Riflessioni su un articolo di adp (e su un libro di DFW)

Mi rendo conto che, ad uno sguardo superficiale, parrebbe non esistere alcun rapporto tra David Foster Wallace (di qui in poi, DWF), uno dei maggiori scrittori degli ultimi trent’anni, il mio amico ammennicolidipensiero (di qui in poi, adp, con la lettera minuscola perché è così che lo scrive anche lui) ed il mondo della medicina. Eppure, questi rapporti esistono e, addirittura, fanno sistema. O, almeno, fanno sistema per me: e almeno dai tempi di Hume sappiamo che esiste solamente ciò che un uomo percepisce (non necessariamente con i cinque sensi di cui è dotato 1).

I fatti: DFW è uno degli scrittori preferiti di adp (ho visto “Infinite Jest” nella sua libreria, e lui stesso me lo ha confessato, quando ci siamo incontrati); adp, a sua volta, pochi giorni fa, ha scritto un articolo che sollevava alcuni interrogativi (tutti attuali ed anzi cogenti) a proposito della liceità di alcuni atti medici; più o meno nello stesso periodo io, che medico lo sono, ho iniziato la lettura di Una cosa divertente che non farò mai più, delizioso reportage di una tragicomica crociera a cui DWF partecipò come inviato di Harper’s nel 1997. Quel libro me l’ha regalato un mio collega; ma ciò non chiude il cerchio al punto da farmi dichiarare, come ho fatto sopra, che questi fatti fanno sistema. Ciò che lo fa, è la scoperta, in quel libro, di una risposta o, che è lo stesso, di ulteriori interrogativi da aggiungere a quelli posti da adp.

Lui, riportando l’opinione autorevole di un oncologo americano, si domandava in sostanza: si può considerare normale che a decidere di somministrare il farmaco A o invece il farmaco B, rispetto al farmaco A egualmente efficace e sicuro, ma assai più costoso, siano dei medici che, in qualche modo, sono in affari con l’azienda che il farmaco B lo produce?, e rispondeva, volendo riassumere (ma vi invito a leggervi l’articolo per intero, e siccome sono un bravo blogger, ve lo linko anche), di no; condivido, essenzialmente, il suo pensiero.

Nei commenti che da quello scritto sono conseguiti, per altro, secondo un costume ormai diffuso nel Web, ci si è trovati a discutere di un altro argomento: è etico che le cure si debbano pagare e, talvolta, pagare care? Ho espresso la mia opinione in merito, ma in modo piuttosto sintetico: questo, infatti, è un tema a discutere il quale mi trovo sempre in imbarazzo. Da un lato, la mia risposta a quella domanda è semplice e diretta (“no”); dall’altro, in certo modo, io collaboro quotidianamente con quelle aziende che, a stretto rigor di logica, stanno tenendo una condotta che disapprovo: nel mio lavoro, infatti, prescrivo ed anzi caldeggio l’assunzione dei prodotti di quelle stesse aziende (o, almeno, di quelli che funzionano 2). D’altronde, allo stato attuale delle conoscenze, altri rimedi per la salute dei miei pazienti non ne possiedo; tra la salvezza della mia anima e quella della loro vita, almeno per il momento, scelgo la seconda3. È la vecchia storia della teoria e della prassi, di cui abbiamo parlato anche qui.

Ma torniamo, piuttosto, ai medici che pubblicizzano un farmaco prodotto da un’azienda da cui è lecito supporre che ricevano dei benefit (capita, e non è detto che ci sia qualcosa di illegale in questo); o meglio, torniamo al loro rapporto con DWF e con la sua scelta di partire per una crociera nei Caraibi: credo si possa affermare (implicitamente lo fa lo stesso autore) che su questa decisione abbia avuto un peso non indefferente il fatto che, pochi mesi prima di lui, la stessa esperienza l’avesse intrapresa uno dei suoi scrittori preferiti, Frank Conroy. DWF ne era a conoscenza, perché quel viaggio Conroy l’aveva raccontato in un articolo, pagato dalla società che l’aveva organizzato e pubblicato sulle sue brochure pubblicitarie. Di questo scritto (che lo stesso Conroy definisce senza mezzi termini “una marchetta”), DWF dice:

