*** (Parte 1 di 2)

La storia della letteratura e le sue più recenti incarnazioni, le storie del cinema e della televisione, ci hanno regalato (o, talvolta, inflitto) le gioie modeste di quel particolare genere letterario che potremmo chiamare “titanismo quotidiano” o, anche, “titanismo del quotidiano”. Leggendone la definizione (che mi riservo di enunciare a breve) potrebbe sembrare, mi rendo conto, che esso sia una degenerazione figlia del nostro presente; non di meno, i suoi caratteri peculiari sono rintracciabili già nel Giobbe, libro che Wikipedia assegna ad un periodo probabilmente prossimo al VI secolo a.C. e che fa parte di quella collezione di testi contraddittori che prende il nome di Bibbia.

Le narrazioni che possono essere ricondotte a tale genere si trovano, a un di presso, a metà strada tra le soap opera ed i poemi epici: come le prime, sono incentrate su disavventure assolutamente banali (malattie inguaribili, amori non corrisposti, avanzamenti di carriera…); come i secondi, presentano il loro protagonista come un eroe. Il motivo principale per cui vale la pena di prestare loro attenzione è lo sforzo (non di rado, titanico anch’esso) che l’autore ha profuso nel tentativo di convincerci che la rassegnazione, pia o esistenzialistica, con cui il protagonista sopporta tale teoria di eventi insignificanti è appunto ciò che lo rende eroico, e dunque del tutto distinto dal personaggio di una soap opera. Chi ha letto Stoner, avrà ben chiaro il punto al quale tale sforzo può spingersi.

Trovo ironico che i processi di lavorazione di opere siffatte, come di qualunque altra opera dell’industria culturale, impieghino un numero così ampio di lavoratori che vivono una vita piatta e convenzionale quanto e più dei personaggio la cui storia contribuiscono a narrare: tipografi, segretari di produzione, truccatori, correttori di bozze, sarti, tecnici delle luci.

Raccontare una di queste vite è lo scopo di queste note.

Prevengo due possibili accuse: so bene che, talvolta, l’obiettivo di coloro che si applicano all’esercizio del titanismo del quotidiano pare essere quello di riscattare con l’eroismo della sopportazione non la vita del loro personaggio, ma la propria, non di rado altrettanto grigia e pedestre; so anche che, a leggerlo superficialmente, l’intento di questo mio scritto potrebbe sembrare quello di consegnare, alla fin troppo nutrita galleria di “lavoratori umili e silenziosi”, da cui attinge a piene mani una certa retorica, una nuova, oleografica figurina. Non ritengo tuttavia la mia scrittura in grado di nobilitare alcunché, e se mi trovo qui a narrare la vita, invero modesta, di ***, è solo in ragione di una curiosa scoperta che ho recentemente fatto, e non certo nella speranza di consegnare all’eternità della gloria me o lui. Per altro, come da esplicito desiderio della sua famiglia (alcuni membri della quale mi fregio di considerare miei amici), ho scelto di mantenere segrete, come si vede, le sue generalità.

Si possono esaurire in poche righe le particolarità biografiche di ***: nacque nel dicembre del 1939 o del 1940; per alcuni anni si occupò della rubrica della posta di un giornale femminile, e non se ne vergognò mai; si laureò agli inizi degli anni Sessanta con una tesi che venne rifiutata da tre relatori, e che gli chiuse le porte di qualunque carriera universitaria. Trovò impiego come traduttore in una misconosciuta casa editrice romana, che stampava, su carta di pessima qualità, romanzi di genere (sarebbe meglio dire romanzi di qualunque genere) provenienti dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra. Spese, in quest’occupazione, all’incirca trent’anni; frattanto, nel momento in cui anche l’accademia riconobbe (come *** aveva sostenuto, numerosi anni prima, nella sua impopolare tesi di laurea) che scrivere gialli, o raccogliere antologie di fantascienza, o proporre per la pubblicazione saggi sulla narrativa fantastica, era operazione meritoria, iniziò a curare, per conto di [nome di un popolare editore italiano, NdR], alcune edizioni di Rice Burroughs ed Edgar Allan Poe. Queste incontrarono il plauso di numerosi specialisti; l’editore decise quindi di allargare la collaborazione anche ad opere che esulavano dalla competenza specifica di ***. Egli, dunque, intorno ai primi anni di questo decennio, morì, stroncato dalla rottura di un aneurisma dell’aorta addominale e rispettato dai più per il prestigio della sua professione, e dagli addetti ai lavori per l’estrema precisione delle sue curatele.

Credevo che la storia personale di ***, da lui narratami durante una visita a casa sua, fosse uscita dalla mia memoria prima che io lasciassi quella casa, per non rientrarvi più. Sbagliavo.

Durante la mia ultima escursione in Feltrinelli, mi sono imbattuto in una corposa raccolta dei racconti di Sherlock Holmes. Essa, in quarta di copertina, riportava, a proposito del detective, quanto segue:

Conoscenza della letteratura – Zero.
Conoscenza della filosofia – Zero.
Conoscenza dell’astronomia – Zero.
Conoscenza della politica – Scarsa.
Conoscenza della botanica – Variabile […].
Conoscenza della geologia – Pratica, ma limitata […].
Conoscenza della chimica – Profonda.
Conoscenza dell’anatomia – Accurata, ma non sistematica.
Conoscenza della letteratura scandalistica – Immensa. Sembra conoscere ogni particolare di tutti i misfatti più orrendi perpetrati in questo secolo.
Buon violinista.
Esperto schermidore col bastone, pugile, spadaccino.
Ha una buona conoscenza pratica del Diritto britannico.
Capacità di usare la logica – Ottima.

Motto: Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità. Elementare, Watson!

Questo curioso elenco mi ha provocato un sorriso ambivalente: esso, da un lato, esprimeva il perdono di chi può tollerare la scelta di mettere insieme, come se provenissero dalla stessa opera, la lista dei difetti di Holmes (contenuta in Uno studio in rosso) con il suo ben noto slogan (che, invece, Holmes pronuncia per la prima volta ne Il segno dei quattro); dall’altro, la supponenza di chi sa che è ben grave dare ad intendere che, in qualche parte dell’opera di Conan Doyle, Holmes pronunci la frase “Elementare, Watson!”, che, invece, solo il cinema è riuscito ad associare a lui.

Quel sorriso è divenuto quello vagamente ebete di chi si trova di fronte ad un enigma apparentemente privo di soluzione, quando ho appurato che l’edizione in questione era stata curata proprio da ***.

(continua)

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2 thoughts on “*** (Parte 1 di 2)

    • Eheh, amico mio, finzione contro realtà è verosimilmente il tema che preferisco della letteratura, e basta vedere chi sono i miei scrittori preferiti e quali le mie passioni. Ti ringrazio per i complimenti.

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