Eterogenesi dei fini – Episodio 2

In questo senso (se volete sapere in che senso, vi converrà leggere quanto ho scritto ieri), si è mostrato decisamente più all’altezza della situazione Matteo Salvini; il quale, anzi, ha portato la strategia del “far parlare dei propri argomenti” ad un livello superiore. Salvini, infatti, ha applicato alla politica una versione degenerata della nota massima latina ex falso quodlibet: ha cominciato inventando di sana pianta un problema, quello della “sostituzione etnica” degli italiani, ha proseguito lanciandolo nell’agone politico, ed ha concluso lasciando che i suoi avversari lo sbranassero, dimostrando tutta la propria incapacità. Qualsiasi soluzione le forze cosiddette democratiche potessero proporre per tale “problema”, infatti, non può che apparire inutile, a fronte delle proporzioni (completamente irreali) in cui viene presentato ed alla necessità di varcare il confine tra ciò che è umano e ciò che è inumano, per poter essere “performanti”.

Tale confine, tuttavia, non ha mai turbato Matteo Salvini; questa, anzi, è stata la sua grande intuizione: andare oltre Berlusconi, che si offriva alla venerazione delle masse come quintessenza di ogni grettezza del popolino, porsi più in basso del comune uomo della strada, sorpassare a destra qualsiasi limite di becero quest’ultimo potesse aver concepito. La strategia del segretario della Lega ha funzionato, e su più livelli: primo, egli ha ora l’aura del leader forte e risoluto, perché è tipico degli italiani confondere il bullismo e la crudeltà con la leadership; secondo, gli permette di continuare ad inventare “pseudostorie minori” attorno alla “pseudostoria maggiore”, proponendo per queste soluzioni irrealizzabili che, tuttavia, alimentano i sogni di quei nostri compatrioti che ancora non hanno del tutto abbandonato l’idea di riconquistare l’Abissinia; terzo, perché il martellante cicaleccio di Salvini ha reso leciti certi sproloqui fascisti, che sono strabordati fuori dalle fogne ed hanno invaso la discussione. Questo potrebbe sembrare un inconveniente, la “creazione” di una “concorrenza”; ma la verità è che l’esistenza dei fascisti giustifica il voto a Salvini: se esiste un problema “invasione”, e gli unici che si propongono di risolverlo sono lui e i fan del Duce, questo convoglia sul Carroccio i voti di tutti quegli italiani già apertamente razzisti, ma non ancora del tutto fascisti; di quelli che ancora credono che possa esserci una dignità, nel razzismo. E basta farvi un giro sui social network e contare quante sono le persone che iniziano le loro frasi con le parole “io non sono razzista, ma…”, per rendervi conto che non parliamo di un numero insignificante di preferenze.

Se volessimo fare il medesimo censimento andando alla ricerca degli elettori PD, invece, bisognerebbe cercare tutti quelli che scrivono qualcosa che possa assomigliare a “io lo so che ci sono tanti immigrati, però…”; se c’è una cosa, infatti, che sicuramente non si può negare agli elettori PD (o, almeno, alla maggioranza) è la buona fede e la ricchezza di buoni sentimenti; non fa loro difetto neppure, tuttavia, la disillusione, che li porta a credere che non possa esistere alternativa, rispetto al “meno peggio”; che votare Renzi è sgradevole, ma è già qualcosa di meglio rispetto a votare “gli altri”. In maniera piuttosto demenziale, gli incaricati della campagna elettorale targata Partito Democratico, invece di contrastare questa disillusione, l’hanno incoraggiata: tanto per fare un esempio, con questo imbarazzante spot. Lo stesso Renzi, d’altronde, ha invitato gli elettori a votare per lui “turandosi il naso”.

