Ora e sempre

Mercoledì scorso, come può verificare chiunque possieda un calendario, era il 25 aprile, ed io sono stato a Bologna, ad una manifestazione antifascista: questa manifestazione, per essere precisi. Forse i più attenti di voi noteranno che no, non si trattava di una di quelle celebrazioni, istituzionali e paludate, che contemporaneamente si tenevano in molte altre città italiane.

(In quella in cui vivo, ad esempio, dove il sentir comune sulla Resistenza è tale che già il fatto che il sindaco deponga una corona di fiori di fronte ad un monumento ai caduti è considerato atto sovversivo, ed anche a Firenze, dove quattro ragazzi sono stati arrestati per essersi presentati senza essere invitati all’ennesimo bagno di zucchero del PD protetto da colonne e colonne di poliziotti: che mi sembra un po’ un’esagerazione, per aver tentato di imbucarsi ad una festa, per altro poco divertente).

Meno di una settimana prima di quella data, con alcuni miei colleghi, si discuteva delle innumerevoli divisioni cui, nel corso della sua storia, è andata incontro la sinistra italiana. Siamo giunti alla conclusione che molte di esse sono state opportunistiche, pretestuose e, in definitiva, completamente demenziali; abbiamo però convenuto che a volte si sono rivelate utili e che, in definitiva, sono quasi tutte giuste: in fin dei conti, quando una forza politica riconosce e cerca di far proprio il conflitto (come la sinistra dovrebbe fare), è fisiologico che esso compaia anche al proprio interno, manifestandosi in una gamma di espressioni che va dal semplice dissenso alla scissione (termine di cui oggi, a mio modesto parere, si fa un uso troppo disinvolto).

Alla luce di queste considerazioni (e sorvolando sul fatto che l’antifascismo non dovrebbe essere considerato una cosa solo di sinistra) sono ben felice di aver partecipato a quella manifestazione, pur non avendo condiviso tutto ciò che in essa si è detto e fatto e, in particolare, certi slogan che sono stati urlati e che contrastano con la mia idea di antifascismo, il cui fine dovrebbe essere la scomparsa del fascismo, non dei fascisti.

Ma i cori di un corteo, in fin dei conti, hanno lo stesso peso dei cori da stadio, e cioè nessuno; ed un errore tutto sommato veniale (perché parlare di violenza è diverso rispetto a praticare la violenza) si può perdonare, a chi mi ha dato la possibilità di soddisfare una mia necessità: quella di testimoniare che l’antifascismo è la mia natura (o, che è lo stesso, la mia cultura); che considero il fascismo il crimine più orrendo e l’abiezione più infima verso cui il genere umano si sia mai spinto (e sta riprendendo a spingersi, mentre la prima forza politica del paese, oggi come cinque anni fa, mostra tutta la propria difficoltà a prenderne le distanze); che sono fiero di essere nato e di vivere, per un puro scherzo del caso, in uno stato figlio della Resistenza.

Ecco, è forse quest’ultima frase che più sentivo di dover riaffermare: perché mi capita sempre più di sovente di non riuscire a pronunciarla, senza che qualcuno dei miei interlocutori mi guardi aspettandosi la stessa espressione di contrizione che dovrei assumere dopo aver confessato che mi piace tirar sotto le famiglie di ricci, come Giovanni Storti nello sketch della Subaru Baracca; senza che qualcuno non mi vomiti addosso un cumulo di “ma”, di “tuttavia”, di “eh sì, però” e di citazioni di Giampaolo Pansa; senza che qualcuno non tiri fuori il ferale luogo comune: tanto fascismo ed antifascismo sono uguali (ma può sempre andare peggio: prima o poi, qualcuno mi citerà, senza capirlo, ovviamente, il celebre aforisma pasolinino il nuovo fascismo è l’antifascismo, sul quale vi invito a leggere qui).

Non so quanti tra coloro che proferiscono, apparentemente con la massima tranquillità, tale assioma, si rendano conto che vi è solo un gruppo che può farlo non dico a buon diritto, ma quanto meno con una giustificazione: parlo dei fascisti, ovviamente, che peccano così di autolesionismo intellettuale (ma è comprensibile, visto quanto poco abbiano a che fare con la categoria dell’intellettuale, e d’altronde se non fosse così non sarebbero fascisti), ma che possono, in tal modo, mi ha insegnato il mio amico Tiziano (che citava Primo Levi), portare il ragionamento alle sue estreme conseguenze: se fascismo ed antifascismo sono uguali, e l’antifascismo è istituzionalmente accettato, allora dev’esserlo anche il fascismo.

Il sillogismo è fallace sotto molti punti di vista; più di tutto, è errata la sua premessa maggiore: fascismo ed antifascismo non sono uguali; non lo sono oggi, e non lo sono mai stati, con buona pace di Luciano Violante e di quel discorso, da lui pronunciato, che è, a ben vedere, il “tempo zero” dell’attuale periodo di passiva accettazione del “fascismo di ritorno”. Sto parlando delle parole che Violante disse quando, nel 1996, si insediò alla presidenza della Camera, e che stabilivano una terrificante uguaglianza tra chi aveva combattuto il fascismo ed i “ragazzi di Salò” che, invece, avevano lottato perché vincesse.

Siamo sinceri: Violante mirava a “chiudere i conti” col passato in una prospettiva di pacificazione nazionale; ciò perché i suoi alleati di governo, già allora, miravano a costituire il nuovo “partito della nazione” (l’operazione sarebbe infine riuscita al PD, coi risultati che conosciamo); tuttavia, è fin troppo facile piegare quanto egli disse allora ad un’interpretazione diversa, qualcosa di simile a: “durante la guerra, gli antifascisti hanno fatto schifo almeno quanto i fascisti”.

