Facciamo finta che io sia un medico

Avevo iniziato a scrivere una storia che iniziava con queste parole. Poi, mi sono reso conto che, ed è ormai qualche anno, io medico lo sono per davvero.

Ma non fa niente, ve la racconto lo stesso.

Lavoro su un’ambulanza, ed un giorno vengo chiamato a soccorrere alcuni feriti fuori dalla filiale di una banca; mi informano che c’è stato un tentativo di rapina ed un successivo conflitto a fuoco. Mi precipito sul posto ed il primo che mi trovo davanti è un uomo che perde sangue a zampilli da una coscia. Lo medico nel modo migliore che le condizioni mi consentano; cerco di fare in fretta: voglio portarlo in un ospedale il prima possibile. Tuttavia, proprio quando sto per chiedere una barella, viene fuori che quello che ho appena finito di riempire di garze è uno dei rapinatori; i suoi complici, sotto la minaccia di un’arma, mi costringono a consegnarlo a loro, ed io mi risolvo ad obbedire. Tale decisione, si potrebbe dire con un gioco di parole, non è giusta pur essendo corretta: perché se è vero che quell’uomo, in ospedale, rischia l’arresto, ma fuori rischia la vita, è pur vero che la prima regola del soccorso è che chi soccorre non deve mai mettersi in pericolo. Mi allontano, dunque, scosso (in fin dei conti, mi è stata puntata una pistola addosso) ma, tutto sommato, sicuro del fatto che da quella scelta non deriveranno azioni legali.

Non mi sbaglio: l’avviso di garanzia che mi raggiunge, infatti, non è per concorso in omicidio colposo, o in lesioni personali, ma per favoreggiamento; logico: col mio intervento, ho agevolato la fuga di un criminale.

Una simile tragedia kafkiana non mi ha mai inquietato quanto ci si aspetterebbe faccia ciò che merita questo aggettivo, perché l’ho sempre ritenuta tanto grottesca quanto ipotetica; tuttavia, se al sistema giudiziario italiano, ormai esaurito ogni residuo di empatia, fosse rimasto un briciolo di coerenza, essa dovrebbe divenire decisamente realistica ed anzi realizzarsi, visto che, in pratica, si è già realizzata col caso Open Arms.

Riassumo brevemente questa brutta storia, l’ultima di una serie che sta avvelenando il Mediterraneo quanto la rottura di un oleodotto: Open Arms è una delle navi di cui si serve una ONG spagnola, Proactiva, per andare in soccorso di coloro che tentano il viaggio della speranza tra la Libia e Lampedusa con navi che non andrebbero bene neppure per attraversare il Rubicone (che, notoriamente, Cesare guadò a cavallo); per dirla con le parole utilizzate da Ada Colau, sindaco di Barcellona, durante l’ultima puntata di Propaganda Live, fa quello che l’Europa dovrebbe fare, ed invece non fa: salva delle vite umane. Il 18 marzo, questa nave ha soccorso 215 persone; per questo, è stata fatta oggetto di colpi di arma da fuoco da parte di una nave della guardia costiera libica, per altro ben oltre il limite delle sue acque territoriali (sempre che uno stato in preda all’anarchia possa accampare dei diritti sulle acque o su qualunque altra cosa). Al rientro in Italia, la nave è stata posta sotto sequestro a Pozzallo, in provincia di Ragusa; tre dei membri del suo equipaggio sono stati accusati di aver favorito l’immigrazione clandestina (è per fortuna caduta l’accusa di associazione a delinquere, che tuttavia era ancora in piedi quando ho iniziato a scrivere questo articolo). Rischiano, ciascuno, cinque anni di carcere, e di dover versare alle casse dello stato tre milioni di euro.

Recita un vecchio adagio che un cane che morde un uomo non è una notizia, mentre un uomo che morde un cane sì; mi piace credere che sia per questo, che tale palese ingiustizia non abbia sollevato non dico indignazione, ma neppure eccessivo interesse: è ben noto (lo dimostra, ad esempio, l’uso che si fa della querela per diffamazione) che il metodo più utilizzato, in Italia, per reprimere il dissenso, quale che esso sia, è quella che potremmo chiamare “intimidazione economica”, e che coi tempi che corrono esistono poche azioni sovversive quanto interessarsi ai migranti. Certo, in questo senso la vicenda Open Arms pare portare questo “metodo” ad un nuovo livello: intanto perché l’azione penale, in questo caso, è partita da un magistrato (che per altro era già noto a chi si occupa di immigrazione), quindi dallo stato; in secondo luogo, perché qui non viene minacciato, attraverso la prospettiva di pene draconiane, il diritto alla libertà di parola o quello di sciopero (e sarebbe già abbastanza grave), ma la vita di esseri umani, fatti di ossa, pelle, muscoli e nervi come tutti noi.

