Senza gli arpeggi di pianoforte, per fortuna

E così, anche quest’anno, inevitabile come la prozia invadente e moralista che, per qualche motivo, ti ritrovi sempre seduta accanto al pranzo di Natale, è giunto il festival di Sanremo.

So che il festival e, soprattutto, le critiche al festival sono ormai un feticcio dell’Internet, al pari di Gianni Morandi e Giancarlo Magalli; so pure che è tradizione di social network e blog celebrarlo dicendone ogni male; so infine che persone che leggo su questi lidi (come kikkanokekka e iome, a cui il festival ha per fortuna dato una ragione per ricominciare a scrivere) lo seguono: eppure il clamore, sia pure imponente, non è stato tale da far nascere in me il desiderio di occuparmi di ciò che stava accadendo tra le mura dell’Ariston. Non è stato troppo difficile: al netto di meme ficcanti ed hashtag prorompenti, quel che si canta a Sanremo ha, ormai, la stessa rilevanza delle opinioni della prozia cui accennavo su. Che alla seconda portata già russa sommessamente, e che solo la pietà di qualche congiunto salva dall’annegamento nel brodino con stracciatella.

Ora, intendiamoci, lo so che questo festival (e d’altronde è statistico, per uno spettacolo che dura quanto tutta la produzione di Kubrick e che mobilita più gente di una guerra mondiale) ha regalato dei momenti piacevoli; ad esempio, Favino si gode finalmente un poco di notorietà in ragione della sua bravura e della sua simpatia, e non per le pubblicità della pasta o per l’ultimo, insopportabile film di Muccino. D’altronde, anche a chi, come me, gli ha riservato scarso interesse, non sarà sfuggita la salvifica coincidenza: il festival della canzone italiana è durato cinque giorni, e per cinque giorni, si è improvvisamente arrestata la campagna elettorale.

Quella del 2018, poi, resterà probabilmente l’edizione più amata dagli scommettitori. A leggerne il testo, infatti, erano parse chiare le ottime probabilità di vittoria di “Non mi avete fatto niente“, interpretata dal dinamico duo Fabrizio Moro-Ermal Meta. Poi, su di loro si è abbattuta l’onta dello scandalo: qualcuno ha infatti notato che il testo del ritornello del loro pezzo era lo stesso di quello di “Silenzio”, proposta per Sanremo Giovani nel 2016 (per altro senza successo) ed in seguito mai incisa. Non so come il regolamento disciplini una fattispecie del genere, che dev’essere ben rara; ad ogni modo, nell’incertezza, Moro e Meta sono stati sospesi dalla competizione (Sanremo dovrebbe infatti essere un concorso per composizioni inedite) ed hanno rischiato di essere squalificati. Quando poi tale pericolo non si è concretizzato, anche il meno dotato dei veggenti avrebbe potuto senza sforzo prevedere che la vittoria avrebbe loro arriso. E che ne sarebbero seguite polemiche.

Allo stesso modo in cui erano stati vigorosamente difesi quando parevano destinati alla disgrazia ed al ludibrio, infatti, Moro e Meta sono stati vittime della ferocia del Web 2.0 e, segnatamente, della sua capacità di sintesi, che ha prodotto un invidiabile “Sanremo 2018 l’hanno vinto due plagiari”. Per me, in questa scarna definizione ci sono due errori: uno, “Non mi avete fatto niente” non è un plagio, visto che la canzone che avrebbe copiato l’ha scritta lo stesso autore (Andrea Febo); due, il fatto che essa non sia (totalmente) originale non è il suo problema, o almeno non è il suo problema maggiore, o, ancora, non lo è nel senso che l’hanno inteso i suoi critici.

Perché è vero: c’è una canzone cui “Non mi avete fatto niente” assomiglia al punto da sembrarne una copia carbone; e, curiosamente, anche con questa canzone condivide un autore (Fabrizio Moro, che ne fu anche l’interprete), oltre che il fortunato destino (anch’essa ha vinto Sanremo, sia pure nella categoria Nuove Proposte). Quella canzone non è “Silenzio”, e quella somiglianza non è letterale: è una somiglianza di struttura (ma ciò è quasi obbligatorio: tutte le canzoni del festival obbediscono, più o meno, alla stessa struttura, anche solo per parodiarla) ma, soprattutto, di carattere; riguarda il modo in cui la composizione è stata costruita, l’ambiente che essa crea. Esiste un pezzo, per dirla più semplicemente, che evoca le sue stesse immagini, contiene i suoi stessi messaggi e vuole trasmettere le sue stesse emozioni: quel pezzo è “Pensa“, e nel 2007 ha lanciato Fabrizio Moro e, pare, il suo modo di intendere il mondo ed il cantautorato.