Ci si renderà conto che si tratta di una scelta pericolosa: in primo luogo, perché si corre sempre un rischio a definirsi in relazione a qualcuno o a qualcos’altro, perché nel momento in cui l’altro cessa di esistere o si modifica, allora viene meno anche la ragione della nostra esistenza; in secondo luogo, perché non è detto che si resti “i meno peggio” in eterno. LEU, per fortuna, è abortito prima ancora di essere concepito; i molti partiti della galassia “di sinistra”, sono generalmente giudicati talmente insignificanti che nessuno li considera una vera alternativa ai democratici per le “brave persone”. Cosa accadrà, tuttavia, quando non sarà più così? Qualcuno sarà ancora disposto a riconoscere dei meriti alle tiepide riforme di Renzi e compagni (di merende, si intende) ed a fidarsi ancora di loro?

Riforme, già: si tratta del secondo pilastro della mitopoiesi a cui sta lavorando l’ufficio stampa del PD; lo stesso partito che, al momento della “presa di potere” di Matteo Renzi, aveva fatto un punto d’orgoglio della propria “novità”, punta invece ora tutto su un “ritorno al passato”, sul “guardate quanto di buono e bello abbiamo fatto, anche se voi non vi siete fidati di noi, biricchini”. Il punto è che Renzi parla sempre di riforme, ma non chiarisce qual è il sistema sotteso a quelle riforme; non chiarisce a cosa sta puntando, con quelle riforme. In altri termini, Renzi non rivendica le sue riforme perché ne è fiero, le rivendica perché sa che riforme è una “parola positiva”, che evoca quel “cambiamento” che lui stesso ha contribuito a far divenire una moda, e che ora non può più cavalcare, essendo, probabilmente, il più “compromesso” tra i politici in lizza. Le riforme sono, quindi, idee senza parole.

E, alla conclusione di tutto ma in un certo senso all’origine di tutto, come un uroboro della politica italiana, rimane lui, il convitato di pietra: Silvio Berlusconi; il quale dovrebbe rivestire un ruolo ormai piuttosto marginale, come dimostrano le opinioni di molti insigni analisti e come sembra indicare, pure, la realtà. Ho iniziato a dubitare di queste fonti, usualmente affidabili, prima quando un’affermazione di Berlusconi sul candidato di Forza Italia alla presidenza del consiglio ha suscitato un clamore eccessivo, per essere stata resa dal leader di un “partito minore”, e poi quando, vedendo un suo spot elettorale, ho provato un senso di tenerezza: la scenografia dimessa, così simile a quella che faceva da sfondo alla sua “discesa in campo”; il linguaggio manifestamente desueto; l’esasperata semplificazione dei concetti; quell’aria da piazzista mal invecchiato, che ricorda così tanto la descrizione che Pirandello fa di una donna che non vuole accettare il passare degli anni (“vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili”)… elementi che, messi tutti insieme, farebbero sembrare ridicolo chiunque, tranne Berlusconi, che qui sta invece obbendendo ad una precisa scelta comunicativa. Berlusconi sta infatti tentando di evocare nei suoi potenziali elettori (che, per la maggior parte, sono suoi coetanei, quindi ben oltre la soglia dell’età geriatrica) un senso di nostalgia; sta tentando di spingerli a rivivere quei bei sentimenti che provavano quando hanno votato per lui la prima volta, quasi venticinque anni fa.

In questo senso, quello che Berlusconi ha messo in scena non è uno spot: è un trailer; il trailer di un remake, che sta allo spot del PD come quello di “Supervacanze di Natale” sta a “Star Wars – Gli ultimi jedi”.

Pare che a nessuno siano piaciuti, ma il secondo, l’anno scorso, è stato campione d’incassi.

Merda.

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5 thoughts on “Eterogenesi dei fini – Episodio 2

  1. Caro Gaber
    ho dato uno sguardo a entrambi i due lavori ne ho apprezzato l’indagine profonda ma mi ci vorrebbe tempo per potere essere all’altezza di un dialogo.
    Lo farò.
    Sheratroppococervellora

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