non fosse, e che Traini abbia subito questa “metamorfosi” in seguito: in che modo la militanza nella Lega potrebbe aver influenzato la sua “radicalizzazione”? Anzi, usiamo una metafora diversa: in che modo il “razzismo leggero” della Lega potrebbe averlo spinto a passare al “razzismo pesante” del fascismo?

È l’assenza di queste analisi, che fa sì che l’attentato di Macerata non abbia provocato le stesse ondate di paura che seguirono quelli di Parigi, di Bruxelles, di Londra, di Manchester: il “pericolo islamista” ci è stato presentato fino alla nausea, ne abbiamo imparato le caratteristiche ed i modi di agire; viceversa, nessuno ci ha mai parlato del “pericolo fascista”, e noi continuiamo a credere che qui sia in azione un pazzo, lì un tifoso scalmanato, là dei liceali troppo focosi e da quell’altra parte dei tranquilli giovanotti che sono stati provocati.

Ma, anche se non sono tanti quanti vogliono far credere, in Italia ci sono persone che condividono codici di comportamento e pensieri con Luca Traini; persone che non hanno ancora passato la linea sottile che separa un’ideologia aberrante da un comportamento aberrante.

Ricordate quella famosa poesia che comincia “quando vennero a prendere gli zingari, non dissi niente?”. Ecco, siamo a quel punto della storia.

(lo sapevo, che avrei dovuto scrivere quell’altro articolo…)

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11 thoughts on “La paura di un nome (con la F)

  1. Ammetto che il titolo mi aveva fuorviato un po’ e pensavo avessi paura di una cosa che inizia con effe, ma poi ti ho letto e posso dire di condividere la tua stessa fobia. Ultimamente un po’ di più.

  2. Io ho paura del futuro. Sia a livello personale (ho sempre avuto paura di cosa potesse accedermi, io probabilmente ho paura dell’ignoto) sia a livello sociale (è sotto agli occhi di tutti una terribile deriva dei nostri valori).
    Valori che io reputo importanti, ma magari non lo sono per tutti: famiglia, religione, rispetto, lavoro, impegno.

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