Sospensione volontaria della volontà

Domenica sono stato ad una conferenza sull’ipnosi.

Sì, è la conferenza di cui parlavo qui. Sì, quella, per capirci, che volevo seguire al punto da scegliere di non andare a votare… o, se volete la versione spassionatamente sincera: un voto, per capirci, a cui avevo talmente poca voglia di partecipare, da scegliere di inventarmi un impegno alternativo per quel giorno.

Che, da quando lo possiedo, ho deciso, prima di domenica, di rinunciare al mio diritto di voto una sola volta: è capitato alle ultime elezioni amministrative del comune in cui risiedo, quando due sfidanti si contendevano, in un ballottaggio, la carica di sindaco. Uno dei due era un socialista, ed era appoggiato da CasaPound; l’altro era un democristiano, appena sbucato fuori da un armadio in cui erano stati rinchiusi i momenti più oscuri della Prima Repubblica. Si può ben comprendere quale fosse allora il mio grado di desolazione. Ecco, è lo stesso che, nei mesi scorsi, mi ha pervaso ogni volta che i miei occhi si sono posati su uno dei leader di partito che si contendevano la scrivania da cui Paolo Gentiloni aveva appena tolto le foto della sua famiglia: quella di sua moglie, dei suoi figli. Di Matteo Renzi.

Ma comunque: domenica sono stato ad una conferenza sull’ipnosi, domenica non sono andato a votare. No, non ne sono pentito. C’è un limite, al male che uno può volersi fare di propria spontanea volontà.

La prima tornata elettorale a cui ebbi la sventura di partecipare, ne ho parlato qui, ebbe un esito infausto; sospettavo che, stavolta, si sarebbe prodotto un disastro simile, solo peggiore: se, allora, era uscita dal parlamento qualsiasi forza politica avesse ancora nel proprio DNA, per quanto sbiadita, ancora un’idea di lotta, stavolta ne è stata praticamente cacciato qualunque rimasuglio di progressismo, se non economico, per lo meno a livello di diritti civili. La colpa, ovviamente, è di chi di quel progressismo si è appropriato in maniera indebita, pensando di poterlo usare come un manganello per ricacciare indietro quei movimenti sociali che aveva messo in moto scegliendo di sposare le politiche neoliberiste del padronato (sì, lo so che parlo come un ciclostilato degli anni Settanta, ma talvolta è necessario).

Il Partito Democratico, detto più pragmaticamente, nel momento in cui ce ne sarebbe stato più bisogno, ha definitivamente abdicato la sinistra; di fronte all’impoverimento della popolazione, e soprattutto del proletariato, storicamente “cassaforte elettorale” di una delle sue due grandi anime, infatti, che cos’ha fatto, dov’era il PD? Quando i padroni, con la forza, si riprendevano i privilegi ingiusti che anni ed anni di lotte avevano loro sottratto, dov’era il PD? Quando i facchini e i lavoratori della logistica scioperavano, dov’era il PD? Dov’era la sua “solidarietà”, che nel tempo abbiamo imparato sbucar fuori sempre nei momenti meno opportuni? Più banalmente: quando un governo di destra (non di centrodestra: di destra), confindustriale fin nel midollo, distruggeva l’articolo 18, dov’era… ah, già. Sedeva nei banchi di quel governo.

E, badate bene, questo non è che l’elemento meno doloroso, uscito dalle urne domenica scorsa; che il PD sia stato punito per il suo snobbismo, per il suo continuo presentarsi come “quelli belli, quelli bravi, quelli nuovi”, è non una buona notizia, ma la buona notizia: se dobbiamo essere governati dalla destra, che sia almeno una destra che ha il coraggio di chiamarsi con questo nome, che agisca e parli come la destra. Ci sarà più semplice combatterla, se non altro.

Ma, ahimè, c’è dell’altro; segnatamente, che gli italiani, a ranghi praticamente compatti, il 4 marzo di quest’anno abbiano candidamente ammesso: facciamo una vita di merda, ma non c’importa, non vogliamo cambiarla e viverne, tutti insieme, una un po’ migliore. Dateci solo qualcuno con cui prendercela.

