Eterogenesi dei fini – Episodio 1

Wikipedia, citando l’opinione (ritengo autorevole) del “filosofo e psicologo empirico tedesco Wilhelm Wundt”, definisce l’eterogenesi dei fini come

un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali

e la riferisce non ai “semplici accadimenti naturali” bensì, specificatamente, all’agire umano.

Se tutto ciò è vero, allora quel che è capitato dopo la pubblicazione del mio ultimo articolo (questo) può essere chiamato con cognizione di causa eterogenesi dei fini: il mio amico Marco, infatti, ha  voluto definirlo, in questo suo post, “un’analisi” di quella che è la situazione politica italiana, alla vigilia delle, ormai inquietantemente vicine, elezioni del 4 marzo. Per parte mia, credevo fosse evidente che quell’articolo non era, né mirava ad essere, nulla di tutto ciò; mio scopo, redigendolo, era, piuttosto, tentare di mettere in piedi una riflessione, amara e, soprattutto, personale, a proposito di un dilemma che mi attanagliava. Un dilemma a cui, pensavo, avrei trovato soluzione, smettendo di cercare una soluzione.

Sbagliavo e, d’altronde, sbagliavo pure ritenendo che altri non potessero dare alle parole che avevo scritto un senso diverso da quello che avevo voluto dar loro io. È a causa di questo mio pernicioso errore di valutazione, e non certo per un difetto di interpretazione da parte di Marco, che capiterà che taluni, nei prossimi giorni, seguano fiduciosi il suo link, convinti di trovarsi di fronte ad “un’analisi”, e la riconoscano, invece, per ciò che è, ossia una riflessione. Credo che ciò sia, in qualche modo, non essere all’altezza della fiducia che un amico ha voluto riporre in te; ed è per questo che ho deciso di provare, con queste note (che vorrei brevi, ma che non riusciranno ad esserlo), a colmare quella lacuna, ed a fornire a chi giunge su queste spiagge “un’analisi” di quella che è la “politica” italiana, al momento in cui scrivo e per quanto me lo consentano le mie povere competenze. Il tentativo, temo, sarà frustrato; e non solo in considerazione delle mie ben scarse capacità analitiche, ma anche perché, a ben vedere, non vi è nulla da analizzare.

A sentire “quei programmi demenziali con tribune elettorali”, infatti, pare che le priorità dei principali partiti politici italiani siano le stesse, e che, ugualmente, siano gli stessi i provvedimenti che quei partiti vogliono mettere in atto per far fronte a quelle priorità. Le tasse? Vanno abbassate o, addirittura, abolite, come ha proposto LEU. Gli immigrati? Lungi da noi: che se ne vadano in Germania (come vuole il PD), che marciscano nelle carceri libiche (come fa il PD), o che comunque smettano di invaderci (come delira la Lega). La legge elettorale? L’attuale non va bene, ce ne vuole una peggiore. Eccetera.

In una situazione siffatta, l’unica possibilità è mettersi ad analizzare l’efficacia della campagna elettorale portata avanti dai singoli partiti; ossia, la loro capacità di convincere l’elettore che meglio di loro nessuno saprà fare, quello che tutti vogliono fare.

Nell’articolo che ha originato quello che state leggendo, a tal proposito scrivevo di aver trovato la campagna elettorale dei Cinque Stelle “fortemente deludente”: la colpa di ciò, credo, è di Luigi Di Maio, che si sta mostrando del tutto inadeguato al ruolo di leader che la base del suo partito ha voluto entusiasticamente affidargli a settembre. Esaurita, evidentemente, tutta la sua verve per quella sfida (quando non serviva, che i suoi avversari erano verosimilmente sconosciuti anche per lo stato civile dei comuni di competenza), Di Maio pare ora essere capace unicamente di iniziative “istituzionali”, e non riesce a riempire le piazze ed a “infiammare le folle” allo stesso modo in cui lo faceva quello che è, di fatto, il proprietario del Movimento che guida. D’altronde, Di Maio ritiene di non averne neppure bisogno: tutto quanto ha fatto in questa campagna elettorale (inclusa, ovviamente, la grottesca questione della salita al Quirinale) dimostrano che sta dando ascolto ai sondaggi, i quali lo vogliono al comando del partito che uscirà vincente dalle urne la mattina del 5 marzo. Egli ci dimostra così una triplice ignoranza: non sa nulla sull’affidabilità dei sondaggi; non sa nulla della legge elettorale, perché non è detto che il “capoccione” del partito vincente diventi in automatico presidente del consiglio; e, infine, non sa nulla della storia, perché sta ripetendo lo stesso errore commesso nel 2013 da Pierluigi Bersani, il quale era talmente sicuro di stravincere che, un altro po’, e non riusciva neppure ad arrivare ultimo.

Questa sorprendente somiglianza con uno degli attuali tredici o quattordici “volti immagine” di LEU, è anche dimostrata dalla generale apatia mostrata da tutto il Movimento durante questi intensi mesi di propaganda. Come Bersani nel 2013, infatti, Di Maio sta lasciando che siano gli altri a dettare i temi su cui si deve pur dire qualcosa; e questo è un grossolano sbaglio, come sa chiunque si sia mai trovato a dover rispondere a domande su “un argomento a piacere” e su un argomento scelto da un professore sadico almeno quanto colui che scrive(va?) Del peggio del nostro peggio.

fine primo tempo. Mi sono reso conto che, questa volta, quello che avevo scritto era davvero troppo, perfino per me. Continua quindi in un nuovo post, che verrà pubblicato, presumibilmente, domani sera, o, al più tardi, dopodomani mattina.

Quindi sì, ad urne aperte. Avrete senza dubbio compreso il mio intento: far valere tutto il mio peso politico, in barba alla par condicio.

Credo che saranno fondamentali, quei due voti che riuscirò a spostare.

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