Rubrica della posta – Parte 1 di 2

(Da “La Gazzetta di…“, edizione di un giorno di metà maggio 20**, rubrica della posta)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Signori,

è con un gesto irrituale come porgervi delle scuse che intendo iniziare questa mia (spero breve) missiva.

Badate: non credo di dovermi scusare con voi perché vi sto scrivendo, con l’intenzione di intervenire con la mia opinione riguardo un argomento in cui non ho alcuna competenza, almeno apparentemente (ma avrò modo di dare dolorosamente ragione al sentire comune, più avanti, argomentando che almeno tale apparenza inganna).

Credo di dovervi delle scuse, perché sono purtroppo costretto a celarvi la mia identità.

Si tratta di una colpa assai grave. Non intendo, dunque, fornirle delle aggravanti: non permetterò che voi crediate esistere, dietro questa mia decisione, cause da romantico e/o da bohèmien; non sono né un terrorista, né un informatore, né una spia in fuga dal controllo di qualche potenza straniera. Se vi sto scrivendo in incognito, è per motivazioni assai più borghesi e tradizionaliste, che hanno a che fare (per ragioni che non starò a spiegare, che altrimenti renderei del tutto inutile la maleducazione di non presentarmi col mio nome) con la rivista Il Guastatore, scomparsa dalle edicole qualche mese fa, e proprio quando mi ero convinto a far accomodare fuori dalla porta talune mie questioni di principio e ad inviare loro un mio breve racconto, che la sua chiusura ha, purtroppo, lasciato privo del finale.

Il protagonista di quella mia short story incompiuta era un investigatore privato, di nome Osvaldo Avilés: se ritenete di aver bisogno di un nome per riferirvi a me, potete usare questo. Direi che è appropriato, essendo Avilés non solo il motivo per cui vi sto scrivendo sotto anonimato, ma anche quello per cui, più semplicemente, vi sto scrivendo.

Edgar Allan Poe è unanimamente considerato il padre del genere giallo; pure, lo scrittore di Baltimora dovette stancarsi ben presto di questa sua creatura, e vi si applicò esclusivamente per tre racconti, tutti con protagonista l’insopportabile ed aristocratico Auguste Dupin: I delitti della Rue Morgue, La lettera rubata e La scomparsa di Marie Roget. Ho disposto questi racconti in ordine di fama; tuttavia, l’ultimo della lista, che è il secondo in ordine di pubblicazione (tenetelo a mente), è pure, ritengo, il più interessante. Almeno, lo è per i miei scopi.

Lì, Poe si serve di Dupin per tentare di avanzare, da letterato, delle ipotesi su un fatto di cronaca avvenuto nella sua epoca. Da un lato, l’opera fu un successo: la soluzione cui giunge Dupin è stata, sostanzialmente, dimostrata essere quella corretta (sta a vedere che tra i poliziotti di New York c’era qualcuno che leggeva Poe!); dall’altro, Poe tenta appena di mascherare l’intenzione di riferirsi proprio a quel caso: ciò non rende giustizia al suo formidabile ingegno.

Le uniche differenze tra il vero e il raccontato sono infatti le seguenti: i fatti sono ambientati a Parigi invece che a New York, il nome della sfortunata donna che ne è stata vittima passa da Mary Rogers a Marie Roget; un calco talmente inautentico, che sarebbe lecito attendersi che Dupin, in un dialogo particolarmente concitato, esclami “Parbleau!” (non lo fa mai, per fortuna). È forse per questo che La scomparsa di Marie Roget gode di minor fortuna rispetto agli altri due titoli: è eccessivamente legato all’attualità dei suoi tempi.

Ma io non l’ho citato per farne una critica letteraria; no, se l’ho fatto è perché avevo bisogno di un precedente: e se Poe, che fino a quel momento aveva come voce di curriculum da far valere esclusivamente la scrittura di un racconto “del raziocinio”, come lo chiamava lui, allora non dovrebbe apparire illegittimo che io mi trovi qui a scrivere delle riflessioni sul “caso Gloria Carboni”. So di non essere Edgar Allan Poe; seppure lo fossi, aver scritto un racconto giallo è già il doppio che averne scritto mezzo. Queste obiezioni, che potrebbero essermi mosse e che sono giuste, sono il motivo per cui ho deciso di non nascondermi dietro i veli della finzione e di rendere scoperto fin da subito il mio fine.

Non ritengo sia necessario ripercorrere dettagliatamente i fatti; ancor meno, indugiare sulle condizioni miserevoli in cui è stato rinvenuto il cadavere della povera signora Carboni: questa è una lettera, non un romanzo di Spillane. Semmai, vorrei sottolineare che, apparentemente, il caso in oggetto ha ben poco che possa attrarre un giallista, sia pure un giallista fallito quale io sono.

(continua)

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