La mia amica sherazade (a cui, spero, il titolo non ripugni, visto che è in questo momento che, come dice sempre lei, abbiamo più bisogno di “tenerci stretti stretti”) commentava a botta calda il risultato del voto citando Pierpaolo Pasolini quanto mai a proposito (ed una citazione puntuale di Pasolini è merce rara, di questi tempi) e parlando di “qualunquismo ed alienante egoismo”. È una lettura che condivido: di fronte alla fine dello “stato del benessere” con cui erano stati abbindolati a partire dagli anni Sessanta, hanno abbiamo deciso di aderire senza se e senza ma alla guerra tra poveri che ci hanno agitato davanti agli occhi i leghisti e, in misura minore, anche i Cinque Stelle (ad esempio, utilizzando il termine reddito di cittadinanza in maniera incongrua).

Molte cose avevo sbagliato, mascherando da analisi quelle che a tutti gli effetti erano predizioni (le trovate qui e qui); come sempre, tuttavia, ci avevo visto giusto quanto più ero stato pessimista: queste elezioni sarebbero state la fine del progressismo, la fine dell’empatia. Non è un merito: non c’era nessuna forza politica che avesse una possibilità, anche minima, di trionfare, che facesse di questi valori delle bandiere; non volevo dare la mia legittimità ad uno stato di cose siffatto.

Per questo, domenica non sono andato a votare, domenica sono andato ad una conferenza sull’ipnosi.

Questo interesse, me ne rendo conto, potrà apparire strano ed anche inquietante; a mia discolpa, devo dire che esso è nato sulla scia del mio amore per tutte quelle cose che abbiano, in qualche modo, a che fare col cervello e con la sua primogenita diletta, l’affascinante quanto sfuggente mente. Voglio aggiungere, pure, che ho subito scansato l’idea di avvicinarmi ad essa attraverso le sue declinazioni mediche: so infatti che esse sono gravate da limiti metodologici, che sono inapplicabili nel migliore dei casi e, soprattutto, che sono asservite più agli interessi delle varie scuole che si propongono come utilizzarle per curare qualunque patologia (un po’ come l’omeopatia, insomma), che a quelli dei pazienti che, fiduciosi, si pongono nelle mani di un ipnoterapista; per approcciarla, quindi, non mi restava che guardare al mondo dell’ipnosi da palcoscenico, resa famosa in Italia (ahinoi) da Giucas Casella.

Non si trattava che del mio primo incontro con tale materia, e non escludo che in futuro non possano essercene altri (per ora restiamo amici, poi si vedrà, insomma); tuttavia, mentirei, negando di essere uscito dal centro parrocchiale in cui uno dei migliori illusionisti d’Italia ha cercato di darci “gli strumenti di base” per praticare quest’arte ad un tempo perplesso e turbato.

Perplesso perché non riesco a capacitarmi del fatto che l’ipnosi possa essere considerata una forma di spettacolo soddisfacente: molto lunga è la preparazione richiesta, prima di poter “entrare nel vivo” dell’esibizione; in secondo luogo, trovo (ma forse ciò accade in virtù delle mie scarse conoscenze sull’argomento) che sia impossibile non coprire di ridicolo quegli spettatori che, volontariamente, salgono sul palco e decidono di farsi ipnotizzare da te. Questo è un grave limite, perché quegli spettatori dovrebbero essere i tuoi più importanti alleati, non i mezzi per alimentare il tuo ego.

Turbato, poi, perché il nostro conferenziere è uno in grado di dettare le mode e le tendenze tra gli illusionisti, e segnatamente tra i più giovani praticanti di quest’arte; ero di gran lunga il più anziano, tra quelli che ascoltavano i (pochi) segreti che ha voluto condividere con noi, e, a spanne, l’età media non superava i diciotto. Davvero, mi sono chiesto, è saggio mettere uno strumento apparentemente tanto potente e pericoloso, in mano a dei ragazzini che cercano solo (com’è fisiologico) l’autoaffermazione?