Emergono infatti da entrambe le composizioni il desiderio di trattare un argomento difficile e controverso (lì la mafia, qui il terrorismo), la tendenza a sfumarne i contorni (ed i contrasti), la sostanziale irrisoluzione (ed irrisolutezza), che viene abilmente mascherata da parole forti che, tuttavia, non colpiscono nessun bersaglio specifico. Inoltre, Moro pare avere la perniciosa abitudine di additare il singolo come reale responsabile di crimini come il delitto mafioso e l’attentato terroristico che sono invece, evidentemente, questioni di contesto; le sue canzoni, invece, finiscono per considerare più colpevole il ragazzino confuso (o disperato) che materialmente spara il colpo (“pensa, prima di sparare pensa”) e fa esplodere la bomba, che non chi gli ha messo in mano la pistola o il detonatore; ascrivono quell’atto disgraziato e tragico ad una semplice maleducazione (intesa in senso letterale), e non ad un ambiente che, di ingiustizia in ingiustizia, di malessere in malessere, di difficoltà in difficoltà, finisce per trasformare un povero in un mafioso, un emarginato in un terrorista; o, più esattamente, un povero in uno di cui la mafia si serve, un emarginato in uno della cui rabbia il terrorismo si appropria. “Tutte le eresie sono bandiera di una realtà dell’esclusione”, ebbe a dire Umberto Eco.

So benissimo che è scorretto giudicare un prodotto artistico misurando il proprio grado di accordo con il messaggio che esso veicola; d’altronde, quando si fa la scelta di approcciare un tema così eminentemente politico (soprattutto quando lo si fa in modo così furbetto, come ha giustamente notato iome) ci si deve aspettare che qualcuno, non condividendone il messaggio, rigetterà quel prodotto. A mia discolpa, incorro raramente in questa forma di pregiudizio, e per esempio considero “Mattatoio numero 5” di Kurt Vonnegut un capolavoro, pur non essendo d’accordo con la concezione della storia del suo autore; ritengo che Giovanni Lindo Ferretti abbia scritto meravigliose canzoni anche (probabilmente soprattutto) dopo la fine dei CCCP e l’inizio del suo periodo berlusconiano e clericale. Ma, in “Non mi avete fatto niente”, e soprattutto nella scrittura del suo testo, sussistono anche almeno due problemi più strettamente tecnici; uno ha a che fare con la storia, e l’altro con le storie.

Il terrorismo è un fenomeno storico (lo è anche la mafia, ovviamente). Chi desidera raccontarlo, quindi, deve avere tutte le accortezze e le attenzioni del buon romanziere storico, che “Non mi avete fatto niente”, invece, non da l’impressione di conoscere. Ad esempio, per Meta e Moro il terrorismo inizia nel momento in cui scoppia la prima bomba sul suolo europeo; ogni causa che possa aver portato il primo islamico radicalizzato a decidere di passare dalla fantasia all’azione viene ignorato, e la storia viene così privata del suo divenire. Vengono citate le “bombe pacifiste”, come se l’ipocrisia della definizione dovesse ricadere su chi ha ammazzato dei poveri innocenti a Manchester o Londra: ma nessun jihadista ha mai preteso di fare la guerra per condurre alla pace. Questo, semmai, è lo slogan con cui George W. Bush cercò di indorare la pillola a certi suoi alleati europei, piuttosto riottosi all’idea di andare a far guerra in quelle stesse zone in cui, sorpresa sorpresa, ha poi finito per nascere l’ISIS, che è il “megafono” a cui i terroristi europei prestano orecchio.

Ancora, si risvegliano i fantasmi dell’attentato di Nizza, dove “il mare è rosso di fuochi e di vergogna”. L’accenno al mare della Costa Azzurra mi ha portato alla mente che, in quella stessa baia, nella stessa estate in cui un folle “inventò” il genere terroristico dell’auto sulla folla, rischiarono la vita migliaia di persone, che intendevano di passare dall’Italia alla Francia e che, alla frontiera di Ventimiglia, trovavano la strada chiusa da uno spiegamento di polizia degno di miglior causa. L’esplosione del terrorismo è figlia del modo in cui abbiamo trattato (e continuiamo a trattare) l’emigrazione: ed è fare cattiva narrativa storica dimenticarselo.

