Rubrica della posta – Parte 2 di 2

(continua da qui)

Il delitto, di fatti, si è risolto ancor prima che potesse essere scoperto: già nella giornata di domenica, infatti, quando nessuno aveva rinvenuto il corpo o anche solo denunciato la scomparsa della donna, un uomo si è presentato alla centrale di polizia di un piccolo paese della nostra provincia ed ha confessato di averla uccisa.

Quest’uomo, Aldo Padovano, non potrebbe mai sostenere convincentemente il ruolo di avversario di Sherlock Holmes o di Hercule Poirot: a guardarne le foto, sembra mancare totalmente di quella diabolica astuzia che caratterizza i criminali con cui i due investigatori devono vedersela in ogni loro avventura e, se è per questo, di qualunque altra caratteristica degna di interesse che non sia la totale mancanza di caratteristiche degne di interesse; se mi si consente l’ossimoro, Padovano è la quintessenza della mediocrità. Mi sembra sia stato proprio il vostro giornale, a riportare che l’uomo è entrato in commissariato portando sotto il braccio una copia, appena acquistata, di un famoso rotocalco che si occupa di cronaca nera: questo particolare, che non dubito essere veritiero, aveva evidentemente il compito di tentare di fornire a Padovano una tridimensionalità che egli non possiede. Come dimostra anche il fatto che, tra tutti i delitti di cui avrebbe potuto macchiarsi, abbia deciso di compiere il più dolorosamente banale: uccidere la moglie.

Tale banalità scompare del tutto nel momento in cui dal chi si passa al cosa e, soprattutto, al come (su cui, ripeto, non voglio dilungarmi); è questo scarto, probabilmente, che ha portato voi e molti vostri colleghi a parlare da subito di “delitto passionale”, sottintendendo che Padovano aveva voluto uccidere la Carboni perché “lei stava per lasciarlo, o lo aveva già lasciato, e lui non poteva accettarlo”: avete cercato di ricondurre al conosciuto, e dunque al razionale, al normale, qualcosa che sfuggiva alla vostra comprensione (ed a quella di chiunque). Non condivido la severità con cui alcuni hanno voluto stigmatizzare il vostro comportamento, dopo che quest’ipotesi si è dimostrata inesatta; semmai, guardo con indulgenza molto minore ai vostri tentativi di coinvolgere altri attori in uno spettacolo che prevede un solo ruolo: quello del protagonista, affidato ad Aldo Padovano. Tale, evidente ed assai scorretta, violazione del rasoio di Occam cela, essendo il colpevole e l’arma del delitto (sarebbe forse meglio dire le armi del delitto) ormai ben noti, la volontà di non affrontare l’unico, vero interrogativo che il “caso Carboni” lascia aperto.

Perché?

Si sa che, nei romanzi gialli, ogni cosa va al suo posto nel momento in cui l’attenzione dell’investigatore passa dal generale al particolare; io, che mi sono avvicinato al mondo del crimine unicamente attraverso questi romanzi, non ho potuto che seguire lo stesso metodo. Se, per cortesia, voleste ripercorrere le parole che ho scritto fin qui, vi rendereste conto che, prima di questo paragrafo, ho usato una sola volta la parola particolare: quando parlavo del rotocalco con cui Padovano ha voluto presentarsi in commissariato.

Ingrediente assolutamente irrinunciabile della banalità è l’abitudinarietà. Se, una mattina tanto speciale, un uomo banale come Padovano ha deciso di recarsi comunque in edicola ad acquistare quella particolare pubblicazione è perché, probabilmente, quello era un suo piccolo rito; ogni settimana, è lecito presumere, il nostro lo acquistava, lo portava a casa, ne consumava le pagine, nutrendosi di rapine conclusesi in tragedia, storie d’amore terminate in un conflitto a fuoco, di figli non voluti che vengono rispediti al mittente e di altre, simili amenità. Verosimilmente, in questo stesso momento, nella cella in cui è rinchiuso, più che al suo gesto, è impegnato a pensare a quello, per molti versi analogo, commesso da un suo quasi coetaneo a ***; e, attenzione, non con la segreta speranza di finire, a distanza di poco stesso, lui stesso su quelle pagine; o meglio, con la segreta speranza di finirci, ma senza il desiderio di una fama effimera quanto contraddittoria.

Presumo (è una petitio principii: non ho alcuna prova per dimostrarlo, se non una mia intuizione) che Padovano non ignorasse, infatti, che, a dispetto dei titoli di molte testate consimili, ciò che accadeva su quelle pagine avesse a che fare meno con la vita che con la letteratura, sia pure con quella di bassa lega; che ciò che leggeva ogni settimana era un racconto talmente sovraccarico di pessime figure retoriche, da aver perso ogni rapporto con il fatto che l’aveva ingenerato, trasformandosi, così, in una sorta di versione aumentata del racconto giallo. Chi leggeva Il Giallo Mondadori, oggi, legge quei rotocalchi (ed è per questo, credo, che il rotocalco che Padovano ha acquistato domenica mattina viene pubblicato da quarantotto anni ed il Guastatore ha chiuso dopo quindici numeri); questo perché essi sono scritti con le stesse convenzioni e le stesse regole di quelli, nessuna esclusa.

Si può così comprendere che vale anche per la cronaca nera quel che, nell’ormai lontano 1954, Leonardo Sciascia, nell’ormai introvabile Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, scriveva del lettore che ha appena concluso la lettura di un romanzo di Ellery Queen o John Dickson Carr:

il vuoto dell’insoddisfazione, e il bisogno di nuove letture nello stesso senso, per rinnovare la stessa emozione.

Ho aggiunto io il corsivo, perché è quel “bisogno di nuove letture nello stesso senso” che Padovano ha cercato di soddisfare, uccidendo la moglie; e, attenzione, ha cercato di soddisfare non il suo bisogno, ma quello degli altri; di quelli, cioè, che settimanalmente compiono il suo stesso pellegrinaggio verso un giornalaio, nella speranza di “rinnovare la stessa emozione”.

Chiunque sia un lettore conosce quella banale (ecco che torna questo termine) frase che balena in mente ogni volta che si chiude un libro: quasi quasi mi metto a scrivere anche io.

Padovano ha deciso che non voleva più doversi ripetere tale frase: quel libro, infine, lo ha scritto davvero.

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7 thoughts on “Rubrica della posta – Parte 2 di 2

  1. Mia mamma donna libera è curiosa molto poco convenzionale fu una delle prime lettrici degli Urania e dei Gialli Mondadori che hanno prodotto scrittori con tanto di cappello e tra questi per par condicio citiamo anche Agatha Christie oltre all’immenso Simenon e mi dà un po’ fastidio la tua certezza che chi leggesse quei primissimi tentativi di una nuova scrittura tu li abbia liquidati come carta straccia.
    Poi parli di emulazione ed anche qui esprimo forte dissenso anche se il mio parrucchiere di sempre romano verace restituendo sottobanco ad un amico uno delle prime videocassette adesso porno commentò ed io ebbi modo di sentirlo: ” che te devo di’ devo sta a vede quelli ma che me frega io c ho mi’ moglje e l’ attori Li famo noi”…
    Adesso c’è un bel sole Cino caldo e ti abbandono forse tornerò perché l’argomento in questo senso meriterebbe ancora altri confronti.
    Ciao Gaberrr Buona domenica

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