Psicanalisi young adult

I romanzi (ed i film) indirizzati ad un pubblico di tardo-adolescenti sono, probabilmente, uno dei filoni più redditizi che la narrativa popolare abbia prodotto negli ultimi trent’anni, tanto da essersi meritati un nome ed una “caratteristica merceologica” propri: young adult (Wikipedia in inglese contiene una voce molto dettagliata, anche se non altrettanto accurata, dedicata a questo genere letterario, nel caso vi interessi approfondire). Alcuni di questi (la saga di Harry Potter, quella di Twilight, quella, da essa derivata, iniziata con 50 sfumature di grigio) hanno travalicato le barriere anagrafiche di tale etichetta, incontrando ampio apprezzamento tra il pubblico adulto e, talvolta, anche tra i critici. Sospetto che tale successo abbia a che fare con la somiglianza che queste opere hanno con la tragedia greca, la commedia dell’arte, il romanzo giallo: non intessono trame, ma combinano elementi; non procedono per logica, ma per situazioni; non mettono in scena personaggi, ma tipi. Tra questi tipi, uno dei miei preferiti è senza dubbio “l’innamorato senza causa”.

La sua dedizione, lievemente patetica, verso un altro personaggio (di solito, uno dei protagonisti) è immensa quanto manifestamente non corrisposta; essa, usualmente, volge con sorprendente solerzia, verso le battute finali del romanzo, in un odio altrettanto cieco ed insensato. In questo modo, “l’innamorato senza causa” si trasforma nel tipo della “malelingua”.

Facendo un salto dalla letteratura alla realtà, mi rendo conto che, a guardarla dal di fuori, la storia della mia frequentazione (sempre a senso unico) con Michele Serra sembri obbedire pedissequamente a tale schema. Devo ammettere, con vergogna, che ciò è in parte vero.

C’è stato un periodo della mia vita (orientativamente, tra i diciassette ed i ventun anni) in in cui temo di aver considerato il senso dell’umorismo di Serra secondo, soltanto, a quello di Oscar Wilde. Forse sapevo che era una bestemmia, e cercavo di giustificarla dicendomi che Serra aveva diretto Cuore, l’inserto satirico de L’Unità: ossia, il più strano tra gli inserti satirici che fossero mai esistiti. E poi, come scrivevo qui, se la prendeva con Berlusconi un giorno sì ed un giorno no, ed in tutti i weekend: per chi aveva vent’anni allora, bastava.

Nell’autunno del 2010 successe qualcosa. Nelle università, si fecero più forti le proteste contro il modello aziendalistico che la riforma Gelmini voleva imporre agli atenei; a L’Aquila, le manifestazioni assunsero delle coloriture singolari, come imponeva la situazione (il terremoto distava meno di un anno e mezzo). Serra, su quelle “agitazioni studentesche”, aveva scritto parole che oggi riterrei di peloso e stucchevole buonismo, ma che allora trovai di graziosa tenerezza (ho una serie di attenuanti emotive con le quali non vi tedierò); fu per questo che mi risolsi a scrivergli.

Ritenevo che gli interessasse sapere che anche noi stavamo vivendo quel conflitto, che anche noi avevamo compreso quanto mortale fosse l’attacco che il berlusconismo stava portando all’istruzione pubblica, che, soprattutto, anche noi avevamo bisogno della visibilità che stavano ricevendo gli studenti di Roma, Milano, Firenze; anzi, che forse ce ne serviva di più, visto che la situazione tragicomica che stavamo vivendo non accennava a risolversi e, per di più, era ormai scivolata fuori dalla pagine dei giornali (anche da quelle de “La Repubblica”, su cui già allora Serra scriveva) e, di conseguenza, dall’interesse dell’opinione pubblica.

Non gli interessava, o almeno così credo. La mia missiva non ebbe mai risposta, né vide pubblicazione (e questo, forse, può essere stato un involontario regalo da parte sua). Fu allora che iniziai a guardare a lui con maggiore spirito critico e a chiedermi se non fosse, almeno, un incendiario divenuto pompiere. Qui, probabilmente, cessò “l’innamoramento senza causa”; e, mi rendo conto, potrebbe sembrare che fu per una motivazione del tutto personale: non posso negare che ciò ebbe un peso.

Diceva tuttavia l’antico che il tempo è il più saggio, perché svela ogni cosa; devo quindi, paradossalmente, ringraziare i governi Monti, Letta e Renzi per avermi consentito di separare, com’è scritto nel Vangelo, il grano dal loglio; di separare, cioè, nelle fin troppo affollate fila dell’antiberlusconismo (che, come dicevo in un commento ad un articolo di bortocal, è forse il parto più aberrante del berlusconismo), coloro che si opponevano al Cavaliere perché vedevano in lui uno dei peggiori rappresentanti del potere patronale più laido, violento e devastante da quelli che si limitavano a considerarlo impresentabile nei salotti buoni che avevano imparato ad amare, a furia di frequentarlo quotidianamente, e che volentieri avrebbero accettato di vedere al governo uno che aveva i suoi stessi progetti di macelleria sociale, ed una passione meno smodata per le barzellette sporche (sarebbe stata preferibile, ma non obbligatoria, inoltre, la fedina penale pulita). Serra, insieme a praticamente tutto il suo giornale, finì nella seconda partizione.

