Metal detector

Ma che poi, chi l’ha inventato il metal detector, e perché?

Dev’essere stato più o meno una settimana fa che, mentre, in teoria, doveva essere impegnata in tutt’altro compito, la mia testa ha deciso bene di produrre questa domanda.

Dal momento che wellentheorie, a cui per dovere toccherebbe di rispondere a quesiti siffatti (e se avete letto quanto di incredibile ha scritto su un lemma astruso quale ecoterrorista, e su un tema controverso come la masturbazione maschile, sarete senza dubbio d’accordo con me), non legge nel pensiero, o, se lo fa, non esaudisce ogni desiderio che la riguardi e che le capiti di incontrare (una saggia politica, se mi è concesso di esprimere un giudizio), il suo compito è toccato alla pagina Wikipedia dedicata allo strumento che ha dato il titolo a questo testo. È stata un’esperienza ricca di sorprese, assai più di quanto sarebbe stato lecito attendersi.

Ad esempio: ho scoperto lo stimolo ai primi esperimenti che portarono alla creazione dell’utile attrezzo (che, sappiatelo, in italiano può essere chiamato, grazie all’opera di un traduttore di certo non privo di fantasia, cercametalli) non fu un bisogno di carattere bellico e/o securitario. Fu una richiesta medica.

Nel 1881, spararono a James Garfield, il presidente degli Stati Uniti (da quelle parti è una specie di tradizione, come il tacchino ripieno per il Ringraziamento ed i fuochi d’artificio per il 4 luglio). Garfield fu subito trasportato in ospedale; i medici che lo ebbero in cura ce la misero tutta, per salvarlo: giunsero addirittura, per cercare di rimuovere i due proiettili che un avvocato disoccupato gli aveva ficcato in corpo, ad esplorare con le nude mani le sue ferite (ciò gli trasmise l’infezione che, alla fine, fu causa della sua morte). Nonostante tale impegno, e nonostante al compito si fossero applicati in sedici, uno dei due (quello che era entrato dall’inguine, per la precisione) proprio non riuscirono a trovarlo. Chiesero allora a Alexander Graham Bell di inventare qualcosa che consentisse di localizzare il metallo, e lui si presentò con un aggeggio che, effettivamente, ad un certo punto iniziò a suonare. Ad averlo messo in funzione, tuttavia, non era stato un proiettile, bensì le molle del letto su cui Garfield agonizzava.

Il signor Vincenzo Aloisio, se volete saperlo, con questa storia non c’entrava niente e, anzi, neppure la conosceva; di sicuro, però, gli sarebbe piaciuta. Perché lui, col metal detector, ci lavorava; e l’avrebbe reso felice sapere che, da quando non era che un’idea nella mente di qualche grande inventore, si era evoluto al punto che ormai si poteva utilizzare in senso preventivo; per far sì, cioè, che quello che era capitato all’ex presidente Garfield non si ripetesse mai più.

Sia chiaro: Aloisio era entusiasta del suo lavoro, ma, pur prestando servizio in quello che era probabilmente il più importante museo del suo paese (una volta aveva sentito dire che andavano a visitarlo perfino dalle isole Fiji), dubitava che gli sarebbe mai capitato di salvare la vita ad un presidente degli Stati Uniti, o anche solo ad un modesto primo ministro italiano; anzi, non aveva mai dovuto sequestrare neppure un coltellino svizzero, una chiave inglese, una limetta per unghie e, a voler essere sinceri, fino a quel giorno il suo compito tra quelle vecchie, rispettabili mura era consistito nella ripetizione indefessa di un numero di frasi piuttosto limitato (venga avanti, mettta lì gli oggetti metallici, prego, buona visita, no mi scusi braccia e gambe larghe, tolga questo, ok, buona giornata); pure, non ignorava che esso era prezioso.

