Sui lapsus senofontei, che sono sempre d’attualità

Una delle prime versioni di greco con cui, giovane studente liceale, ricordo di essermi misurato, ormai quattordici anni fa, raccontava di Senofonte; lo storico ateniese, infatti, prima di partire per la spedizione dei Diecimila (che avrebbe dovuto consegnarlo alla storia, quanto meno a quella della letteratura), venne colto da un ripensamento e, onde fugarlo, si rivolse a Socrate, di cui si considerava discepolo: maestro, gli domandò, cosa sarebbe meglio per me, andare in Persia o restare qui?

Socrate, che avrà avuto molti meriti ma che non credo qualcuno voglia spingersi a considerare il padre della psicanalisi, rispose, com’era suo costume, che non sapeva, e che forse meglio di lui avrebbe potuto consigliarlo l’oracolo di Delfi; il quale, nell’antica Grecia, era una specie di tribunale di ultima istanza per incerti.

Fu così che Senofonte giunse dinnanzi alla Pizia, la sacerdotessa di Apollo che riportava distorte visioni del futuro a chiunque ne facesse richiesta. Ad essa, egli domandò: “Ma se, in via del tutto ipotetica, volessi recarmi in Persia… quali dei nostri molti dei dovrei propiziarmi, onde poter contare su una buona sorte?”. L’oracolo, contrariamente alle sue abitudini, gli fornì un responso chiaro e diretto, che Senofonte, sollevato, corse a far leggere a Socrate.

Quest’ultimo, con sua enorme sorpresa, lo bastonò; e, prima che Senofonte potesse protestare, spiegò: “Se, come capisco dalla domanda che hai posto, in cuor tuo avevi già deciso di andare, perché hai fatto perdere tempo all’oracolo?”.

(Per la cronaca, Senofonte, dopo aver diligentemente svolto ogni compito che l’oracolo gli aveva indicato, partì; gli dei gli consentirono davvero di tornare, dopo una campagna militare dall’esito disastroso: è a questa loro decisione, che dobbiamo le opere dell’ateniese, di facilissima traduzione e di insopportabile lettura).

Negli anni, ho raccontato svariate volte questo aneddoto, che è uno dei cavalli di battaglia del mio repertorio citazionista; ogni volta che l’ho fatto, ovviamente, durante conversazioni con amici che mi sembravano recalcitranti a decidere per ciò che evidentemente volevano, ho assunto il punto di vista di Socrate, del maestro bonario che si permette anche una battuta, sadicamente comprensiva, come “e ringrazia che non abbia un bastone qui con me”. Alla luce di un rapporto così lungo e prolifico, mi sono molto stupito nel vedere, un paio di settimane fa, questa storiella edificante rivoltarmisi contro e balzarmi inopinatamente alla mente quando, fissando i biglietti di una conferenza a cui assisterò la prossima settimana, mi sono trovato a chiedermi: “Ma perché li ho comprati proprio per il quattro marzo? Mi sono dimenticato che quel giorno sarei dovuto andare a votare?”.

Evidentemente, sì. E questo, credo, deve significar qualcosa.

Sono sempre stato uno che ha guardato con curiosità e desiderio alla cabina elettorale; a quattro anni, in un seggio, supplicai e strepitai al punto tale che uno scrutatore pietoso mi consentì di accompagnare al suo interno mia nonna. Tale privilegio, ben presto, finì col diventare una consuetudine, che solo la mia alfabetizzazione rese lecito e, mi dissero, necessario troncare. Il divieto, com’è ovvio, non fece che acuire l’anelito verso ciò che mi era proscritto: possibile che su quelle schede colorate si scrivesse qualcosa di così osceno, da rendere obbligatorio che il voto fosse segreto? Fu solo intorno ai dodici anni, che mi resi conto che la risposta a quella domanda era sì; da allora, iniziai a contare i giorni che mi separavano dall’anno in cui una di quelle matite mi sarebbe finita in mano. Quando verrà il momento in cui io e quelli come me, pensavo, potremo, finalmente, scegliere, allora tali vergogne non saranno che una leggenda nera, di cui le generazioni future rideranno (cit.).

Si trattava di un’illusione, figlia forse più del desiderio, tutto adolescenziale, di credere che lì fuori, da qualche parte, ci fosse un mio simile (ce n’erano, ma non erano abbastanza), che di una coscienza politica, all’epoca ancora acerba; sia come sia, la sua morte è stata, ritengo, una tappa importante del doloroso cammino che mi ha portato all’età adulta (ne ho parlato brevemente qui). Nonostante tale delusione, comunque, non ho mai smesso, sia pure con disinganno vieppiù crescente, di tentare; fino ad una settimana fa, quando quel provvido lapsus mi ha confermato che la decisione era presa: quest’anno, non avrei votato. Perché? Sorprendentemente, ho trovato risposta a questa domanda in uno slogan dei Cinque Stelle; o meglio, in un’intrepretazione, che verrebbe rigettata anche dai meno ortodossi dei pentastellati, del più pentastellato tra gli slogan: sono tutti uguali.

È per altro curioso notare che, più o meno negli stessi momenti in cui quell’apologo su Socrate e Senofonte mi si ritorceva contro, lo stesso accadeva per i grillini (o ormai dovremmo dire ex grillini?) e quello slogan; è infatti emerso che alcuni di loro, eletti in parlamento o in alcuni consigli regionali, non hanno infatti restituito una parte del loro stipendio da “politici”, come invece avevano promesso di fare.

