(Non) Videmus nunc per fractalem et in aenigmate

Nella pagina Wikipedia ad esso dedicata, si legge che

un frattale è un oggetto geometrico [che] si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale.

Come sapete, provo una irresistibile fascinazione verso tutto ciò che è in grado di suscitare meraviglia, e senza dubbio tali, in virtù delle loro proprietà invero singolari, sono i frattali. D’altronde, non posso negare che, se nessuno mi avesse spiegato che cos’è, il frattale sarebbe rimasto per me un’immagine astratta, priva di ogni motivo di interesse, anche in virtù della sua totale inutilità pratica nel campo che più mi interessa (almeno, per quel che riguarda questo blog): quello delle storie.

Non esistono, infatti, storie frattali e, anzi, le storie siano “oggetti anti-frattali” per definizione: una delle loro caratteristiche è che ciò di cui raccontano cambia completamente aspetto, a seconda che lo si guardi da lontano oppure da vicino; a seconda, cioè, del punto di vista da cui lo si approccia.

Questo, ovviamente, vale anche per quelle narrazioni che, erroneamente, sono considerate oggettive per forza, come la storiografia ed il giornalismo; queste ultime, anzi, risentono non solo dei punti di vista di chi le produce fisicamente, ma anche della società che le produce culturalmente (curiosamente, lo stesso, come dicevo qui, vale anche per la bellezza, categoria che non sempre risulta applicabile alla storiografia o al giornalismo).

È assunto ormai accettato dalla cultura condivisa dei nostri tempi, ad esempio, che il passato non esista, che esso sia irreale almeno quanto il futuro; le cose che davvero accadono o, che è lo stesso, quelle che davvero sono, sono quelle che stanno accadendo qui (un qui che si va vieppiù allargando, man mano che i social network inglobano una porzione maggiore della nostra esistenza) ed ora (un’ora che si va vieppiù contraendo, man mano che i social network inglobano una porzione maggiore della nostra esistenza). Ciò invalida, nella percezione comune, la visione della vita (e della storia) come di una catena di eventi legati da una relazione di causa ed effetto, o dall’azione imperscrutabile del caso, e li trasforma in una serie disordinata di cose che iniziano, proseguono, terminano, le une indipendentemente dalle altre.

Il giornalismo contemporaneo risente, pesantemente, di questo clima. Ogni avvenimento comincia nel momento in cui un cronista si accorge di esso; viene “normalizzato” dalla narrazione insistita che se ne fa; diviene quindi quotidiano e dimenticabile, ed infatti viene dimenticato; segue una sua eventuale recrudescenza, che tuttavia viene raccontata non come una conseguenza di forze che hanno continuato la loro azione anche mentre nessuno guardava, ma come un evento nuovo. In passato, un simile schema narrativo riguardava unicamente il giornalismo scandalistico, con la sua teoria di esplosioni di passione, crisi coniugali, dolorose separazioni; oggi, invece, interessa praticamente tutto il giornalismo mainstream, e segnatamente quello che narra degli eventi che hanno più probabilità di passare dall’attualità alla storia.

In questo senso, un caso di scuola è quello del movimento No TAV.

Ogni sua nuova azione, infatti, viene raccontata dai media “istituzionali” adeguandosi alle stesse regole; chi guarda ai valsusini da fuori o, come ho scritto all’inizio, da lontano, ha sempre l’impressione che, di punto in bianco, spunti fuori una nuova banda di selvaggi, calati dai monti come i partigiani stupratori dei romanzetti Harmony di Giampaolo Pansa; che, come quei partigiani, questi selvaggi siano capaci di ogni nefandezza e bruttura (si parla addirittura di violazioni della proprietà privata, signora mia, dove andremo a finire!) pur di impedire il trionfo della civiltà e del progresso; pur di impedire all’uomo bianco maschio eterosessuale imprenditore di dominare la Terra, come fecero quei romani a cui coloro che i partigiani li combattevano si rifacevano. Con una sola differenza: che questi, arrivavano nei posti che volevano conquistare costruendo strade; quelli, invece, ci ariveranno gettando binari per una ferrovia.

Parlando di quelli che, secondo me, erano i difetti di Non mi avete fatto niente, la canzone di Ermal Meta e Fabrizio Moro che ha vinto l’ultimo Sanremo, rilevavo come uno di questi (verosimilmente, il più grave) fosse che:

per Meta e Moro il terrorismo inizia nel momento in cui scoppia la prima bomba sul suolo europeo; ogni causa che possa aver portato il primo islamico radicalizzato a decidere di passare dalla fantasia all’azione viene ignorato.