D’altronde, è questa opposizione tra “i vostri soldi” e “le loro vite” che costituisce la pietra angolare del razzismo, che non è altro che un sistema per “tenere sotto controllo” il mercato del lavoro (e quindi, essenzialmente, uno strumento di lotta di classe); tale opposizione non poteva che essere inasprita dalla “crisi migratoria” (che è scoppiata, ricordiamolo, non perché improvvisamente le pubblicità di Rutelli abbiano iniziato ad avere successo, ma perché la cosiddetta “primavera araba” ha spazzato via l’ingombrante vicino di casa libico, che garantiva, dietro lauto compenso, che in Italia non arrivassero troppi negri), ed ancor di più da quando il potere politico di ogni colore ha deciso di sposare questa strategia.

Pensiamo, ad esempio, alla ridicola polemica sui “trentacinque euro al giorno”; essa era, semplicemente, un sistema infido per affermare quanto segue: siamo pieni di immigrati che languono nei nostri alberghi, senza fare un cazzo dalla mattina alla sera, e per di più ricevendo dallo stato ben tre banconote da dieci ed una da cinque al dì; ci pensate che, se quelli lì fossero morti in mare (o magari in un carcere in Libia), quei soldi sarebbero finiti a voi? L’affermazione è falsa su più livelli (non siamo affatto pieni di immigrati, se quelli che abbiamo siamo obbligati a tenerceli qui è perché lo prevede una norma europea che siamo stati ben felici di sottoscrivere nel momento in cui la maggioranza dei flussi migratori provenivano dall’Est Europa, la legge italiana proibisce ai richiedenti asilo di svolgere attività lavorative…), ma soprattutto riguardo due punti: uno, i famosi 35 euro non finivano affatto, fisicamente, ai migranti, ma alle organizzazioni che si occupavano della loro gestione; due, c’è da scommetterci che, seppure improvvisamente l’umanità avesse smesso di essere migrante, com’è fin dalla sua comparsa su questo pianeta, essi non sarebbero affatto andati a finire nelle tasche di chi rilanciava rancorosi meme su Facebook: perché, almeno in un caso, chi si intascava quei soldi lo faceva grazie ad un sistema di amicizie e clientele che senza dubbio il comune “uomo della strada” non può vantare, e che in gran parte affondava le sue radici nel sottobosco fascista che contribuiva a diffondere sulle infam(ant)i fandonie. Un tentativo di sfruttare su due fronti (quello economico e quello elettorale) un fenomeno che si dice di voler combattere ed anzi abbattere, e che dimostra come le destre, a qualunque “sottospecie” appartengano, abbiano disperato bisogno dei flussi migratori (vedi il recente successo elettorale della Lega).

Pur messo in luce tutto ciò, rimane comunque che al giorno d’oggi il problema del razzismo non è tanto di produzione, quanto di ricezione; più che “perché il potere crea e spaccia razzismo?”, ci si dovrebbe chiedere, piuttosto “ma perché una fetta di pubblico così ampia lo assume?”, o, in altri termini, “ma perché una fetta di pubblico così ampia preferisce il proprio tornaconto alla sopravvivenza dei propri consimili?”. Soprattutto, ci si dovrebbe chiedere come sia possibile sradicare quell’odio. Hanno dimostrato di essere inutili le motivazioni razionali; eguale insuccesso hanno incontrato quelle che potremmo chiamare le “motivazioni storiche”, ossia il classico “anche noi, un tempo, siamo stati migranti”. D’altronde, era prevedibile che fosse così: la base del razzismo è proprio l’idea che noi siamo diversi da loro. Altrimenti, non riusciremmo mai ad ammettere tanto candidamente che loro possono pur morire, ma noi non possiamo essere poveri.