I telegiornali riportavano a cadenza quotidiana le minacce che il Sedicente Impero indirizzava all’Occidente in generale e, di tanto in tanto, anche all’Italia in particolare e, per quanto ne sapeva lui, quelli lì potevano benissimo decidere di cominciare dal suo museo; c’erano poi le rumorose bande di ragazzini in gita, a cui non fregava nulla degli importanti quadri che certi professori troppo ottimisti ritenevano dovessero vedere e che, Aloisio glielo leggeva negli occhi, quei giovanotti non vedevano l’ora di vandalizzare in modo originale, ed il sempre temibile delirante sfuso, come quello che, gli aveva spiegato la guida quasi scusandosi quando erano andati a San Pietro e l’avevano vista da dietro uno spesso muro antiproiettile, nel millenovecentosettanta e rotti aveva cercato di distruggere la Pietà di Michelangelo a martellate.

Solo un’applicazione rigorosa dei protocolli (che, coscienziosamente, Aloisio aveva provveduto a mandare a memoria) consentiva di combattere pericoli tanto numerosi e vari; non condivideva affatto, lui, l’eccessivo lassismo di alcuni suoi colleghi, che, aveva sentito, di tanto in tanto consentivano l’accesso a persone che continuavano a far suonare il metal detector come l’orchestra di Vienna al concerto di Capodanno. Gli attentati in Francia ed in Olanda, in fin dei conti, l’avevano dimostrato: un adepto del Sedicente Impero poteva nascondersi dietro il più insospettabile dei volti. Ad esempio (anche se a lui personalmente sembrava molto improbabile) quello ben rasato e distinto dell’anziano signore che, seccato, si era seduto sulla sedia che lui gli aveva indicato e che, con fare lamentoso, continuava a ripetere: “Le ho detto che ho una protesi. Al cuore”.

“E io le ho detto che, se non ha un certificato medico che lo attesti, non posso farla entrare”, gli aveva risposto, già più di una volta, Aloisio.

“Pensavo di potermi permettere di non portare tutta la mia documentazione medica, quando vado in ferie!”.

“Questa è la procedura”.

“Mi sta dicendo che non posso visitare il museo, per la sua ottusa applicazione di una norma burocratica?”.

“Questa è la procedura. O, se preferisce…”.

“Oddio santo, ecco che ricomincia!”.

Eppure, nonostante le proteste che continuava ad accampare, Aloisio lo aveva capito: stava per cedere; avrebbe ceduto. Per questo, suo malgrado, sorrise: non solo perché, almeno ai suoi occhi, la situazione era evidentemente comica (i suoi colleghi gliel’avevano raccontato: tutti spergiuravano di non aver nulla da nascondere, eppure, quando si faceva loro quella proposta…), ma anche per l’eccitazione. Insistendo ancora un poco, di lì ad un paio di minuti, lo avrebbe fatto; avrebbe carezzato lo schermo dello smartphone, avviato G-Truth e, finalmente, avrebbe potuto usare la macchina della verità.

Sapeva che la sua introduzione, in tutti i luoghi in cui esisteva almeno un metal detector, aveva destato qualche perplessità; alcuni scienziati avevano dichiarato che l’app di Google, per quanto ben congeniata, non poteva veramente distinguere la verità dalle menzogne, ed alcuni filosofi avevano rincarato la dose, dichiarando pubblicamente che secondo loro il problema era a monte: si poteva essere certi di poter dividere nettamente il vero dal falso? Poi, ovviamente, c’erano gli attivisti, che, durante le lunghe puntate dei talk show sull’argomento, avevano sottolineato che era sbagliato, vergognoso e addirittura incostituzionale utilizzare uno strumento che negli Stati Uniti si adoperava (e neppure sempre) durante i processi penali, per decidere se un uomo poteva entrare oppure no in un museo (il tono in cui era stata pronunciata quest’ultima affermazione lo aveva molto offeso).