Si tratta, tutto sommato, di una “crisi” contenuta, limitata ad appena quattordici unità su un totale di oltre centocinquanta eletti solo in parlamento; per di più, non dico gli elettori, ma i giornalisti che hanno coniato il termine “rimborsopoli” dovrebbero essere capaci di distinguere tra una promessa da marinaio ed un reato. Pure, del caso si è fatto un gran parlare: perché la campagna elettorale dei Cinque Stelle è stata fortemente deludente, e non hanno dato molte altre occasioni per far parlare di se (a pensar male, la recente salita di Di Maio al Quirinale potrebbe essere presa anzi per un diversivo); perché costruire un gigante dai piedi d’argilla, solo per vederlo crollare sotto il peso delle proprie debolezze, è un po’ lo sport nazionale; infine perché, come nota iome, quando basi la tua intera linea politica sulla tua pretesa onestà, devi attenderti che i tuoi avversari approfitteranno del tuo primo passo falso, per quanto possa essere piccolo, per gettarsi nella cagnara del “siamo tutti uomini, e tutti furbetti”.

Intendiamoci: io credo che la maggior parte degli eletti, e praticamente tutti gli aderenti al Movimento, siano persone oneste; d’altronde, già Pasolini, nel 1975, in un suo famoso articolo notava che “la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla”. Il suo articolo parlava di tutt’altro, d’accordo, ma quella frase risulta incredibilmente perfetta per descrivere lo stato attuale delle cose: essere brave persone, per lanciarsi in politica, non basta e, anzi, non è neppure necessario; ciò che conta davvero, ciò che dovrebbe portare qualcuno a votare per questo o quel politico, è quello per cui quella persona sceglie di lottare.

Tra l’altro, anche compiere questa scelta, decidere se si è, anche se non in generale, almeno riguardo le questioni particolari, di destra o di sinistra, è essere onesti. Salvini, ad esempio, è onestissimo e massimamente coerente, nel momento in cui sputa sulla Costituzione e giura sul Vangelo: vogliamo forse dire che è un esempio positivo?

Quella di Salvini, per altro, pare essere, con l’eccezione della non-scelta grillina, l’unica scelta politica “di successo” in questo paese; ed è qui che torniamo al punto di partenza: sono tutti uguali, sono tutti di destra. Perché, per ogni Salvini che agita lo spauracchio dell’invasione e progetta di chiudere le frontiere, c’è un Marco Minniti (candidato nelle Marche) che quelle frontiere le ha già chiuse, grazie, verosimilmente, ad un accordo criminale con le bande armate che governano la Libia, il cui compito è detenere, in condizioni disumane, tutti i migranti che capitino loro sottomano; per ogni Ignazio La Russa, che ancora non ha abbandonato il vecchio sogno di invadere la Polonia, c’è una Roberta Pinotti, che ha donato all’Italia un numero consistente di macchine di morte che, per di più, non funzionano; per ogni Gasparri, che, be’, è Gasparri, c’è un Pieferdinando Casini che… be’, è Pierferdinando Casini. Per ogni Berlusconi che sognava di abolire l’articolo 18, c’è un Matteo Renzi che l’ha effettivamente abolito. (Lo so, non ho citato nessuno di Liberi ed uguali, il branco di fuoriusciti PD che, sotto l’effigie bonaria ed istituzionale di Pietro Grasso, mira a rifare l’Unione. Suvvia, ho un po’ di pietà anch’io).

Sono più presentabili, e si sono dotati di una patente di democraticità; ma non sono diversi. Perché, dunque, dovrei accordargli il mio voto? Perché sono il male minore?

Nel 2013, parlando proprio del successo dei Cinque Stelle, i Wu Ming dichiaravano, in un’intervista rilasciata a Repubblica:

a forza d’iniettarsi dosi di male dicendosi che era “minore”, una parte di elettorato non ne ha potuto più, e ha deciso di cambiare spacciatore e sostanza.

In queste elezioni, il livello di “male minore” presente in circolo è talmente alto, che un’altra piccola, innocente iniezione rischia di mandarci in overdose. Le conseguenze potrebbero essere devastanti: ci sono certi militanti PD che si sono trovati in sede i “bravi ragazzi” di Casa Pound… e Pierferdinando Casini.

Francamente, non me la sento. Grazie, Senofonte, per avermelo fatto comprendere.

Advertisements

10 thoughts on “Sui lapsus senofontei, che sono sempre d’attualità

  1. Pingback: Elezioni politiche 2018 – Un po' di mondo

  2. Assai dotto il tuo disquisire tanto che pur facendomi male Ho letto e letto tutto .
    VOtare e` ormai una scelta non scelta chi vota conferma questo sietema e una legge elettorale che viola palesemente la Costituzione.
    Quanto poi all’ antidoto mi viene l’orticaria: ” Se non si riesce a fare un governo si rifà la legge elettorale e si torna a votare”!
    Sherascorata

  3. “Oracolo di Delfi, stasera a cena insalatina o patate fritte? Cioè intendevo, sulle patate meglio il ketchup o la maionese?” Spesso è proprio verissima questa cosa delle “finte indecisioni”, ricordo che da piccola per prendere delle decisioni facevo una conta e poi la manipolavo per ottenere il risultato che, alla fine, capivo che avevo sempre voluto. A votare, invece, io ci vado per principio, quasi del tutto irrazionale, ma sì. 🙂

  4. Caro Gabri,
    La scorsa domenica non sono andato a votare. Ho accampato le scuse più ridicole, dal ghiaccio sulle strade al lavoro (in Lebowskiana memoria). È la prima volta che mi succede da quando sono tornato in Italia (se ben ricordi sono contrario al voto degli espatriati) e me ne vergognavo, all’inizio. Non più. Il me di sette otto anni fa avrebbe ringhiato contro questo o quel candidato, abbaiato fino allo sfinimento contro l’ennesima e ridicola promessa elettorale. Ora basta. Non credo che il sistema possa essere corretto dall’interno. Io non mi turo più il naso.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s