Narrativa, già; che è un modo come un altro per dire arte: quel misterioso lavoro in cui, in tutti i modi, si cerca di fare ciò che gli altri non hanno già fatto o, almeno, di dare l’idea di essersi inventati un modo tutto diverso per farlo (perché, come sempre, non è importante pensarci prima degli altri, ma pensarci meglio degli altri); quel misterioso lavoro in cui è importante essere originali, anche a rischio di essere incomprensibili. Questo secondo difetto, di sicuro, non si potrà imputare a “Non mi avete fatto niente” che, sia pure con i limiti di cui si è detto, rimane una canzone diretta; le immagini con cui decide di ricordare il lento stillicidio di stragi che hanno insanguinato l’Europa (ed il mondo, che pur pagando un tributo maggiore di morti si merita solo due citazioni: l’oscuro “a Il Cairo non lo sanno che ore sono adesso” e “Ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra”), tuttavia, sono le stesse con cui lo hanno raccontato non solo altri narratori, ma addirittura i giornalisti che sono stati chiamati ad occuparsene: la Barcellona turistica e quella sbigottita di fronte all’orrore, l’innocenza spezzata dei ragazzini del concerto di Ariana Grande a Manchester, il “cielo che piange” al funerale delle vittime di Londra… Bisogna ringraziare che chi ha composto la musica non amasse gli arpeggi di pianoforte, o “Non mi avete fatto niente” non sarebbe stata una canzone di Sanremo. Sarebbe stato un montaggio dei servizi di “Studio Aperto”.

Non sono un cantante. Ma, se lo fossi, credo che non vorrei che le mie canzoni venissero ricordate così.

Advertisements

24 thoughts on “Senza gli arpeggi di pianoforte, per fortuna

  1. Chiaro che non tutte le canzoni possano solo parlare d’amore, e se un artista (con o senza A maiuscola) decide di imbastire una canzone su un tema di guerra, entra in un piccolo terreno minato.
    Il rischio di ipocrisia, o di banalizzazione, è in agguato.
    A livello musicale la canzone non è nulla di speciale, il testo è una specie di documentario, ma voglio sperare che chi l’abbia scritto non abbia solo voluto attirarsi “simpatie” per un argomento che comunque colpisce l’opinione pubblica, ma abbia voluto anche prendere posizione contro qualsiasi tipo di violenza o di guerra.
    Il rischio tuttavia è quello di somigliare alle reginette di bellezza che desiderano “la pace nel mondo”, e quindi di scadere nella banalità. E forse la canzone banale lo è veramente.

  2. non ho visto sanremo e non ho ascoltato la canzone in questione. mi spiace, ma è un blocco che non riesco a superare. ho ascoltato a posteriori la canzone de lo stato sociale perché ho scoperto che c’erano anche loro…
    ma leggendo ora rapidamente il testo, non posso che concordare con quanto scrivi. mi risuona troppo il “non riusciranno a cambiare il nostro tenore di vita”.

  3. Verissimo che ha lo stesso limite base di “Pensa”, ma immagino sia proprio grazie a questo limite che entrambe le canzoni hanno avuto tanto successo, perché la musica ha un modo tutto suo di di comunicare e perfino di incidere sulla storia, che sorpassa di molto l’accoppiata testo+musica e funziona in modo magico e imprevedibile. Per cui riconosco tutti i limiti di questa canzone ma non è detto che sia inutile: lo scopriremo solo vivendo.

  4. Festival?
    Da bambina ricordo Canzoni orecchiabili spensierate alle quali poi si è comunque voluto dare chissà quale messaggio con il risultato che negli anni sono diventate spocchiosa boria pseudo intellettuale con il risultato che nessuno le canta né sotto la doccia né in macchina né di nascosto.
    Penso al mio Modugno, ed ero davvero piccola, ma Nel blu dipinto di blu ancora ne so le parole ancora oggi.
    Da almeno 30 anni non lo seguo più da quando mi sono resa conto che è soltanto un macina soldi e un baraccone dei soliti noti.
    Sheratrallalla

  5. Non è utile PER NOI, probabilmente, ma le canzoni parlano tante lingue. Qualche anni fa, a un esame, in un percorso sulla mafia (fatto maluccio) una alunna portò Pensa. Mentre ascoltavamo la canzone l’armosfera nell’aula cambiò completamente, e anch’io ebbi l’impressione di sentirla per la prima volta. Mi sono resa conto che per alcuni aveva un senso molto più profondo di quel che gli davo io. Insomma, la musica è una bestia strana.

    • “La musica, una magia molto superiore a tutte quelle che facciamo qui” ;-). Non l’avevo considerata da questo punto di vista; d’altronde, anche se l’ho trovata furba, è da quando ho scritto questo articolo che continuo a canticchiare “Non mi avete fatto niente, non mi avete fatto niente…” (che è un bel titolo, tra parentesi). D’altronde, il rischio di una canzone del genere è lo stesso che si porta dietro una canzone di Ligabue: che uno entri in un mondo (quello dello studio sul terrorismo o della musica rock), ma che si fermi a quel “livello di approfondimento”. Per rimanere nella metafora: che uno canti a squarciagola “la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei”, senza sapere chi è Neil Young. Non so se mi sono spiegato.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s