Tempo fa, parlando della facilità con cui Vittorio Feltri proponeva, in pratica, di uccidere Igor il Russo, il rapinatore ed assassino che la scorsa estate ha terrorizzato il ferrarese, mi chiedevo se fosse davvero cialtrone quanto sembrava, perché

al cospetto del cuor leggero con cui Feltri parla oggi di uccidere Igor, o di quello con cui rimproverava i ragazzi di Utoya per non aver ammazzato Breivik non appena aveva iniziato a sparare, non posso fare a meno di chiedermi quante persone ha non dico ucciso (non penso si sia mai macchiato di questo crimine: nel caso, l’avrebbe fatto fare a Facci e poi si sarebbe preso il merito, autocit.), ma, semplicemente, visto morire. Se sa quale è l’angoscia e la sofferenza con cui, in perfetto benessere e, dunque, presumibilmente ben lontani da quel momento, si assiste al macabro spettacolo dell’essere umano che si arrende di fronte alla natura.

Quelle stesse parole, credo, potrei ripeterle al cospetto del cuor leggero con cui molti italiani accolgono le notizie delle morti per annegamento in quel braccio di mare che separa il “primo avamposto dell’Occidente” da quella terra da cui tutti proveniamo, ed anzi le incoraggiano; quella stessa fortuna potrei rinfacciare a tutti coloro che parlano, come se davvero ci credessero, di bombardare qualunque cosa più grande di una boa si muova tra Lampedusa e Tripoli.

State vicino ad una persona che muore; contatene i respiri, tenetele il polso che diventa sempre più flebile. Ascoltate i rantoli, con cui per l’ultima volta saluta e forse ringrazia, o forse maledice, ma non potete saperlo, perché le sue parole sono rese confuse dal delirio, la vita che sta lasciando. Percepite il gelo che invade le membra da cui si sta ritirando il sangue.

Poi, solo per un secondo, figuratevi di essere stati voi a causare tutto questo. Allora, forse, smetterete di essere razzisti.

Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e le onde dell’alto mare

E il profitto e la perdita. Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava e affondava
Traversò gli stadi dell’età matura e della giovinezza
Entrando nel vortice. Gentile o Giudeo
O tu che volgi la ruota e guardi a sopravvento,
Ricorda Fleba, che una tempo fu bello e ben fatto al pari di te.

-T.S. Elliot, “La terra desolata”, parte IV, “La morte per acqua”

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9 thoughts on “Facciamo finta che io sia un medico

  1. Reblogged this on ammennicolidipensiero and commented:
    Questa mattina, parlando con un’amica che lavora lì, ho scoperto che nell’androne interno al palazzo di piazza Fontana dove il 12 dicembre 1969 si compì la prima e tuttora impunita strage del dopoguerra ad opera di un gruppo di estrema destra, è conservato a memoria il vetro incrinato dallo scoppio della bomba. L’incipit della riflessione di Gaber mi ha ricordato questo, non solo per il richiamo ‘scenografico’: forse, la distanza con quella memoria nascotsa non è poi così grande. Buona lettura.

  2. Parto da un punto secondario del post, il paragone fra razzismo e droga.
    Premesso che ovviamente non so valutare la validità scientifica della ricerca, ricordo che anni fa fece abbastanza notizia une ricerca che -in soldoni- legava l’uso e la dipendenza da sostanze alla solitudine (in essenza: all’alternativa fra soldi per comprarsi una dose e passarla a prendere in un luogo X parlando con Tizio, chi andava a prenderla e parlava smetteva prima e in numero maggiore). Azzardo a dire che un legame simile, in fondo, è presente anche col razzismo: non solo e non tanto perché alimentato dalla mancanza di conoscenza, ma perché la paura che lo fonda è a sua volta basata sul crollo della socialità (i.e. individualismo neoliberale).

    Non sono, invece, sicurissimo che l’esperienza della morte potrebbe funzionare efficacemente come antidoto al razzismo. In fondo, l’elemento fondamentale del razzismo è la capacità di dissociarsi, ovvero negare la similitudine fra l’altro e me. Questa dissociazione, secondo me, si sta diffondendo a macchia d’olio (vedi sopra), ma si sta radicando particolarmente bene quando legata ad elementi apparenti e appariscenti. Detto altrimenti: secondo me, a un SalvinX qualsiasi, reggere il polso di un [≠dal suo modello] qualsiasi in punto di morte non cambierebbe alcunché.
    (Ma questo è un giudizio mio, che trovo molta verità nella gucciniana massima “storie tragiche… troppo vicine o troppo distanti”).

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