*** (Parte 2 di 2)

(continua da qui)

Ho avuto l’occasione di parlare con lui solo due o tre volte; tuttavia, non dubito che ***, permeato di una specie di religione che idolatrava in egual misura le opere libresche ed il suo nome, non avrebbe mai permesso che esso venisse associato (in un libro, poi!) ad uno sbaglio così marchiano; sarebbe stato, anzi, proprio il genere di refuso di cui sarebbe andato a caccia per primo. Posso escludere con eguale sicurezza che quelle due parole siano state interpolate da qualche tipografo eccessivamente intraprendente, o da un pubblicitario con un’idea eccessivamente moderna della propria professione: ***, infatti, mi aveva confessato di aver fatto apporre (a costo di una generosa decurtazione del proprio onorario) una norma apposita nel suo contratto di collaborazione, al fine di impedire operazioni di tal genere . Se non si vuole credere ad una volontaria offesa alla sua memoria, non resta che concludere, con un colpo di scena degno dei gialli che tanto apprezzava, che quel peccato non solo è stato commesso dallo stesso ***, ma che esso è stato commesso deliberatamente.

Ignoro le reali motivazioni di tale gesto; quando si cerca di spiegare perché uomini adulti e, apparentemente, afflitti dalla maledizione antica della serietà scelgano di abbandonarsi alle più puerili delle burle, si finisce per parlare più delle proprie convinzioni che di quelle di quegli uomini. Questo hanno fatto tutti quegli analisti che hanno tentato di comprendere perché Ugo Tognazzi si prestò ad una famosa burla del Male; questo, probabilmente, farò anch’io, nelle righe che seguiranno.

Non so dire se *** li conoscesse, ma credo di poter affermare con sufficiente sicurezza che non avrebbe plaudito alle imprese dei cosiddetti grammar nazi; che non si sarebbe mostrato soddisfatto per le salaci battute di scherno con cui questi utenti della Rete rimbrottano coloro che sbagliano nella costruzione di un periodo ipotetico, o aggiungono una doppia dove non è necessaria, o ancora dispongono con eccessiva liberalità di un apostrofo. Essi lo avrebbero infastidito, credo, perché avrebbe riconosciuto in loro non il giustificato desiderio di mantenere l’espressione nella lingua che ci è toccata in sorte ad un livello minimo di correttezza, ma l’aberrante ideologia che considera la lingua non il prodotto delle attività dei parlanti (e degli scriventi), e dunque una cosa viva, ma un monolitico monumento cui guardare con terrorizzato rispetto, e dunque una cosa morta. Una cosa morta in nome della quale si viene processati e puniti coram populo.

Abbiamo sentito ripetere spesso, nei tempi nostri, che mutare le proprie abitudini è arrendersi al terrorismo; di fronte ai grammar nazi, dunque, una reazione più che giustificata è portare ad un livello superiore le storture e gli errori presenti nei nostri scritti. Può far scuola, in questo senso, il Dottor Manhattan, che racconta di come abbia ironicamente risposto ad un lettore, infastidito dal suo “ci devi crederci” (che, nel suo caso, non è un pleonasmo, ma un segno di stile) con le parole “hai ragione, non me ne ero accortomene”. Tale soluzione, per quanto soddisfacente nell’immediato, presenta tuttavia due difetti: intanto, *** non avrebbe potuto praticarla, avendo scritto nella sua vita unicamente introduzioni a dotte edizioni critiche, le quali, se stipate di refusi, non sarebbero sfuggite al delirio censorio neppure del più distratto correttore di bozze; in secondo luogo perché essa è esclusivamente uno sberleffo, che finisce per riconoscere ai nazi una legittimità ed accetta di “scendere” al livello che vogliono imporre alla discussione. In certo senso, si tratta di una strategia reazionaria o, quanto meno, attendista.

Decisamente più rivoluzionario, invece, è scegliere di modificare, adattandolo ai più comuni errori “dell’uomo della strada”, qualcosa che in partenza è immutabile, come il corpus di opere di uno scrittore: lì, infatti, giusto e sbagliato non sono figli del tempo, ma sono dati una volta per tutte. In altri termini, non ci si può attendere che, a furia di ripeterlo, ne “La banda maculata” di Conan Doyle Holmes finirà veramente per ribattere al suo stupito compagno di avventure con un “Elementare, Watson!”, nello stesso modo in cui, nella nostra lingua, a furia di ripetere “benché”, esso ha finito per soppiantare “con ciò sia cosa che”; o almeno: non ce lo si può attendere, a meno che non entri in gioco qualcuno che forzi quell’opera e vi introduca quell’espressione.

Tale compito, forse, è quello che *** si è segretamente assunto; a chi venga schiacciato dal nozionismo di quanti, oggi, citano il dizionario della Crusca o la prima edizione de “Il taccuino di Sherlock Holmes” con la stessa veemente soddisfazione con cui, nel Medioevo, gli abati dei monasteri citavano le lettere ai Corinzi o gli scritti di Sant’Agostino, egli ha voluto fornire un auctoritas altrettanto potente: quella garantita dalla rispettabilità del suo nome.

Ripeto che non possiedo prove, che corroborino quanto ho voluto fin qui ipotizzare; tuttavia, se nelle mie fantasie si annida anche solo un barlume di verità, devo concludere questo scritto esprimendo un rimpianto: quello che a *** non sia mai stata affidata la cura di una nuova edizione della Bibbia.

Perché, se così fosse stato, ora io ne starei febbrilmente compulsando le pagine, alla ricerca di quel passo in cui il Nazareno dice, come in effetti non disse mai (ma ciò può forse ritenersi anche di certi altri suoi aforismi, in genere considerati più fededegni): Lazzaro, alzati e cammina.

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