C’è, poi, che non riesco a togliermi un dubbio: quello, cioè, che i ragazzi che, a nostro uso e consumo, hanno deciso di farsi ipnotizzare nell’infinita dimostrazione che ha preceduto la conferenza vera e propria, abbiano obbedito agli “ordini” che venivano loro impartiti non perché, effettivamente, la loro volontà fosse, in qualche modo, “sminuita”, ma perché a dare quegli ordini era un prestigiatore il cui prestigio (appunto) superava di gran lunga il loro; ho avuto il sospetto, quindi, che fosse in gioco più il carisma di chi ipnotizzava, che una tecnica scenica. Io, che mi sono avvicinato al mondo dell’illusionismo spinto da Mariano Tomatis e dal lavoro che aveva fatto sul capolavoro dei Wu Ming L’armata dei sonnambuli, non ho potuto non provare un brivido, quando questo pensiero mi ha fugacemente attraversato la mente.

D’altronde, non si può accusare il nostro insegnante di essere stato mendace; una delle prime cose che ci sono state dette, infatti, è stato che l’ipnosi non è un metodo per “prendere il controllo” della volontà altrui; l’ipnotista, pare, riesce ad ipnotizzare ed a “porre in proprio potere” solo chi vuole essere ipnotizzato.

Ed io lo so, che questa frase avrebbe dovuto tranquillizzarmi; ma, mentre lo ascoltavo, l’Italia votava, ed io lo sapevo, come stava votando: ed è stata forse proprio quella frase, a turbarmi di più.

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16 thoughts on “Sospensione volontaria della volontà

  1. …”l’ipnosi non è un metodo per “prendere il controllo” della volontà altrui; l’ipnotista, pare, riesce ad ipnotizzare ed a “porre in proprio potere” solo chi vuole essere ”
    Sarò breve. Chiudo con questa tua ultima citazione perché emblematica dello stato di ipnosi di quanti si sono lasciati affascinare da un Tam Tam mediatico senza costrutto ma estremamente allettante in questa guerra tra i più diseredati come se essere Bianchi o gialli o neri, cittadini o migranti, potesse modificare in positivo traiettorie volutamente o con grande pressapochismo sbagliate.
    Un gregge si sposta col latrare dei cani. .. arriva e si butta nel burrone. Il pifferaio induce a suon di melodia i topi a seguirlo…e loro affogano in mare. Serve conoscenza e strumenti.
    Sei gentile per avere richiamato me su Pasolini grande maestro dell’oggi in ogni suo scritto.

    Shetancoramoltodavedere (bladerunner)
    Ps. Nn ho riletto

    • Sei stata breve ma incisiva, e quella citazione era adeguata come poco altro, in questo momento. Il tuo commento mi ha richiamato alla mente questa poesia:
      Chi può versare
      Sangue nero
      Sangue giallo
      Sangue bianco
      Mezzo sangue?

      Il sangue non è indio, polinesiano o inglese.

      Nessuno ha mai visto
      Sangue ebreo
      Sangue cristiano
      Sangue mussulmano
      Sangue buddista

      Il sangue non è ricco, povero o benestante.

      Il sangue è rosso

      Disumano è chi lo versa
      Non chi lo porta.

      P.S.: Blade Runner. Sarebbe una chiave di lettura interessante, per il nostro presente.

  2. il parallelismo tra ipnosi individuale e collettiva non è affatto male.
    alla fine ho votato, perfettamente consapevole che il mio voto non avrebbe contribuito ad alcuna coalizione di governo ma, per ciò stesso, consapevole dell’inapplicabilità del concetto di “male minore”.
    (sul resto, non ho più parole di disprezzo per il PD: dal 2008 a oggi – e i suoi progenitori prima di esso – mi ha fatto usare tutte quelle che potevo)

  3. Al di là delle considerazioni politiche, io uso l’ipnosi in ospedale. Per l’ansia e per il controllo del dolore. Funziona con esiti vari. Però, anche quando funziona meno, il fatto che un individuo sia stato lì con te, con calma, ad accompagnarti in un momento di dolore, cambia comunque l’esperienza, rendendola complessivamente più sopportabile.

  4. Quando voti il massimo che ti è concesso è fare una croce su un simbolo… non puoi dire “si”,”ma”, “però” oppure porre delle condizioni… E gli italiani col mezzo che avevano hanno mandato un segnale: bisogna ripartire! E per ricostruire la prima cosa da fare è rimuovere le macerie. Domenica scorsa hanno spazzato via le macerie…. Che poi chi ha vinto sia un buon carpentiere e/o muratore è tutto da dimostrare ma intanto certe macerie ingombranti sono già avviate alla discarica speciale…. Una cosa per volta!

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