Dice: che c’entra? C’entra perché temo che se, l’anno prossimo, il “dinamico duo” decidesse di portare in riviera un pezzo sulla TAV, io mi troverei costretto a ripetere parole molto simili: la narrazione che dell’opposizione all’alta velocità viene proposta al pubblico generalista (che è il pubblico per cui vengono scritte canzoni come Non mi avete fatto niente) è infatti quella dei “singoli eventi” di cui dicevamo in precedenza e, soprattutto, quella che sposa l’equazione No TAV uguale terroristi.

Impegnato com’ero a studiarmi i No TAV da vicino, non mi ero mai reso conto del fatto che, da lontano (perché, in fondo, siamo sempre lì), questa potesse essere la visione che poteva aversi di loro; su questo punto, neppure il delirio poliziottesco di perseguire per terrorismo quattro ragazzi che avevano danneggiato un compressore era riuscito ad aprirmi gli occhi. A riuscirci è stata, invece, una persona (della cui intelligenza non dubito, benché condivida buona parte del patrimonio genetico con me: prova ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, che le capacità intellettive nulla hanno a che fare con il DNA che si riceve in sorte) che, durante una delle nostre ultime conversazioni, mi ha detto, più o meno: “Io i No TAV non li sopporto, sono un branco di ecoterroristi”.

La frase mi ha stupito: se, infatti, ho sempre guardato con interesse e rispetto ai valsusini, è perché essi mi sembrano l’opposto di un movimento ecoterrorista; perché mi sembra che vadano d’accordo con l’idea reazionaria di chi ritiene che l’ambiente vada protetto non perché è la casa in cui noi (ed i nostri cari) dobbiamo abitare, ma perché si tratta di qualcosa di sacro, da difendere come si difenderebbe la reliquia di un santo, più o meno quanto vanno d’accordo con chi ritiene giusto sacrificare la volontà (e, potenzialmente, le vite) di centinaia (forse migliaia) di persone al profitto di una manciata di privati: e cioè, per niente. Dei No TAV, ho sempre apprezzato che non rifiutassero in toto il progresso, e che la loro non fosse una protesta contro l’alta velocità tout court, ma contro l’alta velocità in quella valle in quel momento e, soprattutto, in quel modo; se ho tifato per loro, è stato per lo stesso motivo per cui, in Siria, ho tifato per i curdi: perché propongono un modello alternativo di sviluppo. Uno sviluppo dal volto umano.

Tra parentesi, questo è, probabilmente, lo stesso motivo che ha portato il Potere (il Palazzo, per usare l’espressione resa famosa da Pierpaolo Pasolini e da quel momento abusata da chiunque) a combattere con tanta virulenza l’organizzazione in valle: perché quello sviluppo è incompatibile con gli obiettivi che il Palazzo persegue. Va letto in quest’ottica il processo, che in questi giorni giunge alle sue battute finali, contro Davide Falcioni, il giornalista di Fanpage che rischia una condanna per violazione di domicilio per aver seguito i No TAV che andavano a mettere uno striscione dentro la sede di una delle ditte appaltatrici dell’alta velocità: più o meno, siamo dalle parti di incriminare per procurato allarme chi a Barcellona, mentre un camion impazzito (o, per meglio dire, un camion guidato da un disperato divenuto pazzo) falciava vittime sulla Rambla, per procurato allarme.

Ed infatti, Falcioni ha avuto modo di dire che ritiene il processo eminentemente politico; che ad andare sul banco degli imputati sia stata la decisione di raccontare i No TAV in modo diverso da come li racconta il Potere. Quello stesso Potere che controlla (o cerca di controllare), mediante i famosi “salotti buoni”, tanto la politica, quanto il giornalismo.

E dunque, l’impressione è che in quel tribunale non si stia cercando di condannare un reato, quanto, piuttosto, di dare la giusta punizione ad un traditore.

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10 thoughts on “(Non) Videmus nunc per fractalem et in aenigmate

      • Ho fatto una piccola ricerca, ma non ho trovato grandi risposte: ecoterrorismo è un neologismo probabilmente di origine giornalistica, nato probabilmente in ambito anglosassone. Secondo RationalWiki è stato coniato da non meglio identificati “attivisti anti-ambientalisti” con l’intento di dare una connotazione fortemente negativa a movimenti di “sabotatori” ambientalisti (che, se chiamati semplici “sabotatori”, rischiavano pure di starci simpatici). Il dizionario Merriam–Webster fa risalire la prima attestazione di “ecoterrorism” al 1980. “Eco-” viene dal greco οἶκος, che significa “casa” o “ambiente dove si vive”, ed è abitualmente usato come prefissoide in neologismi con il significato di “relativo all’ambiente” o “all’ecologia”.
        Grazie per aver pensato a me ❤

  1. Io simpatizzo ed appoggio (da lontano, ovviamente) il movimento no TAV, perché condivido l’idea di sacralità dei luoghi. La natura non può venire perennemente brutalizzata e saccheggiata per meri motivi economici o di utilità di pochi. Della cui utilità dubito tra l’altro fortemente.

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