Semafori

Avete mai giocato a Lupus (o, come lo chiama Wikipedia, Mafia)? Io l’ho fatto la sera di Martedì Grasso, e francamente, non riesco ad immaginare un modo migliore per passare il carnevale.Si tratta di un gioco che si basa sul raccontare una storia (ridotta ai minimi termini, d’accordo, ma pur sempre una storia) e che richiede inoltre ai giocatori di gestire una situazione che, per quanto fittizia, risulta piuttosto complessa, facendo uso unicamente dell’acume, della capacità strategica e della dialettica; un gioco che non poteva, quindi, che riuscirmi congeniale. Solo con notevole fatica riesco a non usare, per descriverlo, la parola perfetto, e ciò in ragione di due difetti non emendabili: l’ho scoperto troppo tardi e posso giocarci solo raramente, visto che sono necessari almeno otto giocatori. Per questo motivo, quando posso, tendo a prolungare le partite ben oltre il limite della buona educazione e, poi, della decenza; questo dovrebbe spiegare perché, all’una e mezza di quella che, ormai, era la notte del mercoledì delle ceneri, ero fermo ad un semaforo dalle parti della stazione di Verona, ancora piuttosto lontano da casa mia.

Ai primordi della mia vita universitaria, mi capitò di leggere un articolo di Alessandro Baricco. La giovane età non scusa la colpa; quanto meno, venni a conoscenza di un aneddoto che trovai interessante. Baricco parlava di un suo professore di filosofia, scomparso da poco, che, per spiegare in cosa consistesse la legge morale secondo Immanuel Kant, la metteva più o meno in questi termini: “un kantiano è un tipo che, in piena notte, arriva ad un incrocio deserto, trova il semaforo rosso e decide comunque di fermarsi”.

Ho odiato il filosofo di Konisberg con tutta la rabbia con cui un liceale può odiare un argomento che gli viene imposto di studiare; in seguito, non ho mai avuto occasione di ricucire il nostro rapporto. Almeno per quanto riguarda il contegno da tenere ai semafori, tuttavia, pare che io sia irrimediabilmente suo seguace, e ciò non è comune quanto si potrebbe credere. L’automobilista che, alla guida di un un fiammante SUV Mercedes bianco, mi si è affiancato sulla destra proprio poco dopo la conclusione (tutt’altro che naturale) della mia ultima partita a Lupus, ad esempio, doveva essere decisamente avverso alle teorie di Kant, se è vero, come è vero, che, dopo solo un breve istante di riflessione, e benché il rosso non si fosse ancora mutato in verde, ha deciso comunque di attraversare l’incrocio. Nel medesimo istante, una pattuglia dei carabinieri è venuta a fermarsi alla mia sinistra. Poco dopo, i conducenti del SUV e della pattuglia tenevano una dotta discussione a proposito del conflitto, a volte insanabile, tra legge e filosofia.

Mi sono limitato, fin qui, ad esporre i nudi fatti; rimane, tuttavia, da chiarire una questione, e cioè: per quale diavolo di motivo, assistendo all’intera scena ed immaginando come debba essersi conclusa ho, per usare l’espressione che, se non vado errato, fu resa famosa da Spinoza nella sua Etica, goduto come un fringuello?

Di solito non provo alcuna simpatia per le cosiddette “forze dell’ordine”, ed anzi devo confessare un certo fastidio per le divise. Ne sono consapevole: quest’idiosincrasia dipende, anche, ma non soltanto, dalla fortuna che ho avuto nella vita; quanto meno, dalla fortuna di non essermi mai trovato in condizioni che mi obbligassero ad allertare poliziotti, carabinieri, guardie o gendarmi di altra natura. Solo una volta sono stato complice, e per interposta persona, della carcerazione di un uomo; ma avevo dodici anni, la “vita vera” mi era stata descritta come un posto pieno di pericoli e, soprattutto, non avevo ancora compreso che un tossicodipendente è vittima della droga molto più del ragazzino inconsapevole che incrocia per strada e che, senza motivo, decide di coprire di insulti (la maggior parte dei quali talmente folkloristici che, oggi, mi farebbero sorridere).

Alcuni mesi dopo il nostro sfortunato incontro, seppi che quell’uomo era stato condannato in via definitiva. Ne esultai, e me ne vergognai quasi subito. Non ho ancora smesso.

Mentirei, se negassi che è figlia anche di quell’imbarazzo, la mia avversione per le uniformi; le quali, d’altronde, almeno per quanto riguarda il caso nostrano, ce l’hanno sempre messa tutta pur di non farmi cambiare idea. Mentirei anche, tuttavia, se confessassi che l’unico motivo per cui non mi sento rappresentato dalla polizia o dai carabinieri è quel che accadde durante il G8 di Genova, pietra di paragone per la storia degli abusi polizieschi in Italia; che a farmi perdere fiducia nelle forze dell’ordine sono stati i non pochi casi di “prima sparo, poi faccio le domande” che seguirono a Bolzaneto alla Diaz, al girone infernale di piazza Alimonda, le puntate apparentemente infinite della grottesca soap opera che racconta la storia d’amore tra gli italiani e la giustizia sommaria. No; ci sono state mille, piccole storie di violenza quotidiana, banale, “crepuscolare”, che paradossalmente con la macelleria messicana di Genova vincono una specie di sfida del raccapriccio, dimostrando, ancora una volta, che c’è solo una cosa peggiore della violenza dei bruti, ed è la violenza dei vigliacchi; che c’è solo una cosa peggiore che trasformare una “famosa città civile” in una zona di guerra, ed è lasciar morire un ragazzo perché (nella migliore delle ipotesi) non lo si soccorre durante un attacco di epilessia. Ma queste mille, piccole storie non c’entrano, perché non sono che manifestazioni particolari (e locali) di una problematica generale.