La compagnia Celebrity [proprietaria della nave da crociera pubblicizzata] presenta le pagine di Conroy come se fossero un vero e proprio articolo e non come una pubblicità. È proprio una scorrettezza. E il motivo è questo: che vengano rispettati o meno, gli obblighi fondamentali di un articolo sono quelli contrattati con i lettori. Il lettore, anche se a livello inconscio, lo sa e tende a rapportarsi a un articolo con un livello di apertura e credulità abbastanza alto. Ma un annuncio pubblicitario è una cosa completamente diversa. Gli annunci pubblicitari hanno un determinato obbligo formale e legale di veridicità, ma questi obblighi sono abbastanza ampi da consentire una buona dose di manovre retoriche, più che sufficiente a adempiere all’obbligo fondamentale della pubblicità, che è quello di servire gli interessi economici di chi la finanzia. Qualsiasi tentativo una pubblictà compia di interessare o attrarre chi la legge, non è volto, in ultima analisi, al beneficio del lettore. E il lettore sa anche tutte queste cose – che il fascino dell’annuncio pubblicitario è per sua natura calcolato – e questo è uno dei motivi per cui il nostro stato ricettivo è differente, più guardingo, ogni volta che ci troviamo di fronte a un annuncio pubblicitario4.

Mettete paziente al posto di lettore e prescrizione al posto di articolo, e avrete, più o meno, la mia opinione su tutta questa faccenda che, credo sia il caso di sottolinearlo, non interessa soltanto l’etica, ma anche l’epistemiologia.

La medicina è una scienza; come tutte le scienze, non ha a che fare con verità5, ma con modelli che tentano di dare un’interpretazione coerente dei (pochi) fatti che conosciamo e, quindi, che consentono di fare previsioni con ragionevoli margini di certezza. Tali margini, essendo un essere umano un sistema incredibilmente complesso, sono più sottili che nelle altre scienze: e forse è per questo che, spesso, si sente dire che su un certo punto “gli studi non sono concordi/conclusivi” e che, per prendere una decisione, ci si deve affidare al giudizio degli esperti.

Possiamo ancora dare fiducia a tale giudizio, espresso da persone che stanno alla medicina come Frank Conroy stava alla letteratura, se siamo autorizzati a supporre che esso sia prezzolato (a volte, purtroppo, anche in modo fraudolento)? Siamo già giunti al punto in cui i cosiddetti (non a caso ) laici guardano alla medicina come ad una religione, i cui dogmi si devono o accettare per fede o rigettare senza appello, assumendo lo stesso atteggiamento sprezzante (e grottesco, quando assunto da un adulto) di quei sedicenni che si credono eretici perché non vanno a messa, bestemmiano e scopano senza preservativo. Davvero si sente il bisogno di dare a questo “anticlericalismo medico” l’arma dello scandalo?

Che poi, lo scandalo è, ritengo, uno dei pericoli più ridicolmente facili da evitare: se questi medici hanno la coscienza pulita, a fare da testimonial, allora, semplicemente, lo ammettano; ammettano che ci potrebbe essere un interesse personale, dietro la prescrizione di un certo farmaco. Ma non lo ammettano soltanto in sede di congresso scientifico (che magari è stato organizzato da quella stessa azienda che spergiurano non aver minimamente influenzato il loro giudizio); lo ammettano davanti ai loro pazienti.

Non si tratta di un’enormità: è, più o meno, quanto la società è arrivata a pretendere dagli youtubers. Ci si può ben attendere che un medico abbia un codice di condotta un poco più stringente.

O, almeno, parimenti stringente.

Note
1Anche perché i sensi di cui un uomo è dotato sono più di cinque; quanti esattamente, dipende a chi lo chiedi.

2Ma su questo punto, vedi oltre.
3Facile, quando non si crede all’esistenza dell’anima.
4D.F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, trad. di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, Minimum Fax, 2017, pag. 57
5Se vi interessa la verità, l’aula di filosofia del professor Tyre è in fondo al corridoio (cit.).

Spero che tutte le note funzionino, ed anche le freccette per tornare alla lettura dell’articolo principale. Se così non fosse, ne sarei addolorato. Anzi, per citare Wallace, disperato.

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5 thoughts on “Riflessioni su un articolo di adp (e su un libro di DFW)

  1. eccomi, scusa ma ero via nel fine settimana. ti ringrazio, primo perché essere citato insiema a DFW fa pur sempre bene all’autostima ma soprattutto, seconda cosa, perché hai saputo rendere perfettamente, utilizzando il parallelismo con la vicenda conroy, il senso del mio post. ragion per cui, oltre al link che compare in automatico fra i commenti, mi sembra necesssario embricare vicendevolmente nel testo i due post (cioè, vado a farlo sul mio).
    altra cosa, OT: è un caso che parlando di DFW siano comparse le note nei tuo post? 😀 😀 😀

  2. Pingback: tutto quello che avreste voluto sapere sul mercato del farmaco e non avete mai osato chiedere – ammennicolidipensiero

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