Ho scritto questa lunga confessione psicanalitica per spiegarvi perché non mi ha affatto sorpreso leggere l’interpretazione che l’Amaca di qualche giorno fa dava dei fatti di Lucca, dove alcuni studenti hanno minacciato ed insultato un loro professore; in particolare, prendendo spunto dal luogo in cui “l’aggressione” è avvenuta (un istituto tecnico) Serra notava che:

è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale

I giornali di destra, ed in particolare quelli vicini a Berlusconi, che non hanno ancora compreso che quello della penna di Repubblica è fuoco amico, hanno messo in moto le rotative prima ancora che il tipografo questa frase avesse finito di stamparla, e quando i più mattinieri avevano appena finito di leggerla, già gridavano, con una buona dose di faccia tosta, al CLASSISMO; peccato che quella frase non abbia nulla a che fare col classismo o, meglio, lo incarni in una forma che non è quella tradizionale.

Se quella frase è classista, lo è non perché attribuisce quello che con una certa approssimazione è stato chiamato bullismo unicamente ai figli dei poveri (chiamiamo le cose coi loro nomi), e neppure perché sottindende che solo loro frequentino gli istituti tecnici e professionali; lo è perché chi l’ha scritta non capisce (o finge di non capire) che se le classi privilegiate non praticano un bullismo, per così dire, attivo, non è perché non vogliono, ma perché non ne hanno bisogno. E non ne hanno bisogno proprio per quelle caratteristiche che Serra riconosce loro in proporzione maggiore rispetto a coloro che formano la base della piramide su cui sono comodamente accoccolati: la padronanza dei gesti e delle parole, il livello di educazione ed il rispetto delle regole.

La prima permette di accedere a forme più sottili ma al tempo stesso più raffinate di prevaricazione (solo per rimanere nell’ambito della scuola: la menzogna, la battuta, il mobbing quotidiano, l’esclusione sociale, per non parlare del peso e del prestigio del nome di famiglia); riguardo ad educazione e regole, ci mancherebbe pure che i ricchi rampolli dell’alta società non le rispettassero: sono quelle che permettono loro di occupare la posizione che occupano e, non di rado, perché è stato qualcuno di loro a fissarle; è lo stato e la struttura stessa della società in cui viviamo che consente loro di opprimere gli altri, e non di rado li difende quando lo fanno: perché dovrebbero ricorrere alla violenza, che lasciano, ben volentieri, ai figli disgraziati degli operai, degli spazzini, di quelli che puliscono i cessi nelle aziende non solo di Berlusconi, ma anche di De Benedetti?

Ecco, è essere ormai talmente distanti dagli strati più umili della società, da non riuscire a comprendere questo, e volerne parlare lo stesso, che è classista; o, per meglio dire, colonialista: Serra, dall’alto della posizione che occupa oggi, si permette di esprimere giudizi morali su quelli che a lui sono (è oggettivo) inferiori, esattamente come facevano gli inglesi che occupavano l’India per “civilizzarla”. E tutte le parole che Serra ha voluto spendere per negarlo, in quella stessa Amaca e nell’articolo “correttivo” che ha pubblicato su Repubblica per spiegare cosa voleva dire (ammettendo, così, di aver fallito la sua opera di comunicatore) sono un anentia ottativa esattamente quanto iniziare una frase che farebbe arrossire Adolf Hitler con le parole “io non sono razzista, ma…”.

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8 thoughts on “Psicanalisi young adult

  1. Sono anch’io cresciuto a pane e “Cuore” che trovavo splendido, anche se talvolta troppo eccessivo (spesso sfiorando la blasfemia, per esempio). E Serra l’ho sempre ammirato come te.
    Però, negli anni, ho iniziato a prendere le distanza dalla sua Amaca, o quantomeno a non prenderla come oro colato, accorgendomi che il suo pensiero non sempre coincideva col mio.

  2. è bello leggerti, perché laddove io liquido il discorso con un “serrra ha scritto una puttanata pazzesca” riesci sempre, anche se con qualche migliaio in più di parole che si perdonano volentieri, a rendere bene le sfumature. 🙂
    p.s. la miglior replica icastica possibile, dal mio punto di vista: “io credo che alle basi del bullismo e dell’arroganza alle superiori ci sia un SUV parcheggiato su un marciapiede dai genitori durante le elementari” (cit.)

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