Credo nel Manifesto, Karl Marx scrive: “lo stato è il comitato di difesa degli interessi della classe dominante”; si tratta, probabilmente, della più inattuale delle sue massime, e tale giudizio vale tanto per il tempo in cui fu scritta, quanto per il nostro, in cui stiamo assistendo ad un ritorno prepotente del concetto nefasto di “stato-nazione”. Questa sua inattualità rischia di nascondere che quella frase è vera, e che esprime perfettamente quale sia quella problematica generale, che è oggi, più o meno, la stessa del tempo di Marx. E di un tempo ancora precedente.

Non fu infatti il filosofo di Treviri, il primo ad avere quell’intuzione. Parlando dell’origine delle disuguaglianze, già Jean Jacques Rousseau aveva scritto:

Il ricco progettò di utilizzare a suo vantaggio le forze di coloro che lo avversavano: uniamoci –disse- per garantire i deboli dall’oppressione e assicurare a ciascuno il possesso di ciò che gli appartiene. Istituiamo regolamenti di giustizia e pace, cui tutti siamo obbligati ad obbedire sottomettendo in eguale misura il ricco e il povero. Riuniamo le nostre forze in un potere supremo che ci governi secondo le leggi che protegga tutti i membri della società, respinga i nemici e ci tenga in perpetua concordia.

Le leggi, ci dicono Marx e Rousseau, non sono altro che la regolarizzazione di un sopruso, una sorta di spauracchio innalzato da chi ha acquisito, senza merito, un potere, ed intende esercitarlo per fare i suoi comodi; è un metodo per mantenere taluni uomini in uno stato di inferiorità, di cui talaltri si giovano. In questo senso, “far rispettare la legge” (che è ciò a cui sono preposte le forze di polizia) non è, in automatico, atto meritorio: dipende da quale legge si fa rispettare, ed in che modo. Far cessare una manifestazione antifascista che potrebbe “turbare l’ordine pubblico”, ad esempio, come hanno fatto nella giornata di oggi i poliziotti di Bologna, è “bene” o “male”? Senza dubbio è lecito, ma ciò non significa che sia giusto.

Il compito dello stato dovrebbe essere, almeno secondo il mio parere, quello di porre gli uomini (che non nascono uguali dal punto di vista economico e sociale) nelle condizioni di esercitare, tutti, i propri diritti; per far ciò, esso deve approvare leggi che consentano ai deboli di farsi valere sui forti, che impediscano le vessazioni, le prepotenze, gli arbitrii. Ma sgomberare un edificio in cui vivono dei senzatetto, che magari l’hanno ripulito e reso agibile, per permettere al palazzinaro rampante che l’ha acquistato di abbatterlo e costruirci l’ennesimo centro commerciale è fare il contrario, far valere una legge ignorando la giustizia; ed è ciò che, nella maggioranza dei casi, “fanno gli sbirri ed i carabinieri”. Non per loro colpa, lo so; ed infatti, io ce l’ho con quello che rappresentano, non con quello che sono (quando, almeno, le due cose non coincidono). Tanto è vero che, di rado, ma capita, mi trovo d’accordo con quello che dicono e, addirittura, con quello che fanno.

Ad esempio, quando acchiappano un tizio che crede di poter tirar dritto ad un semaforo solo perché ha la macchina più grossa e, almeno un po’, gliela fanno pagare per essere uno stronzo senza rispetto per i diritti altrui, anche per i più banali, tipo quello di attraversare un incrocio. Non è quasi nulla, è vero: ma, di questi tempi, è meglio accontentarsi.

Cercavi giustizia ma trovasti la legge…

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16 thoughts on “Semafori

  1. Accipicchia!
    Io comunque odio gli incroci! E sicuramente davanti al semaforo rosso sarei stata a scagnare contro il comune che avrebbe potuto fare delle rotonde piuttosto che ammorbare con semafori obsoleti! 😁😁

    Ps: il gioco lo voglio anch’io 😄

  2. l’altro giorno parlavo giusto di questo con la mia bella, riflettendo sul fatto che per i nostri bimbi, “come è giusto che sia” (o quantomeno: come dovrebbe essere), le “forze dell’ordine” (già potremmo fare un trattato su questa espressione, comunque) rappresentino il buono, l’aiuto, coloro che mettono multe a chi parcheggia nel punto sbagliato o va troppo veloce in auto, coloro che ti fanno – giustamente – godere (io uso il riccio, di solito, anziché il fringuello) se fermano un SUV passato con il rosso. l’interrogativo, non banale, è come portare il nostro vissuto, il nostro punto di vista, come affrontare l’argomento senza il mero fine della disillusione e, tra l’altro, quando. per ora non abbiamo risposte, anche se qualche accenno già c’è stato… “vedendo facendo”, comunque, direbbe una cara amica.

  3. Non ci avevo mai pensato in questi termini, ma devo essere una kantiana anch’io! Per dire, metto la freccia per girare anche quando non c’è letteralmente nessuno nel raggio di chilometri. Ci sono regole che rispetto in quanto tali, come quelle dell’ortografia. La disillusione è una brutta bestia, e personalmente trovo difficile mantenere un equilibro tra coltivare degli ideali senza essere ingenui e riconoscere la realtà delle cose senza abbandonarsi al caos.

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