Odio i santini e non voglio nascondere la verità, quindi mettiamolo subito in chiaro: i partigiani hanno ferito ed ucciso altri uomini, anche se le nefandezze che vengono loro attribuite sono assai più di quelle che effettivamente compirono, ed il loro svolgimento fu spesso sensibilmente diverso da quel che racconta la vulgata. Se si macchiarono del supremo crimine dell’omicidio, però, non fu in ragione dell’innato sadismo che li caratterizza (a proposito del quale vi chiedo di leggere la storia di padre Morosini), e neppure perché stavano eseguendo gli ordini scriteriati di Stalin, di Tito o di Chtulu: fu perché agirono in un contesto di guerra; una guerra che molti si trovarono a combattere ad un’età in cui io non mi sentivo ancora pronto neppure a preparare una pasta olio e parmiggiano, senza la supervisione di un adulto.

La guerra è una cosa schifosa, siamo d’accordo, e gli uomini dovrebbero astenersi dal praticarla; ma è necessario ricordare (e questo segna già una prima differenza) che la guerra civile che si combatté in Italia tra il 1943 ed il 1945 fu parte della Seconda Guerra Mondiale, che il fascismo aveva voluto iniziare. Coloro che presero la via della montagna in quegli anni (non di rado, dopo che il regime li aveva già fatti oggetto di pericolose attenzioni) lo fecero perché la guerra era stata loro dichiarata; e coloro che oggi sbraitano di difesa del sacro suolo da un invasore che non esiste, dovranno pur riconoscere che “se qualcuno ti aggredisce con un coltello, avrai pure il diritto di difenderti con un pugno” (Umberto Eco).

Poi, certo, ci furono casi in cui dal pugno si passò alla tortura ci furono squadre partigiane (poche, e poco sagge, perché chi pratica la guerriglia mettendosi contro le popolazioni locali non va lontano) che aggredirono i civili; ci furono “vendette trasversali” nella peggiore tradizione mafiosa, figli che pagarono per colpe che i loro padri avevano commesso quando loro non erano ancora nati, donne che dovettero subire una supremazia maschile da cui anche le forze di liberazione facevano fatica a liberarsi ed innocenti che vennero barbaramente uccisi: ma, appunto, furono casi, non espressione di un disegno strategico; furono iniziative di singoli comandanti o, addirittura, di singoli combattenti che approfittarono del contesto bellico per dar sfogo alla loro crudeltà o, più spesso, per consumare vendette che tramavano da anni. Vendette che originavano, a volte, dall’abuso di qualche gerarchetto di provincia, cui il fascismo aveva consengato un qualche tipo di potere, insignifcante quanto pericoloso (ne abbiamo parlato anche qui).

Quei casi furono vergognosi, e ripugnano ancora adesso l’umana pietà; pure, impallidiscono (e non per una questione di numeri) di fronte alla polizia politica, alla tortura di stato, alla sistematica, violenta ed umiliante repressione del dissenso (che spesso passava per la repressione del dissenziente) cui il fascismo aveva abituato l’Italia, e che negli anni della guerra di liberazione toccò il proprio apice; impallidiscono, di fronte all’industrializzazione della sterminio che praticarono i fascisti e, in misura ancora maggiore, i nazisti; impallidiscono, ancor di più, in virtù del fine per cui le parti in lotta utilizzarono la violenza; o, per meglio dire: in virtù del fatto che per un partigiano la violenza era un mezzo, doloroso ma necessario vista la contingenza, per raggiungere un fine, mentre per un fascista era (ed è) un fine essa stessa, da un lato perché soddisfa il bisogno di “azione per l’azione”, che è uno dei miti del fascismo, e dall’altro perché è il metodo ideale con cui un “uomo forte” (o, più spesso, una squadraccia di vigliacchi, resi baldanzosi dal numero) può imporre il proprio volere e prevaricare un “uomo debole”; che è il vero fine del fascismo ed il motivo per cui, oggi come allora, esso ha il seguito che ha.

E sono qui, a chiedermi con quali parole potrei chiudere questo lungo post; non me ne vengono in mente e, forse, è giusto così: l’antifascismo non si può concludere. Come si è cantato in quella lunga marcia per le vie di Bologna, in due versi che, al contrario di altri, hanno tutto il mio appoggio:

il 25 aprile non è una ricorrenza/ora e sempre Resistenza.

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7 thoughts on “Ora e sempre

  1. Ci sono molti fattori che concorrono a farsi che a nominarsi figli della Resistenza si venga tracciati da pericolosi sovversivi.
    Uno di questi fattori e che il fascismo è stato condannato nella costituzione e tuttavia si continua a farlo passare come qualcos’altro perché “alla fin fine prima delle leggi razziali Mussolini è stato un grande statista”.
    Aggiungo nulla al tuo per aggiornamento perché sarebbe un di più posso solo ringraziarti oggi che è il primo maggio ed anche qui molto si canta e molto si balla e si dice messa e poi?

    Sherabientotgrazie

    • Mi permetto solo una citazione, che mi ha fatto venire in mente la tua ultima frase; l’opera da cui è tratta parlava di tutt’altro, eppure sarebbe una bella risposta da opporre a chi dice che quella “stagione dolorosa” andrebbe “chiusa” con una “pacificazione nazionale”:
      “Ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso”.

  2. La pacificazione Nazionale o personale che sia può avvenire dopo una profonda dolorosa elaborazione perché diversamente è come mettere un coperchio sopra una pentola.
    Questo è mancato e manca.
    Sheramalatittimaiurodottoregastroenteritevirqleee

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