Per fortuna, c’erano poi state le bravate di alcuni personaggi che si collocavano a metà strada tra gli studenti in cerca di gloria ed i folli in cerca di qualcuno che li internasse, a riportare tutti alla ragione; quelle, ed un servizio dell’Espresso che aveva dimostrato quanto era facile accedere a luoghi in teoria blindatissimi, armati di un coltello, di un’insansabile facciatosta e del più innocente dei “Ma non ho idea del perché continui a suonare…”, avevano infine convinto tutti della necessità di poter dirimere quelle situazioni incresciose in cui le persone come lui potevano trovarsi. Google si era detta ben felice di collaborare e, in capo ad appena tre settimane (era poi emerso, non senza ulteriori polemiche, che un simile progetto era già in avanzato stadio di sviluppo), G-Truth era precipitato sui loro telefonini. Aloisio, tra tutti quelli della sua squadra, era l’unico a non essersene potuto ancora servire; aveva minacciato di farlo più di tutti gli altri messi assieme, certo: e probabilmente era stato quello il suo errore. Che non si dicesse che non imparava dai suoi sbagli: quel giorno, non una sola volta la sua voce si era rotta nella rabbia, per quanto trattenuta; quel giorno, non una sola volta aveva superato il limite della semplice proposta. Quel giorno, ne era sicuro…

“Oh, d’accordo, non voglio perdere altro tempo” disse l’uomo. “Mi dia quel maledetto aggeggio!” esclamò, di punto in bianco, l’uomo.

Aloisio, raggiante, gli si avvicinò. Con lentezza estenuante, tolse lo smartphone di tasca (verosimilmente, non avrebbe utilizzato la stessa cura per estrarre la pistola), toccò con delicatezza l’icona colorata, e porse all’uomo lo schermo, perché ci appoggiasse il dito. “Ora” disse quando l’uomo lo ebbe fatto “vuole dirmi, per cortesia, perché crede che il metal detector suoni, quando lei ci passa sotto?”.

“Uff, glielo sto dicendo da venti minuti: perché ho una protesi al cuore. Me l’hanno messa tre settimane fa, se proprio vuole saperlo. Una protesi metallica”, aggiunse, lanciando un’occhiata allo schermo, come se volesse intimorirlo. Ancora una volta, Aloisio sorrise; era quello che gli piaceva della tecnologia: non si poteva spaventare, non si poteva convincere, non si poteva fregare. Ancora un secondo e, se quel vecchio prepotente aveva detto una balla, lo avrebbero saputo fino a…

Dispettoso, lo smartphone rimase muto. Poco mancò che ad Aloisio non cascasse di mano; fu il turno dell’uomo di sorridere. “Ho una protesi al cuore. Una protesi metallica” ripetè, trionfante, prima di domandare, nel più innocente dei toni: “Allora, posso andare?”, forse più per riempire l’assordante silenzio che si stendeva tra loro che per ricevere un reale permesso. Si era già allontanato verso l’inizio dell’esposizione, quando Aloisio fece cenno di sì; fu di cattivo umore per tutto il resto della giornata, o, per meglio dire, fino al momento dell’esplosione, che lo ferì gravemente e lo mandò in coma.

Sorprendentemente, quello che più sconvolse l’opinione pubblica non fu che colui che aveva messo in atto quel terribile attentato dinamitardo non era legato in alcun modo al Sedicente Impero, quanto scoprire che il suo attentato suicida era stato reso possibile da un ordigno, piccolo ma incredibilmente potente, che era stato installato nel suo cuore con una complessa operazione chirurgica.

Advertisements

9 thoughts on “Metal detector

  1. Grazie mille, Gaberricci, e come sempre complimenti per la scrittura, e soprattutto per Aloisio! (A proposito, sto tentando di scrivere un post a tema medico e incontro non poche difficoltà, magari posso chiederti un consulto?) 🙂

  2. la conclusione mi ha inevitabilmetne richiamato alla mente… “ma ciò che lo ferì profondamente nell’orgoglio fu l’immagine di lei che sporgeva da ogni foglio, lontana dal ridicolo in cui lo lasciò solo ma in prima pagina col bombarolo”.
    bellissimo. vado immediatamente a scaricare g-truth. 🙂

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s